“Talenti, Messa e Riina..” – Omelia XXXIIIa T.O. A

Quale bicchiere è più pieno? lo sono tutti.
Tutti lo sono al massimo della loro capacità… 
Italian’s got talent e altri programmi tv hanno sigillato un’idea errata della parola talento
Anche nel parlare comune infatti indica le tue qualità magari nascoste da esibire e far crescere. Ci sono i cosiddetti “talent scout”…chi cerca di scoprire giovani di talento. Purtroppo il vangelo non lo dice ma il messaggio è passato.
Gesù non era un insegnante, un allenatore o un motivatore, non ha detto questa parabola per convincere i giovani a far rendere le proprie qualità.  I talenti non sono le nostre qualità.  Infatti il padrone di cui parla Gesù distribuisce i propri beni e lo fa in maniera esagerata. Un solo talento erano almeno 30 kg d’oro, chi era lì calcolava fosse come dire 20 anni di stipendi. Chiede ai tre di amministrarli: non è roba loro ma del padrone.
Infatti al suo ritorno, sottolinea Gesù, vuole regolare i conti, non si fa restituire nulla, anzi rilancia e aggiunge. Premia.
Se pensiamo a Gesù che la racconta, possiamo comprendere meglio questa parabola, ancora sul regno di Dio da far crescere. Sta per certi versi parlando di sé. Il padrone, Dio, ha dato sé stesso nel figlio…a ciascuno di noi. Allora quei talenti non sono le nostre qualità ma la Sua presenza in noi: nella Parola, nei sacramenti, nell’eucaristia, nella fede…capite che queste cose sono di valore inestimabile quanto esagerato quello del talento. Gesù sta per morire e vuole consegnare ai suoi discepoli il suo progetto d’amore, quello del suo regno, il senso per cui Dio l’ha mandato incontro all’uomo. Essi hanno il compito di custodire le parole di Gesù, far vivere le sue opere, incarnare il suo stile di vita per diffondere il volto paterno e liberante di Dio per vivere tutti meglio.  Ma qualcosa non va, qualcuno non ci crede.
Lavora per questo padrone ma non capisce quanto accaduto: non si fida. Non è solo pigro, forse si accontenta, vive al minimo.
“Ho avuto paura’”. Ecco qui dove vuole arrivare l’evangelista: un’immagine distorta di Dio. La paura di Dio può essere fatale per la persona, che ha paura di agire per timore del rimprovero o di sbagliare. Dirà Giovanni nella prima lettera “Nell’amore non c’è timore. Chi teme non è perfetto nell’amore”. 
“Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento…”, mentre gli altri se ne sono impossessati e hanno agito liberamente, costui è rimasto servo, e sottolinea “sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Non l’ha mai considerato proprio. Non si è sporcato le mani. Ha fatto il suo. Ed ecco la reazione del padrone. “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato’”, omette la definizione “uomo duro”,”’ e raccolgo dove non ho sparso”, il padrone non è d’accordo con l’immagine che il servo ha di lui, è un’immagine distorta. La paura ha lasciato il servo schiavo. Spesso anche noi abbiamo tale paura? temiamo Dio, pensiamo di gestirlo, di preservarci o tenerlo buono. Non viviamo da figli ma da schiavi. Per paura. Ci accontentiamo del minimo.
Abbiamo ricevuto i sacramenti, la Parola, l’eucaristia ma non li viviamo fino in fondo. Anche nelle nostre comunità parrocchiali spesso è così. Essere cristiani son solo cose da fare per gli altri o devozioni private, parrocchie ridotte a negozi di prestazioni religiose, agenzie di sacramenti…ma pochi sentono il dono di Dio in sé. Facciamo delle cose, riduciamo magari la messa al minimo per dirci cristiani, con le preghiere della sera e la confessione Natale Pasqua. 
Abbiamo ridotto il venire a messa come il 6 politico, il minimo sindacale, quello che dobbiamo fare di base per metterci a posto la coscienza…basta venire a messa un’ora a settimana per dirci cristiani? ma dirlo a chi? chi lo pensa davvero? e le relazioni in famiglia? e lo stile di vita? e la professionalità al lavoro? quelli non c’entrano..ho già dato, sono stato anche a messa… pazzesco…
Ma è questo quello che Gesù ci ha chiesto? Abbiamo forse paura che il Signore disturbi i nostri progetti, le attività sociali, ci impedisca di fare quel che ci fa comodo, ci freghi. La paura ci lascia schiavi, il Signore invece ci vuol figli…come quelli che voleva lavorassero con Lui nella sua vigna. A ciascuno di noi il Signore ha dato il massimo di sé..con tanta fiducia, perché attraverso le nostre differenti possibilità, come quei bicchieri, possiamo fare la nostra parte nel costruire da figli il suo regno. Non dobbiamo avere paura di Lui, altrimenti sprecheremo le nostre vite, lasciandole al minimo.
A poche ore dalla morte di Riina…che mi ha colpito molto, ripenso spesso alle parole del giudice Paolo Borsellino, sua vittima eccellente. Mi fanno sempre bene, perché profondamente cristiane, utili oggi con tale parabola, sigillate dalla sua professionalità  dal suo amore per la giustizia …portate avanti sapendo come sarebbe andata a finire…
Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.
Annunci

Domenica XXXIIIa T.O. – A

(Tempo di lettura previsto: 6 minuti)

 

In Ascolto del Santo Vangelo secondo Matteo, 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Ogni parabola ti resta impressa, dalla più scomoda alla più assurda, dalla più enigmatica alla più fantasiosa e diretta.
Quasi degli episodi di una serie da seguire… ma soprattutto memorizzare, custodendoli nella propria coscienza e nel proprio cuore, sempre pronti all’uso per depurare la propria fede ed evangelizzare il proprio stile di vita. La facoltà insomma di autoeducarsi alla fede cristiana, al “adesso qui Gesù si comporterebbe..come?”… e scegliere di farlo non per senso del dovere ma perchè ho intuito che vivere come Cristo è la mia salvezza. Non “imitarlo” ma fare mie le sue scelte, i suoi sentimenti e attenzioni, per bonificarmi e raffinarmi dal punto di vista umano.
Insomma…per amare e vivere…da Dio…. realmente portando a compimento la Genesi che ci dice di essere stati creati a Sua immagine e somiglianza…
Questa parabola viene spesso interpretata come un appello al miglioramento delle proprie risorse…i talenti, come termine, hanno valicato il senso biblico approdando a quello psicologico, motivazionale, sociale… un invito alla realizzazione di sè, dare il meglio ecc.
Messa così non è sbagliato ma molto, molto ambiguo e scivoloso. Il rischio del “self made man” è dietro l’angolo.
Molto riduttivo e poco evangelico. Non si tratta solo di sfruttare al meglio le proprie risorse e non sprecarle, anche se…sarebbe già ottimo farlo…
Innanzitutto si abbatte..abbatta…il pudore di parlare di doni di Dio, non di risorse proprie. E già questo è scomodo (anche solo socialmente e pubblicamente)…ma comunque apre ad una percezione di sé differente e colloca in un’altra prospettiva.
Qui Gesù non sta facendo l’allenatore o il motivatore…(sarebbe comunque potuto essere utile alla nostra nazionale di calcio!!) ma vuole aiutarci a riconoscere la qualità dei talenti, dei suoi doni…non solo belle qualità ma qualcosa di Suo in noi. I talenti appartengono a Dio… allora penso sia importante distinguere i talenti dalle qualità del singolo.
Infatti al v.15 si dice che i talenti vengono consegnati a ciascuno secondo le sue capacità.
Allora forse i talenti sono gli strumenti che Dio offre a noi e alle nostre comunità per restare sintonizzati con Lui e annunciarlo… la capacità ed il desiderio di diffondere e far portare frutto.
(talenti allora sono…Dio stesso, la Sua presenza nella Parola, i sacramenti, la grazia, la Sua voce nella nostra coscienza, il silenzio e la preghiera, alla fine Dio ci ha dato sé stesso, nel Figlio….)
Nelle nostre comunità ci interessa che l’annuncio porti frutto? Che la gente viva meglio e da protagonisti la propria fede? che viva da salvata?
O abbiamo paura di cambiare, preferiamo la comunità “museo”, la pastorale di conservazione, dove si è sempre fatto (noi!!) così e quindi guai a mettermi in discussione…geni della personalizzazione e dell’appropriazione indebita di iniziative feudo che non siamo altro…
La paura di cambiare, di cambiarci…di metterci in discussione, ci trasforma in pigri attivisti del sociale, felici perchè la gente esce, viene, consuma, sta assieme…
ma dobbiamo fare questo, innanzitutto?
Uno abbiamo ricevuto e uno restituiamo… siamo convinti che il senso di tale parabola sia questo?
quale è la nostra più grande paura?

“Leggimi, per favore, sono davvero importante.. grazie” – Omelia XXXIIa T.O. A – Festa del Ringraziamento

Che differenza c’è tra andare a messa e celebrare l’eucaristia? noi cosa stiamo facendo? eucaristia significa? ringraziamento… 
E’ bello ricordarlo. Vengo qui innanzitutto a ringraziare il Signore, che quindi riconosco buono, generoso, interessato alla qualità della mia vita; così fin dall’inizio, quando entro in chiesa, sono chiamato a dispormi…ma per cosa ringraziarlo? 
Non abituiamoci troppo vagamente a dire “di tutto”…perché di fatto poi sarà “di niente”… Cerchiamo di avere coscienza del sapore delle cose belle che viviamo, nelle pur diverse sfaccettature, per non darle per scontato, coltivando uno sguardo che sappia stupirsi, provare gratitudine e apprezzare. 
Forse “dire grazie” è una delle prime cose che cerchiamo di insegnare ai nostri figli,“cosa si dice? nemmeno grazie !?
Quando manca subito sentiamo puzza di maleducazione e poco rispetto…educhiamoci a farlo, a qualsiasi età.
   Questa domenica si festeggia la giornata del ringraziamento: tutti gli agricoltori porteranno i frutti della terra, poi la benedizione delle macchine agricole… è una tradizione per noi dalle radici contadine il ringraziare per questi frutti, che va oltre la terra… ma rappresenta il nostro lavoro. Qualsiasi esso sia.
Credo allora, se permettete sia molto bello riconsiderare un aspetto della messa a cui forse facciamo poco caso ma che contiene a mio avviso un’attenzione e un riferimento importantissimo.
Prendiamo per una volta..il foglietto al n°15; cose che sentiamo dire da una vita ma che significato hanno? Sei benedetto…dalla tua bontà…Pane e vino; attenzione, non grano e uva; frutti della terra e del nostro lavoro. La terra: dono di Dio, il Creato, pensiamo a Genesi, la Creazione, l’uomo reso padrone e custode del creato, da un nome a tutte le verdure e frutti. 
Ma attenzione, dice anche… il nostro lavoro: questa è una cosa fondamentale che abbiamo dimenticato, pensando che essere cristiani significhi essere piidevotispirituali, abbiamo fatto della fede/appartenenza cristiana qualcosa di minimo, intimistico, tiepiduccio, dolciastro…come se non c’entrasse col nostro lavoro, la vita concreta e quotidiana; come se le nostre 8-10 ore al giorno, per anni, non c’entrassero nulla con Dio, con l’essere cristiano. Offrendo il nostro lavoro durante l’offertorio noi mettiamo sull’altare la nostra fatica, impegno, passione, risorse, sacrifici…lo studio, il peso degli esami, la voglia ed il bisogno di lavorare, di realizzarci in questo, la frustrazione se siamo costretti ad un lavoro che non volevamo, accontentandoci di fare cose per cui non abbiamo studiato o fatto esperienza. 
Ci sono due movimenti: accogliere-ricevere e sollevare, offrire. (offertorio) E Dio si tiene tutto? no…lo presentiamo a te perché diventi per noi; siamo noi i destinatari: offrendo tutto il nostro lavoro a Dio, Lui lo benedice e ce lo restituisce, ci tratta da adulti, vuole si faccia la nostra parte. Quando uno lavora volentieri e onestamente per sè e gli altri, è benedizione!
cibo di vita eterna, bevanda di salvezza: Vita eterna, Salvezza.
Il nostro lavoro, benedetto da Dio, vissuto con Lui, ci ridona queste due cose fondamentali. Qualità dignità, salvezza,…
Il Signore riceva, diciamo, questo sacrificio…a lode e gloria del suo nome: il nostro lavoro rende gloria a Dio, facciamolo bene, onestamente e con passione… per il bene nostro e di tutta la chiesa. Bellissimo. Ecco il senso dell’offertorio: offriamo la nostra vita, come è, al Signore perché ci benedica e aiuti a viverla a pieno. Ecco perché ringraziarlo e ringraziarci.
Adesso l’omelia proseguitela voi: ci diamo un minuto per ringraziarci. Avete a fianco vostra moglie o marito? i vostri genitori o figli? provate a dirvi grazie per una cosa, guardandovi negli occhi…anche se avete un vostro amico o una persona che conoscete. Se siete qui da soli, nessun problema, rientrate in voi stessi e offrite al Signore nel vostro cuore un grazie per una persona ed un motivo.
Abituiamoci a farlo più spesso, senza pudori o imbarazzi…pensate se quella persona non ci fosse più o quando non ci sarà più…il rammarico per non averlo fatto… ringraziarci fa bene. Ci fa vivere giorno per giorno l’eucaristia, fa bene alla nostra fede, alla nostra autostima, alla nostra vita.