XXVIIa Domenica T.O. – C

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

 

270915

In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 17, 5-10
In quel tempo gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».
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Si, avete capito bene:   .
Non è un punto, lo so bene; anche se il tasto è quello. (appunto)
Questa, >>>  .    è la dimensione di un granello di senape   .
Provate a toccarlo sul monitor e sul display. Diamo un po’ di bidimensionali a questa goccia.
Messa così ti viene da mandarlo a quel pane, Lui e la senape. Non è nemmeno grande così!
E anche il gelso, cioè il moraro. Alle fiamme!!!!
Eppure sembra amabilmente prendere in giro i discepoli che vogliono accrescere la loro fede. Tanta, poca, spesso nel parlare comune ci perdiamo a disquisire sulla nostra fede.
Sulla quantità o sulla qualità della fede. Personalmente non mi interessa. E’ una cosa viva e quindi, per definizione, evolve, cresce, si custodisce, si conserva, fermenta, rallenta, nasce.. forse l’unica cosa che non fa è morire.
E’ un desiderio bello però, nasce dal bisogno di sentirsi diversi, di guardare la realtà da altre prospettive, percepire una presenza e vivere di conseguenza.. senza più sopravvivere in maniera superficiale o simili.
A me spesso viene detto che ho fede in automatico; non è vero. Sento che ne vorrei di più? Si.. come una maggiore capacità di affidamento e abbandono fiducioso alla Provvidenza.
Per me è questo. Pensare che il mondo lo ha già salvato Lui, il Risorto; che noi dobbiamo collaborare e crederci. Che il Padre è provvidente. Ma non devo cercarlo ne vederlo ovunque.
Che qualche cosa la si può anche non capire.. e stare bene lo stesso.
Che vivere da servo inutili è come un fragoroso rutto. Dire.. chi se ne frega se non ti danno ragione, se non ti capiscono, se non ti salutano o cercano.
Se nessuno si è accorto di quanto sei bravo, sagace, impegnato, preparato o sprecato. Se non si sono accorti che stai facendo tanto e bene o poco e malvolentieri.
Servo inutile. “Episodio di servizio” direbbe don Antonio Marangon (biblista trevigiano).
O la vivi come una liberazione o come un oltraggio.. all’idolo del grazie, bravo, bene, bis..
Non mi riesce sempre.. ma un bel rutto ogni tanto libera da tante cose inutili.. appunto, come noi. Inutili e amati. Gratis.
Quanto dovevamo fare. Dovevamo? O non potevamo fare a meno di fare? O non vedevamo l’ora di fare, al di là di tutto..
Il senso.. magari lo sentissimo davvero così, sai che bello.. dovevo.. era non solo necessario ma era per me l’unica cosa indispensabile…
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XXVIa Domenica T.O. – C

(Tempo di lettura previsto: 4 minuti)

vescovi

“Credi in tutte le buone cose
Che il denaro non può comprare
Allora non ti verrà il mal di pancia
Per essere stato servile  …”
In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 16, 19-31
C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
La porpora era il segno del potere e del lusso; era una stoffa rarissima, dipinta con un raro pigmento estratto dai molluschi del Mar Rosso; per gli ebrei poi di porpora era rivestito solo il Santo dei Santi, la tenda del convegno, il luogo in cui era presente Dio (le tavole) nel tempio.. quindi qui Luca ci sta facendo comprendere la ricchezza enorme del tizio; anche Gesù sarà vestito di porpora, per prenderlo in giro,  come segno di regalità e potere.
Purtroppo, ad oggi, si continuano ad indossare vestiti simili.. e non per il colore, che per noi è comunque un frizzante fucsia! (cfr. immagine)
Il brano di oggi può far nascere in noi la stessa reazione che abbiamo sentito nel tizio. Curioso che Luca non gli dia un nome, ma solo quello che ha: è ricco.
Ultimamente la rete ci offre articoli che presentano i cosiddetti “rich kids” cioè i figli dei ricchi nel mondo e in Italia, che fanno altro che spendere, sprecare e ostentare usando il web come palcoscenico. E’ la stessa cosa.. non hanno nome, al limite un cognome. Ma sono solo “rich”.
Vediamo che succede e cosa possa significare per noi.
Essendo giunta quella che il principe de Curtis, Totò amava definire “ ‘a livella”, ecco che il nostro tizio inizia a comprendere come girano effettivamente le cose.
E vista la mal parata vorrebbe che Abramo andasse dai parenti.. ma gli viene detto che ci sono le Scritture e i profeti. E che nemmeno se accadesse il miracolo che uno tornasse indietro.. bastano le Scritture. Lui insiste, ma..
Oggi noi potremmo forse leggere (non ascoltare) questo brano facendo lo stesso: prendendolo sottogamba, come se non ci bastasse la Scrittura, aspettando qualche segno straordinario cui delegare la nostra poca voglia di metterci in discussione. In realtà speriamo che segni imponenti ed evidenti (fa rima con “violenti” cioè che fanno violenza) ci convincano e costringano a credere e magari quindi a convertire qualche nostra impostazione di vita mortifera.
Come domenica scorsa anche oggi Luca ci chiede di riflettere sull’uso che facciamo dei beni, del possedere, dell’accumulare. Di come ci faccia sentire forse più sicuri, più belli, importanti, appariscenti, di come tutto appaia indispensabile, ineliminabile, incondivisibile..
Anche oggi forse il Vangelo ci offre la buona notizia che noi valiamo di più e oltre. E abbiamo bisogno e voglia di un nome, non di un aggettivo.

XXVa Domenica T.O. – C

(Tempo di lettura previsto: 4 minuti)

come-cambiare-001

Change your mind (Hot Fuss) – The Killers, 2006

In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 16,1-13
Diceva anche ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
Pagina sempre strana, un po’ imbarazzante.
Gesù sembra elogiare un amministratore disonesto e mettercelo davanti come un modello.
Calma; l’amministratore è scaltro, in modo disonesto. Si può pensare però che si fosse arricchito facendo, come i pubblicani e Zaccheo e Matteo, la cresta ai vari debitori.
E che quindi in realtà quel che fa saltare è solo il suo guadagno. Le cose così cambiano di prospettiva. Il caso pare così concreto da poter essere stato un fatto di cronaca preso a modello da Gesù. Ma la cosa che mi pare più interessante è che il nostro è riuscito ad essere scaltro perché ha saputo rinunciare al guadagno per valorizzare gli amici e le persone, creandosi così una via d’uscita. Fare del bene agli altri prima che pensare per sé stessi. Sa investire su un bene che dura, le relazioni, non le cose.
Mi pare questa una cosa degna di nota. Le persone prima che le cose. Investire in questo con la speranza che questo gesto non andrà dimenticato. Anzi.
Un detto poi letale e geniale, a mio parere è quello scomodissimo della fedeltà.
Essere fedeli nel poco. Non importa se rubano tutti, se altri fanno peggio, se a roma.. i poiiiiticiiii, se tanto cosa vuoi che sia, tanto non cambia niente, tanto non se ne accorge nessuno, tanto è un mio diritto, tanto me lo merito, tanto
fedeli nel poco per essere fedeli nel molto. Comportarmi al meglio anche quando son da solo, nel mio ufficio, in casa.. non sprecare acqua, cibo o carta, non portarmi a casa del materiale dal mio luogo di lavoro perché cosa vuoi che sia.. ecc. ecc. ecc.
Un principio universale di responsabilità eccellente.. diventare il cambiamento che vorremmo vedere negli altri: l’unica cosa che possiamo fare partendo da noi e per noi.