Maria Madre di Dio – A

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

291216

In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 2,16-21

In quel tempo i pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.
Il fatto che sia la fine dell’anno vince su tante cose… l’arrivo sul crinale tra i due anni è sempre assai suggestivo; è inevitabile fare somme e tirare bilanci. Sono auguri laici, sociali, esistenziali, personali.
“Buon Anno” tutti capiscono cosa significhi e tutti dicono quel che sanno di dire. Da giorni i mezzi di comunicazione ci ricordano come è andato il 2016, l’annus horribilis per i musicisti…sappiamo a memoria la formazione dei morti…
e credo che ci sia qualche immortale che attenderà questi ultimi giorni cercando le monetine nelle tasche dei pantaloni… tra l’altro nessuno ha parlato dei musicisti che son morti in Russia nell’aereo..il coro dell’armata rossa…mica pizza e fichi… RIP.
E poi ci si prodiga a fare le previsioni, metereologiche o metereopatiche o degli oroscopi cialtroni per dire che ne sarà del 2017, avendo Mercurio e Giove a braccetto o Saturno di passaggio e cagate varie…
Allora al di là di tutto e del cenone e degli auguri… mi piace ricordare che chi verrà alla prefestiva potrà ascoltare e cantare (meglio) il glorioso inno del Te Deum… un inno che fa del ringraziamento e della lode il suo sunto.
Guardo a questo vangelo: scosse di assestamento sul mistero del Natale celebrato e che stiamo vivendo nell’Ottava…
Mi perdo su quel verbo “adagiato”: che poetica delicatezza. Non l’hanno messo… ma adagiato. Io che fatico a prendere un braccio un neonato perché mi sembra sempre troppo delicato per le mie mani grandi e pelose…mi pare di romperlo, ho il terrore di farlo cadere o di fargli male…
Maria custodiva e meditava. Custodire, le cose preziose, come una formica, risparmiare, custodire…proteggere, conservare, ricordare bene. A noi e alle nostre chiavette USB fa bene darsi del tempo per rivedere le cose belle o meno dell’anno, quelle che ci han fatto crescere, patire, sognare, maturare, vivere, appassionare, incazzare…finire l’anno scegliendo cosa custodirò perché prezioso, sofferto, importante. Renderlo mio patrimonio esistenziale. Meditandole… assaporarle, metterle in ordine, tenerle vive. Custodire non basta; non siamo magazzini ma nemmeno banche con le cassette di sicurezza. Se non medito…non le metto in connessione col mio processo di crescita, sviluppo, maturazione…
Che ciascuno di noi possa trovare in questi giorni un po’ di pace per coniugare questi due verbi nella propria vita…e tanti pastori che ci raccontano cose belle della fede e ci annunciano la verità della Bellezza di Dio per noi.
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“In cosa i vostri figli vi hanno stravolto la vita?” – Omelia Giorno di Natale 2016

261216

per restare in tema..   https://youtu.be/rlY_B9WC2t8

In cosa, concretamente, i vostri figli hanno sconvolto le vostre vite??
Andrea fa di tutto per rientrare prima dal lavoro, Marco non va più in discoteca, Filippo si è messo a far volentieri cose che riteneva disgustose…l’esperienza della paternità ha meravigliosamente sconvolto questi miei amici. Col cuore colmo di stupore e gioia, a volte gli occhi lucidi, tutti mi hanno assicurato che questa è davvero una cosa grande. Avere il proprio figlio tra le mani li ha fatti crescere, maturare, rimettersi in carreggiata o in cammino. Sono concordi sull’essere diventati grandi. Quel figlio ha come accelerato in poco tempo un processo di crescita e assunzione di responsabilità. Li ha fatti smettere di essere bambini o adolescenti e li ha trasformati in uomini. 
So che ci sono applicazioni virtuali per cellulari che ti fanno adottare e accudire un cucciolo o un bambino, anni fa era il boom del tamagotchi…c’è una saggezza e un’intuizione sotto.
La pedagogia del gioco per imitazione e identificazione. Come quando la bambina gioca con le bambole, si gioca a fare la mamma ed il papà..e questo aiuta a crescere, identificandosi. 
Non si cresce e non si matura se non imparando a dimenticarsi di sé e prendersi cura dell’altro…fosse intanto anche solo per gioco.
Nulla di nuovo, direte. Certo, però molto bello. Qui dietro c’è lo zampino geniale di Dio: ecco la sua pedagogia con noi. Lui lo sapeva. Ha iniziato tutto così. 
“Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il figlio unigenito, nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato”, dice il vangelo di Giovanni.
Il Natale è esattamente questo: Dio si offre a noi donandoci suo figlio. Quel bambino è il suo biglietto da visita definitivo, la sua ultima parola. E chiedendoci di accoglierlo, non solo ci mostra il suo vero volto, ma anche il nostro. Cosa intendo? Che ci educa. 
Ci fa diventare grandi, nella fede e nella vita, assumendo la stessa sua prospettiva, favorendo quello stesso processo di crescita e l’assunzione di responsabilità. La sfida e la promessa è che tutto questo ci renda felici, ne valga la pena.
Rileggiamo da qui, oggi, la vita cristiana e questo Natale.
   Abbiamo sentito nel vangelo: “A quanti però l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”…
Sono decenni che ascoltiamo questo vangelo ma continuiamo a credere che essere cristiani sia fare tante cose per Dio e per gli altri. Ci hanno insegnato così, ci giustifichiamo. Abbiamo ascoltato tutti tranne il Signore e il suo messaggio. (il mondo non lo riconobbe, i suoi non l’hanno accolto, ricorda infatti Giovanni)
  Non si cresce ne si diventa “figli di Dio” a furia di messe, preghiere, ne capendo delle cose…ma accogliendolo.
Dio non è un pacchetto di princìpi da sapere, valori da mantenere o tradizioni da rispettare. Non è lassù, estraneo o distante.
Ci ha donato un bambino: ecco la sua ultima parola, quella definitiva. Quel bambino è diventato per noi il Cristo della fede, la password con cui accedere al mistero di Dio stesso e incontrarlo e viverlo come un Padre. Giorno per giorno.
Un bambino ha insegnato ai miei amici a diventare adulti. 
Un bambino, Gesù, insegna a ciascuno di noi a diventare cristiani. E questo per noi non significa altro che figli di Dio. Solo per questo, per tale sua iniziativa, noi siamo chiamati a vivere Dio come un Padre e le relazioni tra di noi, come fraterne. 
La nascita di Gesù non ci chiede di essere buoni. Ma di essere fratelli. Per essere bravi e buoni, bastano il panettone, le renne, le lucette e l’atmosfera standard del natale da centro commerciale.
   Per essere cristiani e figli, basta Gesù: donandoci il suo spirito, attraverso la fede che possiamo vivere ogni giorno, nella carità, nei sacramenti e nel guardare la realtà con la Sua luce, noi continuiamo a vivere Dio come un Padre, riconoscendoci figli.
Essere cristiani allora significa maturare come persone di qualità diversa dalle altre, buona: ecco la vita eterna!
Dio è geniale. Non vuole che ci arrampichiamo verso di Lui in cielo a furia di sacrifici e meriti. Ma vuole che innanzitutto impariamo ad accoglierlo. Qui, sulla terra, mentre ne parliamo. E si fa questo permettendogli di toccare le nostre vite. In maniera inaudita.
Se ci pensate, è anche quanto faremo tra poco quando, venendo con le mani “a mangiatoia” lo accoglieremo tra le mani, nell’ eucaristia, quasi prendendolo in braccio per farlo entrare nella nostra vita e diventare parte di noi. Natale significa nascita. 
Ecco cosa ci stiamo augurando. In ciascuno di noi possa esserci la disponibilità ad accoglierlo.  Lui che è grande si è fatto piccolo, noi, che siamo piccoli, diventiamo grandi, nel suo nome. Siamo divini, perché messi in grado di dare la vita. Come i miei amici. Che sono diventati grandi…o cristiani, come noi.
Buon natale. 

“Gesù, che password..” – Omelia Notte di Natale 2016 – A

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La notte di Natale è un viaggio. Ci siamo messi in cammino per venire qui, lasciando il tepore di casa e la compagnia del cenone. Un viaggio dalla notte al giorno, dal buio alla luce. Lo aveva predetto Isaia, nella prima lettura: “il popolo che camminava nelle tenebre” cioè al buio. Il buio fa paura, ti disorienta, non sai come muoverti, hai paura di sbattere. Come non rileggere così la realtà in cui siamo immersi e nel quale continuiamo a camminare?
Ad es. per la paura spesso chiudiamo gli occhi, per non vedere: penso allora oggi agli attentati terroristici, che accada qualcosa di male a noi o peggio, ai nostri cari; alla crisi economica, alle tante aziende in difficoltà, anche locali, più o meno famose, alle persone in cassa integrazione, alla paura di quanti non sanno cosa troveranno dopo le vacanze, a quanti vivano situazioni lavorative difficili, di sfruttamento o disagio, perché messi “tutti contro tutti” da un imminente licenziamento o un esubero in stile decimazione. Alla paura che un esame medico ci consegni la diagnosi di “quella malattia là”…
Penso poi alla rabbia: spesso si dice “non c’ho più visto”…alla violenza, fisica o verbale nelle nostre famiglie, alla rabbia del non poter lavorare o del doversi sempre accontentare e viver di conseguenza, a quel senso di impotenza e disgusto che monta in ciascuno di noi al sentire le solite notizie: corruzione sistematica, l’illegalità, da Roma a Milano a Venezia col suo Mose e non solo, agli abusi nelle cave del nostro comune, alla gente che vive come quelle aziende: scava, ruba, imbroglia, prende anche se non può, perché essere furbi e non vedere i diritti degli altri o i propri doveri è sempre troppo comodo. Alla rabbia per le ingiustizie finanziarie ed economiche ai danni delle nostre piccole-medie aziende magari da chi le dovrebbe aiutare e invece le condanna in maniera illecita con accertamenti fittizi, alla rabbia per un Veneto invaso più dal cemento e dai centri commerciali inutili che dagli immigrati; penso alle condizioni di inquinamento e crisi ecologica nel quale siamo immersi, al buio dei sogni infranti, dei fallimenti affettivi, dei vicoli ciechi in cui ci siamo andati a cacciare tra alcool, gioco, pornografia, sostanze e overdose di internet e videogiochi, alla rabbia di fronte alla realtà manipolata ad arte da certi mezzi di comunicazione o dai soliti politici fanfaroni, ai soprusi o alle disuguaglianze sociali, alla rabbia perché non ci sono mai i soldi per nulla, se non per salvare l’ennesima banca, ma non per finanziare una carrozzina o passare un farmaco costoso. 
Penso a quando, poi, diciamo che l’indifferenza renda ciechi…fai finta di non vedere, si dice, no? diventa abitudine pigra a non stupirsi ne indignarsi più di nulla. “Perché tanto…”, diciamo, di fronte a sprechi, scandali, soprusi: il buio ci fa fermare, paralizza.
Paura, rabbia, indifferenza: in quante occasioni, sentite, siamo al buio, disorientati, stanchi. Eppure il popolo camminava, dice il testo, cioè le cose vanno avanti, pur in tali condizioni. E arriva il Natale e questo buio rischia di farcelo vivere da animali, come un diritto quasi da rubare alla religione cristiana, mendicando buoni sentimenti, recriminando scampoli di felicità da celebrare e consumare con riti vuoti che alla lunga danno nausea e indifferenza, portandoci all’eccesso di un Natale da voler evitare a tutti i costi perché inutile, vuoto, ipocrita. Com’è il proverbio?Buttare con l’acqua sporca anche il bambino…il vero festeggiato.
Feste tremende queste, per le persone sole e incompiute, per i posti vuoti a tavola per lutti recenti, per i silenzi e l’indifferenza nella vita di coppia o coi figli o tra parenti, per le sofferenze e le situazioni assurde o maledette, immeritate e strazianti.
Il rischio, vedete, è di continuare a vivere al buio, come una sorta di apnea, senza respirare ne pensarci per tutto l’anno e poi accontentandoci “almeno a Natale” di essere uniti, felici, generosi e sereni. Per poi riprendere una vita al buio, di paura, rabbia e indifferenza. “Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”, continua Isaia. Mi domando se possa esserci un annuncio più bello e necessario, oggi. Abbiamo bisogno di luce! 
Per la fisica il buio non esiste, è solo assenza di luce.
Ecco la grazia che Dio vuole farci con questo ennesimo Natale. Lo dice Paolo, nella 2a lettura: è apparsa la grazia di Dio, porta salvezza a tutti gli uomini. Ci illumina nel riconoscere le cause del buio, a rinnegare l’empietà, dice, cioè le cose superflue, ingiuste e dannose…a fare la nostra parte. A vivere in maniera sobria, responsabile e misericordiosa. Con noi stessi, con le cose, il creato e gli uni per gli altri. 
E questa luce? e la grazia che ci porta? dove la troviamo? Proprio in quella mangiatoia. Ecco, Luca, nel vangelo, e il nostro viaggio dal buio alla luce si compie. La notte di Betlemme è scossa da un fremito di luce, è nato un bambino. Ecco l’ultima parola che Dio ha detto per noi, ormai 2017 anni fa. Da allora… Gesù Cristo è la password per accedere al mistero di Dio.
Oggi è nato per voi un salvatore. Vuole salvarci da quella paura, da quella rabbia, da tanta indifferenza. Gesù non vuole che viviamo più al buio. Ecco la nostra fede. Pensate alla veglia del sabato santo, la chiesa buia , infilzata dalla luce del cero pasquale ad annunciare Cristo luce del mondo. 
La realtà nauseante e tremenda, ma concreta e reale in cui siamo immersi e che ho brevemente descritta…non cambierà miracolosamente ne svanirà ma ci viene riconsegnata, illuminata da una luce diversa…
Carissimi scegliamo ora di non voler più essere schiavi del “almeno a Natale”.  Chi continua a dire così vuol vivere schiavo della paura, della rabbia, dell’indifferenza. Questa non è la fede cristiana. Non è nemmeno umano!
Quel bambino non lo potremo abbandonare assieme ai chili in più, buttandolo come la carta dei regali ma vuole che prendendoci cura di Lui, nella fede, impariamo a prenderci cura di noi, da adulti, da cristiani consapevoli e cittadini responsabili. Da adulti, autentici!
Avere il vangelo come libretto delle istruzioni, l’eucaristia come ricostituente, la nostra coscienza dove Lui parla per primo come navigatore, il sacramento della riconciliazione come tagliando, la carità come palestra, la comunità cristiana come autogrill, il mondo come orizzonte, il regno di Dio come meta.
La notte di Natale è un viaggio. Ci si è messi in cammino per venire qui, ne torniamo illuminati da una presenza che con noi vuole guardare a quella nostra realtà: non almeno a Natale ma a partire dal Natale cioè da questa nascita, per noi. Gesù viene a riempire il buio della paura, della rabbia e dell’indifferenza. Offre alla nostra vita, nella fede, una dose di speranza, pace e luce. Lasciamolo brillare in noi. Nulla sarà più come prima.
Buon Natale