Un biglietto gradito…Va Pasqua-B 2018

 

 

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Facciamo un pugno con la mano e guardiamolo: la medicina ci dice che il nostro cuore è grande così. Il motore della vita e dell’amore finché batte è questo, grande come un pugno.

  Nei primi anni 2000 sono in seminario: i conti non mi tornano più, un periodo introverso, confuso, di crisi, manca poco ma non riesco più a guardare avanti con serenità. Un pomeriggio rientro in camera, inquieto e spaesato; sulla scrivania un biglietto, scritto a mano: “Dio è più grande del nostro cuore”. L’abbiamo sentito nella 2a lettura, le parole dell’apostolo Giovanni.

Me l’hanno lasciato due compagni di viaggio, dopo avermi percepito a lungo in difficoltà. Uno spiraglio di luce, un punto di vista diverso: Dio è più grande del nostro cuore.

Potrebbe sembrare una frase ovvia: si sa che Dio è grande, infinito onnipotente, eterno ma questo non ci aiuta molto ne sostiene.

Siamo abituati a dirlo nella liturgia, ci han sempre raccontato un Dio così, lassù tra le nuvole, distante, serio o peggio…indifferente ma questo non ci è mai concretamente servito a nulla.

Potrebbe sembrare una frase irritante, nello svalutarci, a noi che siamo abituati a sentirci quasi a posto, a gestire tutto, indaffarati e affannati, a tenerLo buono e fare tante cose cristiane per Lui e per la parrocchia…

A me sembra una frase bellissima, da cogliere nel senso che l’apostolo gli dà e nel suo contesto: sta invitando a non amare a parole ma con i fatti e nella verità; come quando Gesù ammoniva che «non chi dice Signore, Signore ma chi la fa volontà del Padre mio».

  In quel periodo sentivo la mia vita, il mio cuore, troppo piccolo, angusto, meschino. Non mi andavo bene: stavo facendo il peggiore dei bilanci sulla mia vita: quello fatto da solo! sentendomi sbagliato, abusivo, insufficiente, incapace, non all’altezza. Vi succede mai? Vi siete sentiti o vi sentite così?

Dio non c’entrava niente: era un argomento da studiare nei libri, di cui discutere, per cui fare delle cose, un destinatario muto dei miei sforzi ma non aveva nulla da dirmi. Molti a volte, percepiscono la propria vita così: disillusi, tiepidi, rassegnati, in balia di sé stessi e dei propri bilanci fallimentari e asfittici. Vengo a messa ma poi, per il resto, che sapore ha la mia vita? dove sto andando? che c’entra Dio? Io faccio il mio, non si sta bene lo stesso, senza di Lui?

 Ma Dio, ricorda la lettera di Gv, conosce ogni cosa: invita ad amare con i fatti, cioè fare la Sua volontà, ce la offre Gesù, avere il suo stile di vivere la fede nel Padre e le relazioni quotidiane con le sorelle e i fratelli. Questo ci smuove dentro. 

Ci fa alzare la testa da noi stessi.

 Nella verità: vivendo così ci sentiremo autenticamente umani e potremo rassicurare quel nostro cuore su chi siamo davvero, davanti a Dio. Come un orizzonte in cui collocare la propria vita, una consapevolezza diversa da assaporare..se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, cioè se stiamo cercando di amare così…abbiamo fiducia in Dio. Un po’ come riconoscersi tralci di una vite più grande, per portare frutto. Un invito, pressante nel vangelo, a rimanere. Si, rimanere in questa prospettiva, in quei fatti e in quella verità: siamo tralci e Dio è più grande del nostro cuore, ci comprende, ci ama come siamo, accompagna e fa vivere. Così la sua grandezza non è umiliante ma indispensabile!

 Gesù ricorda ai discepoli che nulla di ciò che ci è esterno, nella nostra realtà, è cattivo o impuro ma è il cuore dell’uomo a farlo tale, servendosene male o per un fine cattivo…nel nostro cuore abita un bisogno bello di amare, di prenderci cura, di contemplazione. Il Dio che Gesù ci annuncia sa trattare con delicatezza le cose piccole e preziose, come i germogli e i tralci, 

i nostri cuori, soprattutto quelli sgualciti dalla vita, per permettere loro di portare più frutto possibile; e di non buttarsi via o marcire, facendo bilanci sbagliati, comunque provvisori.

La sua grandezza è a nostro favore. Sa di creatività e futuro.

   Dio è più grande del nostro cuore: da allora queste parole per me hanno un sapore e una speranza speciali. Sono diventato prete assieme ai due amici che me le dedicarono. Ora siamo confratelli e cerchiamo, nella semplicità appassionata dei nostri ministeri pastorali, di continuare ad assicurarlo alla gente. E di viverlo.

Spesso mi pare sia l’unica cosa che vale davvero la pena di fare.

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VIa Domenica di Pasqua – B

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

In Ascolto del Santo Vangelo secondo San Giovanni 10, 11-18

In quel tempo, Gesù disse «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Il problema non è se Dio esiste o meno; se posso toccarlo, vederlo, sentirlo o meno. Se risponde o meno alle mie suppliche. La questione, secondo me, si fa interessante quando ci viene annunciato che non esiste ma ci vuole bene e ci ama. Questo fa cambiare le cose. Allora le cose si spostano…dalla disquisizione filosofico-teologica se Dio esista o meno alla questione se tu voglia o no lasciarti voler bene e prendere cura.
Questo credo sia il vero annuncio. Non ci cambia la vita se una persona esiste..ma ci provoca se ci dicono che a questa persona piacciamo e ci vuole aiutare.
Lo rifiuti? ti fidi? ti lasci andare? si? no? e perché si? e perché no?
L’immagine del pastore è molto bella; chi si prende cura, accompagna, accudisce, sostiene, guida. Nelle nostre parrocchia parliamo di “Pastorale”.
Le nostre attività pastorali (catechismo, scout, grest, sagre, liturgie, caritas, gruppi, capiscuola…) fanno trasudare il volto di un Dio così appassionato?
O sono solo i nostri feudi privati in cui salendo sul palcoscenico da padroni, facciamo come vogliamo noi aspettandoci l’applauso?
Due volte insiste Gesùbbbello..sul dare la vita: sentiamo che ci viene chiesta un po’ di vita anche a noi? non di morire ma ..il sacrificio, la fatica, l’impegno, l’abnegazione…il sapersi far da parte e per umiltà e per una causa più grande di noi….
Inoltre…su di noi, sentiamo che Lui vuole prendersi cura di noi? glielo permettiamo?
Infine la frase finale ci riconsegna il volto di un Dio che vuole che suo figlio si prenda cura di noi… non che esiste.
meditiamo, gente, meditiamo

Non basta saper leggere.. – Omelia IIIa Pasqua 2018 – B

 

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IIIa Pasqua 2018-B

Abbiamo appena fatto un segno di croce su fronte, labbra, cuore…che significato ha questo gesto che facciamo in maniera automatica? Il sacerdote che annuncia la Parola, dopo aver fatto il segno di croce sulla pagina del Lezionario, lo rifà sulla fronte, sulle labbra e sul cuore. Anche l’assemblea è invitata a farlo, come un forte richiamo che la Chiesa intende fare per sottolineare la grande importanza al Vangelo. La Parola di Dio, va accolta nella mente, annunciata con la voce, conservata nel cuore. 

    Questo è uno dei modi più semplici e autentici con cui vivere da risorti. E’ ancora Pasqua. Non importa come abbiamo vissuto la quaresima..ma come scegliamo di vivere questo tempo di Pasqua! Un cristiano è tale solo se in ascolto di un Dio che prendendo sul serio la nostra vita ci rivolge sempre una parola, una buona notizia, per dare qualità divina alle nostre vite. E noi? ci interessa?  Dio non è muto, siamo noi muti, che non sappiamo dire nulla di Lui e della nostra vita!

   Gesù nel vangelo, a discepoli dubbiosi, stupiti e anche felici, dice Luca che.. “aprì loro la mente…” immagine forte: come si fa ad aprire la mente? eppure la mente è come un paracadute, funziona solo se è aperto. Molto plastica, aprire…è un dono, una fatica, una luce che ci sorprendere, attraverso lo Spirito Santo, è Lui che lo fa, noi non possiamo giustificarci banalmente dicendo che non siamo preti, non abbiamo studiato o ci hanno insegnato così. Rischiamo di credere di più a queste scuse che alla buona notizia del vangelo. Ma così viviamo imbalsamati! E spenti…

   per comprendere le scritture: non basta saper leggere, c’è un oltre! Un contesto culturale che le ha prodotte, un linguaggio da aggiornare, millenni di tradizioni orali e traduzioni scritte, un’intenzione di coloro che scrivevano per i loro destinatari; ecco perché abbiamo 4 vangeli e non uno solo, perché alcuni testi sono “apocrifi” cioè non fanno parte di un canone, cioè non sono nella Bibbia…Luca qui ci sta dicendo che solo attraverso la Parola compresa, Gesù può raggiungerci e rianimare le nostre vite imbalsamate. Allora penso a quante persone, partecipando alla formazione delle nostre parrocchie, ne ha scoperto la forza ed il gusto, iniziando ad ascoltarla anche per conto proprio, grazie a internet, delle buone letture, dei corsi o i libretti in fondo alla chiesa…Ecco perché la liturgia ci chiede di rinnovare sempre questo impegno con quel gesto…stappare…la Parola va…

1-accolta nella mente: Un signore mi confida che da quando è in pensione, considerandosi un bravo cattolico, ha deciso finalmente di legger la Bibbia. Pare una scelta spinta dall’orgoglio, dal dire che lo sta facendo piuttosto che da un bisogno…e che bello sentire che gli sta cambiando la vita, la Parola lo sta convertendo e la considera non più come una cosa doverosa da fare per un cattolico ma una miniera di tesori da scoprire e gustare, che da sapore diverso alla sua quotidianità: dubbi, domande, riflessioni, intuizioni…

2-annunciata con la voce: Riconoscere che la Parola va condivisa: non significa mettere la parola Gesù dappertutto e a caso ma con gradualità scoprire che possiamo essere testimoni di una vita diversa ispirata dal vangelo. Non chi dice SignoreSignore

Effatà: nel battesimo, le labbra che si aprono, per respirare lo SS, per annunciare testimoniare o meglio raccontare.. Solo chi si racconta ci provoca, chi è appassionato ci convince più di chi ci spiega con competenza o ci insegna dall’alto al basso; ma per questo bisogna essere cristiani che hanno fatto esperienza di Gesù Cristo risorto, non solo tanto de ciesa, cha fanno tante cose religiose…o in parrocchia…Infine la Parola va…

3-conservata nel cuore: Giuliana mi racconta che da quando frequenta, la legge, in mezzo alle faccende di casa, anche pochi minuti al giorno, fa esperienza di ascolto; Gesù per questo usava un linguaggio semplice, fatto di parabole, esempi, immagini. Per essere ricordato e citato, al bisogno, come un proverbio.

Io credo che la Parola allora sia come quella famosa marca di caffè di una volta..più la mandi giù, più ti tira su, più la ascolti immagazzinandola, più al momento del bisogno ti aiuterà a capire, in una situazione particolare, come comportarti e vivere…dando autenticità a quello che sei e fai. La Parola non ci risponde ma ci descrive…mentre la ascoltiamo. Senza Parola non possiamo dirci cristiani…Prima di tante devozioni, c’è la parola di Dio per noi. Non ci ardeva forse il cuore…diranno i discepoli ad Emmaus dopo che Gesù ha spiegato loro la sua Pasqua? ardeva…sentirsi gasati, motivati, rinforzati, riscaldati, illuminati dalla Parola.

    Signore Gesù donaci un cuore disponibile ad accoglierti, stappa, apri le nostre menti e le nostre vite all’ascolto urgente e alla comprensione efficace della tua Parola di vita per ciascuno, con umiltà e il coraggio di chiederti -giorno per giorno- di essere realmente una buona notizia per noi.