Xa Domenica T.O. – C

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

goccia300516

Non so se vi farà bene questa scena, è meravigliosamente tremenda.. ma mi ha riportato alla realtà.

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In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 7, 11-17

In quel tempo Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
Due cortei di folla si incontrano alla porte di Nain: da un lato Gesù coi discepoli e la grande folla, dall’altro il morto, con la madre e molta gente.
Pare la resa dei conti. Mezzogiorno di fuoco. Chi segue la vita, chi segue la morte.
Si incontrano al margine della città. Un confine naturale, urbano, un limite, tra il dentro e il fuori, la vita e la morte appunto, la speranza che fa andare avanti e la disperazione che fa chiudere..
Affascinante.
Quella donna: forse sta peggio del figlio. Un tetro trionfo del vuoto e della solitudine.
E’ morta come moglie perché vedova; è morta come mamma perché ha perso l’unico figlio che aveva. Resta solo una donna.
Spesso si dice di una curiosità, in queste occasioni: non esiste in italiano una parola per esprimere, per un genitore, l’aver perduto una figlia, un figlio. Vedova, per il marito, orfano per il figlio.. ma la mamma ed il papà che perdono un figlio..  l’italiano latita.
Pare una condanna? All’anonimato, all’indescrivibile, all’incommensurabile. Davvero “non ci sono parole”..
Gesù tocca la bara. Ben sapendo che avrebbe creato scandalo perché per la religiosità e la cultura del tempo il contatto con oggetti e strumenti funerari rendeva impuri. Se ne frega: la vita deve prevalere, la speranza trionfare, germogliare, pur irrigata dalle lacrime. Usa il verbo che più che essere tradotto con “alzati”, sa di “svegliati”..
Chissà cosa pensiamo di fronte a pagine come queste, ricordiamo Lazzaro. Ma mi pare bello notare, che sia Lazzaro che questo figlio sono morti ancora. Infatti sarebbe corretto parlare di rianimazione non di risurrezione.
Gesù li ha risvegliati per dare un segno trionfale di messianismo, di conferma, di fedeltà all’antico testamento, ma il messaggio centrale era ed è ben più ampio.
La morte con noi vince solo una battaglia. La guerra l’ha vinta Cristo, partecipandoci della sua risurrezione.
Ho ben presente in vita mia alcuni pugni dati volentieri alle casse piene di chi amavo.
Dateli volentieri questi pugni, ma poi guardate in alto. E dite solo “arrivederci”.
“Siamo nati e non moriremo più”, per dirla con Chiara Corbella Petrillo.
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“Pannella, Obama ed il lavoro per i cristiani..” – Omelia Corpus Domini 2016 – C

A bird flies above a gate of the Auschwitz Museum about two weeks before the 60th anniversary of the liberation of Auschwitz in Oswiecim in this file photo dated in January 9, 2005. The sign "arbeit macht frei" (work will set you free) was stolen early December 18, 2009 according to a duty police officer in Oswiecim. REUTERS/Katarina Stoltz (POLAND - Tags: CRIME LAW ANNIVERSARY)

All’offertorio ci sentiamo sempre dire: benedetto sei tu, Signore, 
bontà.. ricevuto pane/vino.. frutti della terra e del nostro lavoro.
Proviamo a capire: Dio ci dona terra e vite, ma chi li trasforma in pane e vino? Noi, col nostro lavoro. Allora stiamo ringraziando Dio per i suoi doni, ma riconoscendo che non sono calati dall’alto. Non fa tutto lui, ma vuole avere bisogno di noi, cioè del nostro lavoro; esso è indispensabile, sacro, trasforma per noi in pane e vino quei doni di Dio. Quando celebrando assieme la messa sentiamo dire ciò, siamo chiamati ad offrire, con la preghiera tutta la nostra vita, in quel pane e vino: il lavoro che facciamo, ci piaccia o meno, fatica, sacrifici, impegno; il lavoro è opportunità che ci permette di vivere, non solo di arrivare a fine mese, ma di realizzarci per quel che siamo, ci serve o abbiamo studiato e faticato. Ci offre dignità, sostegno; per il lavoro e una vita migliore si prende un barcone e si muore nel mediterraneo, si studia per anni, si fatica e rinuncia, si va all’estero, si sopporta di tutto o si rischia la vita e la salute, per garantire ai nostri cari qualità, sicurezza, futuro e opportunità. Come fa a non c’entrare nulla col vangelo, tutto questo?
Pagine bellissime della dottrina sociale della chiesa, documenti papali, il concilio, ci ricordano che il lavoro ci rende “simili” a Dio, è lui che, ricorda Genesi, creandoci ci ha affidato il mondo, “il creato” perché noi lo custodissimo e facessimo crescere.
Abbiamo molto frainteso il lavoro considerandolo quasi una cosa impurA, realtà materiale diciamo, e non spirituale: ma questi discorsi bigotti non c’entrano nulla col vangelo, ne col pensiero della Chiesa. I luoghi di lavoro non sono forse occasioni di crescita, conversione e annuncio? Troppo facile esser bravi cristiani sui banchi della chiesa o in parrocchia, ma è li soprattutto dove il Signore ci chiede di farci pane. Dove viviamo da lunedì a sabato. La distinzione materiale/spirituale è errata, fuorviante e anti evangelica. Gesù ha lavorato e Dio ci ha affidato il lavoro. Il lavoro è sacro. E’ per la nostra vita, non per morire lavorando o per rovinare una famiglia o noi stessi ma per dare qualità alle nostre esistenza.
Non lo dobbiamo lasciare fuori dalla messa o dalla fede, anche perché facendo così staremmo escludendo più di un terzo della nostra giornata dalla luce del vangelo. In questo nostro lavoro che offriamo nel pane/vino ci sta tutto: dalla casalinga al pensionato, dal disoccupato ai voucher, dal laureato centralinista a chi ha dovuto togliere titoli dal proprio curriculum pur di farsi assumere. Come pure la disoccupazione o il mobbing, il lavoro dello studente e quello educativo di una coppia di genitori, il lavoro necessario a ridare dignità e vita ad un carcerato o a un disabile o i lavori socialmente utili.
E’ la nostra vita che si impegna a trasformare i doni di Dio per il bene dell’umanità. E a messa noi facciamo esattamente questo. Offriamo tutto questo a Dio e Lui quello che riceve ce lo riconsegna consacrato. Più forte, purificato, eterno.
Gesù nel vangelo di oggi ha fatto lo stesso: ecco la logica di Dio con noi. Non cala nulla dall’alto, non è un prestigiatore che fa uscire il coniglio dal cappello o il cibo per tutti in maniera magica. Ha accolto il poco che c’era, e che spesso siamo, non lo ha giudicato, ma offrendolo al Signore, (ecco il senso di quel “alzò gli occhi al cielo”) lo ha trasformato per noi. Non c’è miracolo senza condivisione e offerta di sè!
Comprendere oggi allora quel che accade all’offertorio ed il senso del “fare la comunione” è prezioso. Gesù che si fa corpo e sangue, cibo per noi, a partire da quel che siamo. Rende sacro il nostro lavoro, ci viene a sfamare. Venire alla comunione è un gesto tremendamente concreto. Mi vengo a riprendere in forma di cibo spirituale quel che ho offerto e che Lui ha reso suo corpo. “il nostro sacrificio per il bene nostro e di tutta la sua santa chiesa”.
L’eucarestia non è un idolo da devozione ma è nutrimento a cui io ho partecipato perché io stesso ritorni al mio lavoro in settimana, con animo rinnovato. Cristo cibo dentro di me mi riaccompagna a scuola, al lavoro, a rimotivarmi, ad avere uno stile cristiano, che non vuol dire che domani chiederò ai colleghi se oggi son venuti a messa.. ma affrontare il mio lavoro con una consapevolezza e dignità diversa. Lo farò il più possibile onestamente ed in modo legale, saprò lavorare quanto possibile, rispettare il riposo, non accumulare, non esagerare schiavo del profitto, cercherò di rendere il mio luogo di lavoro ed il rapporto coi colleghi come quel regno di Dio che invoco, vivrò questa sfida come la mia personale conversione, la palestra dove entrare con Gesù al mio fianco per annunciare quel regno.
Obama ad Hirosima, per diplomazia ha fatto bei discorsi, buone prospettive, impegni e progetti, ma non ha chiesto scusa.
Siamo noi cristiani che oltre ad essere brave persone dovremmo ricordare di essere chiamati a saper chiedere perdono e perdonare..
E Pannella? Al di là delle cose più ecclatanti: ricordato perché stava con ultimi, carcerati, emarginati, prostitute, minoranze.. quello cioè che ha insegnato e testimoniato Gesù da 2000. Non ne abbiamo come cristiani il monopolio, certo.. ma mi fa specie che le cose per noi essenziali.. radicali.. ne approfittino gli altri, insomm.. di noi che si sa? Per cosa ci si scanna in parrocchia?
Date loro voi stessi da mangiare, significa che la nostra vita ed il nostro lavoro diventano cibo, fate questo in memoria di me, ci sentiamo dire da anni. Fatevi cibo, per tornare rinnovati a lavorare in settimana, facendovi cibo di amore, pazienza, rispetto, collaborazione, fiducia, trasparenza, creatività, giustizia..
Chiediamo allora al Signore di benedire le nostre vite, possano essere cibo facciamolo in sua memoria, diamo noi stessi da mangiare. Come una mamma che viene munta e spremuta dal proprio bambino.. gli dona vita.. il meglio.

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – C

(Tempo di lettura previsto: 6 minuti)

08-11-15 EMPOLI-JUVENTUS CAMPIONATO SERIE A TIM 2015-16 ESULTA 1-3 DYBALA PAULO

In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 9, 11-17
In quel tempo Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.
Alcuni dettagli..
Gesù annuncia il Regno di Dio: forse tema sconosciuto quasi quanto lo Spirito Santo; amo pensarlo come il mondo come Dio lo ha sognato e ce lo ha affidato. Ecco il Regno di Dio, quello che diciamo sempre che “venga”. Venga il mondo come tu lo hai sognato, dove le persone vivono come te, col tuo stile.  Il regno di Dio è questione di stile, giustizia e misericordia: prima che di preghiere, devozioni, processioni, attività e cose varie.
Guardarsi attorno e costruirlo, intuirlo, frequentarlo, gustarlo. Gesù parla di questo. Noi di cosa parliamo? Per cosa ci danniamo in parrocchia?
Per quale motivo ci scorniamo, dividiamo, erigiamo a giudici e spendiamo soldi, tempo e risorse? E poi?
Le persone che continuano a lamentarsi che oggi non ci son più valori, che siamo nella crisi, che il mondo è brutto e luoghi comuni vari.. che si stava meglio quando si stava peggio e non c’è futuro..
Forse hanno bisogno di sentirsi annunciare che c’è un regno già qui, ma non ancora completo.. che aspetta anche noi. Risvegliarlo.
Da  quella croce non da un trono, con le spine e l’asciugapiedi, non con la corona, con le mani forate dai chiodi, non con lo scettro.
Alzò gli occhi al cielo: non ha detto abracadabra, non ha detto “faccio io”; in quello sguardo c’è tutto il suo cercare il Padre e ricordargli che lo farà nel Suo nome, per fargli pubblicità, col Suo aiuto, non perché è bravo.
E’ il gesto della consacrazione, dell’affidamento, forse anche a volte dell’imprecazione o della perdita della pazienza.. guardi in alto, sbuffando magari,  perché non puoi che affidarti a chi sta sopra, diciamo..
Dodici ceste: esaggggerato; Gesù fa sempre lo “sborone”. Dodici o due non importa; la Bibbia è sempre meravigliosa quando cerca di descrivere l’abbondanza tracimante di bene, bontà, misericordia, pane o pesce.. il messaggio è basilare: ne vale la pena, centuplo, non resterai deluso, nessuna meschinità; Dio non guarda l’orologio, non conta quanti siamo per ordinare le pizze, non tiene conto dei bisogni, ma va sempre oltre.
Abbondanza, totalità, pienezza. Ecco lo stile di Dio, che non ha potuto impedire a Suo figlio Gesù di risparmiarsi, ma gli aveva dato e detto il Suo compiacimento mentre era in fila coi peccatori per farsi battezzare.
Se la tua vita fosse come quei 5 pani e 2 pesci, ti sembrasse poco, insignificante, spenta e atrofizzata.. fai come nel Vangelo: offrila.
Dai te stesso da mangiare. Fatti scannare dal bisogno di attenzioni, affetto, senso, unicità, amore, premura di chi è al tuo fianco.
Il tuo poco diventi cibo. Abbiamo bisogno di quel che già siamo.