Omelia utile: XXIVa to C-2019

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Fermiamoci solo un dettaglio. A mio avviso meraviglioso e delicatissimo. Gesù racconta la parabola della pecora smarrita e fa notare che il pastore, appena la ritrova, pieno di gioia cosa fa? se la carica sulle spalle!

Voi cosa avreste fatto?   (…)  con chi sbaglia…

Non l’ha bastonata per correggere il suo vizio di far quel che vuole, non l’ha punita per avergli fatto perdere tempo né l’ha sgridata o ha perso la pazienza o le ha sbattuto sul muso che “te lo avevo detto, avevo ragione io”. Non ha nemmeno fatto la vittima che se non c’era lui…No! Se l’è caricata in spalla. Si è messo nei suoi panni. Ha immaginato fosse sfinita, spaventata, umiliata, confusa, arrabbiata, disperata. Non le ha fatto la predica, ha fatto l’unica cosa di cui quella pecora aveva bisogno, sentendosi sola e fragile. Le ha solo fatto capire: “sono qui, non aver più paura, lascia fare a me, non preoccuparti, sei salva”.

  Gesù racconta questa parabola a coloro che lo stanno ascoltando.

Luca dice che sono accorsi a lui pubblicani e peccatori. Quelli cioè sbagliati, emarginati, da tenere distanti giudicandoli male (e probabilmente a ragione, comunque!), quelli che una buona mamma insegna ai figli ad evitare, che non hanno nulla da perdere. 

  Penso a quando arrivando qui 4 anni fa, qualcuno mi mise in guardia dal frequentare un certo bar perché “pien de bruta zente”.

 Gesù viene accusato perché sta con loro, anche nell’intimità della propria casa e nella complicità dei pasti condivisi. Questo non va bene a farisei e scribi che mormorano cioè chiacchierano e giudicano. Gli fa schifo quel Gesù che sta con i peccatori considerati maledetti da Dio per quello. E Luca, carogna, fa notare che a loro Lui racconta questa parabola, in tre atti: pecora, moneta, i due figli. Gesù ha voglia di spiegare chi è davvero Dio. Non quello che hanno in mente loro, un dio giusto, rigido, calcolatore, esigente. Che fa le classifiche, conta meriti, distribuisce castighi o aspetta applausi…Ma un Dio che sa amare come un padre e una madre assieme. Che non giudica, etichetta, condanna o critica mai nessuno. Cose che purtroppo, facciamo noi, sentendoci migliori di Dio in persona.

Allora dovremmo capire da che parte vogliamo stare: tra quelli che vengono in chiesa perché bisogna, bigotti, cristiani apatici e meccanici, formali che timbrano, a qualsiasi età, il cartellino credendo così di mettere a posto GC o la propria coscienza…ma poi fuori continuano a vivere come vogliono… e quelli che vengono qui perché ne hanno bisogno. Cioè non sono perfetti o migliori, anzi, son peccatori incalliti ma sanno che fermandosi qui un po’ possono trovare buone notizie e pace. Non hanno nulla da dimostrare, né meriti né applausi da attendersi. Ma possono come essere “presi in braccio, caricati sulle spalle da Gesù e riposarsi, tornare a casa. Siamo qui perché bisogna o perché ne abbiamo bisogno? A tutti noi è successo come quella pecora di sbagliare, perderci, volerci arrangiare; di sentirci magari grandi ed emancipati perché finalmente non dovevamo più venire a messa o comportarci in un certo modo. A tutti noi è successo di sentirci falliti, vuoti, inutili, impotenti. Qui nel glorioso veneto cattolico e lavoratore, i nostri famosi giovani muoiono di overdose il doppio rispetto alla media nazionale. Da cosa scappano? Cosa cercano?

  Quando è l’ultima volta che ci siamo sentiti mordere dalla solitudine e dal vuoto, che non ci siamo piaciuti né accettati, che ci siamo sentiti sbagliati? Non avevamo bisogno soltanto di uno che ci prendesse in braccio e rassicurandoci dicesse…ci penso io, lascia fare a me, non temere. Proviamo a pensarci. Una persona di fronte al quale poter crollare sfiniti ed essere presi in spalla, senza vergognarci né doverci giustificare o spiegare? bellissimo. 

Ecco chi è Dio e cosa vuole fare con ciascuno di noi, soprattutto con quanti si sentano sempre in dovere di essere, apparire, meritare, dimostrare…costantemente insoddisfatti di sé o in balia del proprio passato o in preda a chissà che. Gesù non fa che parlare di gioia e rallegrarsi per annunciare con queste immagini chi davvero è Dio. Uno inquieto finché non riesca a prendere in spalla ciascuno di noi.

Cominciamo almeno ad ammettere che forse possa essere vero e…che magari ne potremmo avere bisogno?

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A chi vuoi più bene? Omelia XXIIIa TO C-2019

 

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Qual era una delle domande più assurde e imbarazzanti che ti facevano da piccolo? “A chi vuoi più bene, al papà o alla mamma?” E restavi lì, cercando con lo sguardo magari i genitori, per rispondere ad una questione…ovviamente assurda!

  E voi oggi? A chi volete più bene? A vostra moglie o al figlio? ai vostri genitori o al marito? al primogenito o all’ultimo arrivato, il più piccolo? A Gesù o a…come se si offendesse se rispondiamo altro. Capite che così non ne andiamo più fuori!

Cosa vuol dirci allora Luca attraverso l’ascolto di questo vangelo? 

Gesù pare scocciato da grandi numeri e facili consensi. 

(Ci dovrebbe far molto pensare oggi, questo!) Si gira e siccome erano numerosi, si insospettisce: “Mi staranno mica seguendo per moda, pare chiedersi, per mangiare pane e pesci a scrocco, per stare in compagnia, perché ho trasformato l’acqua in vino? per qualche guarigione?”. Domanda sempre attuale: perché ci diciamo cristiani? A cosa ci serve? Gesù qui non vuole allontanare nessuno ma cerca di far riflettere tutti: chiarire motivazioni, essere onesti con noi stessi e quindi più liberi. Allora per aiutarli a mettere in ordine e diventare responsabili della propria fede, pone tre condizioni.  Ricordate due domeniche fa? quando chiama “operatori di ingiustizia” quelli che gli dicevano “abbiamo mangiato, bevuto, pregato in tua presenza” e la porta fu chiusa…

Innanzitutto ricorda che essere cristiani significa seguirlo, essere suoi discepoli, non atleti del religioso o del sociale. Seguirlo è diverso che avere le proprie devozioni, vivere la parrocchia come un museo, un palcoscenico o un negozio del sacro.

   La prima condizione è quella appunto dell’amarlo di più… e si ritorna alla domanda iniziale. Non serve un genio per capire che la soluzione non è nella quantità, nessuna competizione, ma nella qualità, nel tipo di amore e nel loro rapporto.

Ovvio che il comandamento onora il padre e la madre resta sempre valido ma ricordate quando andranno da Gesù dicendogli che sua madre e i suoi cari lo stavano cercando? Risponde “chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? chi fa la volontà del Padre mio è per me madre, fratello e sorella” …bellissimo. Ciascuno di noi può esserlo!  Allora Gesù ci sta ricordando di voler essere a servizio della qualità della nostra vita, cioè della relazione con noi stessi e con gli altri. Lui è la garanzia, termometro e strategia di come si possa amare di più e quindi vivere meglio. Essere cristiani se non dà qualità diversa alla nostra vita non serve a nulla: invece vuole offrirci capacità di perdonare, accogliere, costruire dialogo, educarsi, la speranza e la fiducia con cui gestire i rapporti; pensate al matrimonio: con la grazia di Cristo io accolgo te. Lui è a servizio dell’amore per mia moglie, per aiutarmi ad amarla ogni giorno come davvero serve. E’ a disposizione della nostra felicità!

    Il salvatore ci vuole salvare dal restare preda magari di gelosie, rancore, invidia o sensi di colpa. Pensate ad es. quante volte relazioni gestite male (magari tra genitori e figli) logorano la vita di coppia, sfasciano famiglie, rovinano amicizie o rapporti, anche nei lavoro o nel sociale. Ci si ritrova tutti contro tutti. E più soli..

La fede in Lui può aiutarci ad essere più veri e capaci di relazioni autentiche, con spirito critico, comprensione, voglia di costruire, andare oltre, scegliere per il meglio e non con orgoglio o egoismo. Prendendo sul serio il messaggio del vangelo e la vicinanza di Gesù nella preghiera e nei sacramenti, tu vivrai meglio le relazioni, amerai di più te stesso e gli altri, fidati!

   La seconda condizione riguarda il prendere la croce. Ciascuno di noi dentro di sé ne ha una: cioè un’esperienza di non vita, vuoto fallimento, fragilità, peccato, impotenza, dolore. Gesù ci dice: guardala in faccia, non subirla più, non arrenderti ma seguimi. Solo assieme a me quell’esperienza non ti schiaccerà ma potrai non risolverla ma affrontarla e viverla. Non restarne schiavo. Potrai rialzarti e la porteremo assieme. Solo seguendomi, vivendo come e con me, riuscirai a conviverci meglio. 

La terza condizione è simile alla prima, il rapporto con i beni: non vivere da consumatore o nella cultura superficiale dello scarto ma in maniera sobria e misurata, condividendo e imparando ad accontentarti senza ansie né ossessioni all’avere a tutti i costi.

Ecco tre condizioni per seguirlo, se vogliamo come discepoli. Gesù ora si rigira, guarda avanti, riprende a camminare dopo questo sfogo, ci lascia lì, folla numerosa: 

ci rimetteremo davvero in cammino dietro di Lui?

Domenica XXIIIa t.o. C-2019

 

 

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Tempo lettura previsto: 7 minuti

In ascolto del Santo Vangelo secondo Luca 14, 25-33

Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

“Si voltò”: la folla numerosa lo segue. Penso alle grandi masse, sempre alla ricerca dell’ennesimo influencer (i guru non vanno più di moda e nemmeno  i “maître à penser”), alle orde di gente che transita di inaugurazione in apertura (per magnare a sbaffo), alle transumanze dai santoni e dalle madonnelacrimose, o più semplicemente a tutti quelli che vogliono tirarsi la coperta della religione cattolica edellenostretradizioniradiciCULtura e valori ecc… dalla propria parte e sempre in alternativa o contro altri. Oppure a quanti vantano curriculum religiosi e performance del sacro-sociale-filantropico (ho fatto il chierichetto da piccolo!)…

Insomma tutti lì a seguirlo con parole o fatti e lui si volta: io non c’ero. Chiaro. E nemmeno voi. Ovvio. Ma me lo immagino scocciato, un po’ come Bud Spencer quando lo picchiavano alle spalle, che guardava in alto sbuffando e poi faceva partire un nubifragio di sberle e pugni: Gesù si volta, perché Lui è sempre in cammino, davanti, come guida e bel pastore. Si gira dicendo tipo…uffa…ma che volete? ma andate via, su, dai, non scherziamo…non avete capito che non è così facile? e nemmeno scontato. Siete in troppi, siete davvero troppi per i miei gusti: dubito abbiate consapevolezza di quel che state facendo. E poi magari dopo qualche miracolo, la grigliata di pesce e pane a gratis e un paio di lacrimucce commosse e assertive…direte comunque Barabba….

E infatti sbuffando, guardando in alto, sollevando sconsolato le spalle, tira quella “segata” a tutti e ciascuno. O mi amate più di tutti gli altri o non vale. Non serve.

Esigente, il signorino, non c’è che dire: umile e modesto, riservato e a modo, vagamente narcisista e con problemi di onnipotenza o autostima???

Eppure pareva avesse già capito che lo avremmo messo tranquillamente da parte. Non dico nell’armadio ma insomma… possiamo essere così devoti cristiani religiosi lo stesso senza di Lui e del vangelo. Dietro i nostri “ci hanno insegnato così- eravamo abituati così o dobbiamo fare così” mentre Lui continua a camminare, generare, soffiare Spirito e fare nuove tutte le cose (Ap 3)… Non siamo chiamati né a offenderci né a spaventarci ma a fare memoria e prendere consapevolezza. Cosa ci spinge a dirci e sentirci cristiani? Quale esperienza possiamo dire di aver fatto o percepito per farlo?

Discepolo: sembra non ci siano modalità alternative…né tifoso, né simpatizzante, né credente a modo mio o altro.

Amare Lui di più di tutti credo sia amarlo in modo diverso così da poter amare tutti gli altri a partire da questo amore per Lui. Un po’ come quando un figlio si sposa. Inizia ad amare sua moglie o marito come principale e quindi “riaggiorna” l’amore per la propria famiglia di origine. Non viene certo meno l’ “onora il padre e la madre”, naturalmente.

Allora non c’è competizione o classifica ma proporzione: penso alla formula del matrimonio o alla promessa scout (esagerato?). AmarLo significa confrontarsi con Lui, riconoscergli il primato nella mia coscienza…non un amore intimistico, bigotto, idealizzato e disincarnato dalla nostra realtà, dal nostro battesimo che ci rende vero si figli ma anche fratelli e sorelle…o dalla nostra vita in famiglia o altro. Chiedersi poi se Lui è per me qualcuno che ha cuore la mia vita e la prende sul serio o altro… la qualità della mia vita con me stesso, gli altri, il creato e le cose dipende dalla qualità del rapporto con Lui.

A me pare questo, insomma…

 

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