Domenica XXIXa t.o. ’26 durante Cristo

Dal Vangelo secondo Matteo 22, 15-21

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. 
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». 
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Questa pagina dimostra, come dire, la risposta geniale di Gesù. Banalissima ma efficace. Ormai mancano pochi giorni alla Pasqua, coi 12 è già a Gerusalemme, l’intenzione di toglierlo dalle spese perché religiosamente e socialmente scomodo, è già decisa. Cercano solo una scusa per sobillare la folla e lavarsi la coscienza, metterlo contro tutti screditandolo come ciarlatano. Se dice di pagare il tributo, collude coi romani invasori ed occupanti e farà arrabbiare TUTTI gli ebrei suoi fratelli; se dice “fregatevene e non pagate”, fa felici i disobbedienti, ma si mette contro Roma. È comunque fregato. Certo, sulla moneta c’è quel nome, significa che è sua. Come fosse l’etichetta di un giubbotto dei bambini a scuola. Lo perdono? Basta leggere l’etichetta e consegnarlo alla mamma. Così esce a testa alta, tutti contenti, problema risolto. Anche se, a mio avviso, questa frase su Cesare che è diventata un modo di dire, nasconde, nell’abitudine a dimenticarlo, un finale interessante…che invece andrebbe non solo citato ma vissuto. Cosa in noi è di Dio? Cosa possiamo restituirgli, cioè viverlo in suo onore e per Lui, da suoi strumenti? Esempio: ci ringraziano per una cosa che abbiamo fatto con competenza e qualità? Ci lodano per una dote? Sarebbe bello almeno pensare di ringraziare Dio Padre che ci ha dato quella facoltà, dote, pregio, capacità e noi l’abbiamo messa a frutto. Lodare Dio guardando alle nostre opere buone, fargli pubblicità, dargli gloria attraverso il modo in cui condividiamo quel che siamo e Lui ci ha reso…. che ne pensate? alcune cose forse, in noi, potrebbero davvero …evolvere!

No, non c’è nulla da festeggiare in chiesa, siamo cristiani! Omelia XXVIIIa domenica t.o. A ’26 durante Cristo

Sono quasi 100, nella Bibbia i riferimenti ad un banchetto.

Nell’AT esprime il desiderio di Dio di essere in comunione con noi, come nostro alleato; nel NT, Gesù viene perfino accusato di essere un mangione e beone: dal miracolo a Cana ai pasti di festa nelle case, coi peccatori, scandalizzando i benpensanti, all’ultima cena. Fino all’Apocalisse in cui si parla di un banchetto celeste, in cielo.

  La prima lettura lo testimonia, il profeta Isaia sembra non saper più come fare a dirlo, usando una serie di termini specifici di abbondanza e promessa: vivande grasse, cibi succulenti, vini raffinati. Al tempo non c’erano i supermercati e il cibo così era raro e per le persone abbienti…quindi qui è una promessa bellissima per gente che mediamente faceva fatica a mangiare tutti i giorni. 

   Quello di oggi è un annuncio di un Dio che ci vuole nella gioia, con tutte le sfumature possibili di questo termine, che nella Bibbia ricorre quasi 500 volte. Mi domando se come cristiani possiamo raccontare qualcosa di simile nella nostra vita feriale di membri delle comunità. Essere cristiani mi dà gioia, gusto?. Possiamo?

Pensate a quando ci invitano a cena, cosa proviamo, come pure a quanto sentiamo nel cuore quando abbiamo ospiti e ci diamo da fare per loro. È un invito che annuncia un Dio che pensa di noi: Voglio far festa con te, che tu mi senta dalla tua parte, qualsiasi cosa succeda. Io mi voglio prendere cura di te, festeggiare con te la vita che ti ho donato e stai cercando di affrontare; voglio offriti luce, pace, abbondanza, gioia. Voglio tu ti senta degno del mio amore, della mia alleanza, della misericordia con cui ti guardo.

Che tu ti riconosca mio alleato, stia bene, ti senta importante.

Il resto, tutto il resto, viene dopo ma non può prescindere da qui. Altrimenti continueremo a uccidere il figli per avere l’eredità come domenica scorsa…Nessun “cristiano a modo mio”, come va di moda oggi, può arrivare a questo, anzi.

Nessuna più lodevole iniziativa pastorale in parrocchia può far finta di niente: o trasmette questo o sta tradendo quello in cui presume di credere. O indica e accompagna a questo oppure meglio andarsene, come i mercanti del tempio cacciati da Gesù.

Sorelle e fratelli come ci poniamo di fronte a questo annuncio?

Quali resistenze, scuse, giustificazioni sentiamo? Proviamo in noi stupore e gratitudine? curiosità e desiderio di fare tale esperienza di Dio Padre? abbiamo voglia e umiltà di metterci in discussione o restiamo a rifiutare qualsiasi invito al banchetto, come racconta il vangelo, perché noi siamo già a posto o abituati o pensiamo ecc?

Vedete quello che succede nel nostro cuore è proprio quel no grazie di cui parla Gesù. E che il Padre ci chiede di convertire, per accogliere il messaggio di Gesù Salvatore, che ci annuncia una gioia e un gusto possibili qui e ora. E che troverà pieno compimento in cielo.

L’eucaristia qui è una cena, una festa che ci fa pregustare il banchetto del cielo in paradiso, coi santi e i nostri cari defunti.

  Forse il vestito di cui parla la parabola è proprio almeno il desiderio di lavorare su questo annuncio e fargli spazio in noi, per vivere una salvezza e una festa che la nostra comunità è chiamata a far sperimentare e condividere.

“Te copo!” Omelia XXVIIa t.o. A ’26 durante Cristo

uccidere Gesù – gioba.it

   Caro Gesù, te lo dico dopo averci pensato un bel po’. È meglio che lasci perdere. Continua ad essere presente in mezzo a noi in maniera si dice sacramentale e nella nostra coscienza, da risorto, vivo. Ma non tornare giù, qui, coi sandali, i capelli da metallaro e la tunica. Faresti,… lo sento,… una brutta fine. Questa parabola ce lo ricorda. L’hai detta ai capi dei sacerdoti e agli anziani, a quelli insomma che gestivano il potere religioso, come dire… eri in parrocchia, in diocesi. Riusciamo a sentirne la drammaticità?

  Gesù sta predicendo il futuro. In faccia a chi ha già deciso di metterlo in croce. Di toglierlo di torno…e perché?   Sta predicendo il futuro: cioè io sono così e dico le cose, a voi non vanno bene ed eliminate direttamente la fonte che vi disturba.      Sta predicendo il futuro…da due mila anni, fino ad oggi.

Non solo perché poi è successo davvero  ma perché, credo, sapeva che sarebbe continuato a succedere, continuare ad ucciderlo.

Ti ammazzeremo lo stesso. Noi non abbiamo tempo per accorgerci di qualcosa di diverso. Come hai provato a fare 2000 anni fa, dicendo che la fede in Dio era credere in un padre di misericordia che ci ama, ma loro dovevano fare sempre le solite cose religiose per sentirsi a posto col sacro, utili o riconosciuti nel sociale. 

La fine la sappiamo, sei durato qualche mese, poi ti hanno comodamente eliminato, convinti di aver fatto proprio bene. 

Prima ti hanno osannato con le palme, poi hanno scelto Barabba.

  E tu l’avevi colto, raccontando in anticipo questa parabola.

Ti ammazzeremo lo stesso. Lo sento. Che non vuol dire a sassate o in croce. No. A volte mi guardo attorno, ascolto e mi dico che in realtà ti abbiamo già ammazzato, emarginandoti a poco a poco.

 Ignorare una persona, tentare di gestirla a modo nostro, isolarla, dimenticarla…è già rimuoverla, negarla, ucciderla.

Non c’è spazio per te in tante nostre riunioni, attività, gruppi o iniziative.   Abbiamo a cuore i sacramenti e le cose da fare ma non tu e il tuo messaggio.  Abbiamo il coraggio e l’umiltà di dircelo?

  Ci ritroviamo ma non ti invitiamo con noi. O ci sentiamo a posto se abbiamo fatto il minimo, senza pensarci, una preghiera meccanica, così siamo fuori del pensiero.

 Come cane del pastore mi domando: persone che faticano ad avere una vita di preghiera credibile (non solo dire le preghiere la sera se mi ricordo), che non vogliono accostarsi alla riconciliazione perché…, che non vengono mai a messa, che però partecipano ai vari gruppi parrocchiali dove però non si prega mai, né ci si confronta col vangelo, né ci si fanno domande di significato, come quelle del Papa nel foglio… che se ne fanno di Gesù e del vangelo? Perché pare basti essere in parrocchia, nel perimetro, e a posto così perché dobbiamo organizzare le cose per la parrocchia ma lo facciamo senza chiedere aiuto a Dio, cioè quello per cui la parrocchia esiste e che dà mandato di fare quelle cose, annunciate il vangelo…di cui però noi ci appropriamo, per farle come vogliamo noi, senza ascoltarlo anzi rimuovendolo a poco a poco, silenziosamente.  Ecco l’eredità da volere. 

Ti abbiamo dimenticato nelle decisioni, nel discernimento delle priorità, nell’ascolto di quello che siamo chiamati a fare come chiesa prima che come singoli gruppi, nelle attenzioni e nello stile evangelico. Ti abbiamo barattato e tradito nelle cose da fare e da far fare gli altri, in fondo noi stiamo bene lo stesso senza di te. 

Preferiamo il dio delle cose da fare, di cui però sbarazzarci quanto prima. Spesso ho la sensazione che stia tutto in piedi lo stesso senza di te e che quasi nessuno ci faccia caso.

  Chiediamo al Signore di non farci mancare la sua luce per riflettere, perché questo suo appello, dalla parabola, non cada nel vuoto; chiediamogli l’umiltà di saperci rimettere in discussione e avere Lui come desiderio; questo ci permetterà non solo di non continuare ad ammazzarlo ma di sentirlo risorgere dentro di noi.