Mangia la relazione… Omelia Corpus Domini 26

“Padre ma la fate la processione del Corpus Domini?  (baldacchino col telo e i 4 che lo tengono, il prete col velo omerale e l’ostensorio dorato, l’eucaristia, i chierichetti coi ceri, i bambini della 1a com. con i petali di rosa….e via per le strade del paese cantando a dire a tutti, forse…provoco “ci siamo anche noi..ancora”…ecco Gesù, giù il cappello…a marcare il territorio..non so, l’ho fatta tantissime volte… oggi mi lascerebbe un po’… perplesso).

    In qualche modo si, le ho risposto, non sarà proprio una processione ma una festa, la festa della comunità cristiana di Fiera. Dei cristiani di fiera che partecipano alla vita della parrocchia.

Non porteremo Gesù in giro ma come comunità cercheremo di metterci la faccia, quelli che di cognome fanno cristiani a fiera e frequentano più o meno, si danno da fare, sentono di appartenere a qualcosa, la chiesa, la parrocchia di più grande, come orizzonte.

  E quindi mi pare bello e significativo che quest’anno questa nostra festa cada in questo Corpus Domini.

Tanto poteva apparire astratta la Trinità di domenica scorsa, quanto risulta tremendamente e meravigliosamente concreta quella di oggi… si parla di mangiare, bere, di vita piena, di carne da masticare, fare esperienza di pane e vino.

Valori, tradizioni, i curricula cattolici, il passato da cristiano in parrocchia, le abitudini, il rispetto non si mangiano.    Cristo si.. si fa mangiare. mangiare, masticare, fare esperienza, portare alla bocca… esplorare il mondo: le nostre educatrici del nido lo sanno. dai 3 mesi ai due anni…i bambini mettono in bocca di tutto…  per imparare conoscere fare esperienza sentirsi  e sentire…fase orale direbbe la psicanalisi oltre a tante altre cose..

fare esperienza   è uno dei primi modi in cui imparano il mondo che li circonda e ne fanno esperienza.

Noi, pensiamoci, fratelli e sorelle… chi siamo, la nostra identità, la nostra storia, il presente e il nostro futuro, chi siamo?

Siamo la storia delle nostre relazioni. Del modo in cui siamo entrati in relazione con lo sguardo della mamma, la teoria dell’attaccamento in psicologia, come i nostri genitori ci hanno o meno protetto, accompagnato, rassicurato, cresciuto, le amicizie, il rapporto con le figure autoritarie o autorevoli, i care giver, siamo la storia del modo in cui le relazioni ci hanno gestito, segnato, aiutato o condannato… la relazione con gli altri, dalle compagnie belle o brutte da adolescenti e come ne siamo usciti, dagli amici veri ai primi amori a quelli definitivi…siamo passati tutti per relazioni tossiche e persone manipolatrici come pure per…

  insomma siamo la storia delle nostre relazioni, la relazione ci determina, ci rende quello che siamo, la relazione ci condanna o ci salva, zavorra, radici, ali, bellezza, sicurezza, amore e significato.

E Gesù Cristo infatti, si pone a noi, a ciascuno, credente o meno come relazione fondamentale: col Natale ci raggiunge, con la Pasqua ci assicura eternità oltre la morte, con l’eucaristia ci dice ci sarò sempre e comunque, col perdono ci dice ad oltranza, non mi dimenticherò mai di te, non mi deluderai mai…che sono le cose fondamentali nelle relazioni che ci possono salvare o ammazzare, rendere forti o insicuri, fragili o elastici. Gesù si pone in relazione perché conosce il nostro bisogno umano di riconoscimenti, sicurezza, appartenenza, visibilità, protagonismo, pace… 

Gesù che si fa cibo e cibo che non deperisce e che dona vita, non vita biologica ma vita eterna cioè di qualità è una bella provocazione sfida.

Gesù si offre come relazione. Spesso religione non fa rima con relazione ma Lui offre se stesso come relazione fondamentale per la nostra umanità. Per salvarci, anche da noi stessi.

Ci dice “guarda che tu hai fame di relazione, perché sei fatto così, ti conosco.” relazione che non ti faccia sentire solo o isolato o impotente di fronte alla realtà.

E questa è una provocazione ai credenti, contro un rapporto malato, di devozioni e intimismo con l’eucaristia o la religione delle cose da fare per un dio permaloso e lontano nel sacro..lui invece dice prendi, mangia fa esperienza, oltre la religione, che resta solo mezzo.

ma se posso, anche per gli indifferenti alla fede, i lontani dalla religione, quelli che insomma, finalmente riconoscono e ci dicono che loro senza dio stanno bene lo stesso, anche se poi chiedono i sacramenti il battesimo dei figli, il funerale del nonno ecc.

Gesù sembra provocare anche loro perché ci annuncia o ricorda che noi abbiamo bisogno di relazione per comprendere chi siamo e da soli.. di noi,… sappiamo e sapremo poco e forse male

Sembra dire..guarda che ti potresti perdere qualcosa di bello e interessante di te e della tua vita, dammi una possibilità, mettimi alla prova..

relazione… perdono, accoglienza, 

che noi abbiamo fame di donarci, senza paura di perderci o rimetterci… che noi funzioniamo così, credenti o meno, che se non riusciamo ad amare stiamo peggio, se non riusciamo ad essere generativi e condividere quel che siamo e possiamo donare, ci sentiamo spenti e inutili.

che i nostri bisogno di consenso, riconoscimento, attenzione, accoglienza ad oltranza… rischiano di consumarci se non diamo loro risposte definitive… e quel pane, quella esperienza ce lo testimoniano….  

siamo tutti dipendenti dentro alle relazioni, ma è sempre la relazione dalla terapia con gli animali, al volontariato con persone più bisognose, a salvarci.. dalle nostre dipendenze, dai social, dalle’isolamento, dall’apparire…dalle tante anestesie.

Ecco perché oggi è bello esser qui a celebrare la nostra relazione con Gesù sperando fondi sempre di più quella con noi.

ci piacerebbe raccontare che in qualche modo tutti noi abbiamo fatto esperienza di Gesù e questo motiva e sta motivando il nostro essere qui oggi…

la vita di Gesù orienta e illumina la nostra oggi.

Fatti il segno della croce … Omelia Ss. Trinità ’26

Nel nome…

Il segno di croce, è l’inizio e la fine di qualsiasi momento di preghiera: messa, benedizione, un ricordo o una liturgia; passando davanti a un cimitero o ad un carro funebre o prima di mangiare…basta quello, rientrando un attimo in sé .. lo fanno tutti, dal Papa fino al bambino più piccolo delle nostre scuole, tutti più o meno consapevoli. Nessuno può capire fino in fondo cosa stiamo facendo compiendo questo gesto.

Tento una descrizione personale e sommaria ma spero efficace…

    La testa: lì dove in teoria pensiamo, ragioniamo, riflettiamo, la mente, il luogo dell’intelletto, dono dello SS e della ragione, dove possiamo leggere tra le righe quello che accade, decidere come stare al mondo, se passivi o con spirito critico, dove abbiamo la materia grigia o il sale in zucca, dove siamo consapevoli di quello che siamo o stiamo facendo… ma dove hai la testa, rimproveriamo lo sbadato…mettici la testa!

Essere cristiani che pensano, si prendono tempo per valutare, per riflettere, confrontarsi col vangelo o la dottrina sociale della chiesa. Usa la testa! dove possiamo rendere ragione della speranza che è in noi, ci chiedeva Pietro nella sua lettera un paio di domeniche fa. Possiamo leggere, studiare, approfondire, partecipare a conferenze, ascoltare podcast, formarci sulla nostra fede e vita cristiana. Salvatore… 

 poi  La pancia… dove scarichiamo tante tensioni ed emozioni, il “secondo cervello” lo chiamano i medici, dove ci sentiamo le cose, dalle farfalle nello stomaco per gli innamorati all’ansia che ci chiude lo stomaco o alle gastriti da paura o stress…il luogo dove la nostra umanità fatta di impazienza, rancore, desideri, bisogni, speranze si racconta, siamo umani, dove la fame o la sazietà evocano in noi, anche inconsciamente, il bisogno di riempirci e salvarci pensando solo a noi stessi o l’indifferenza e la pigrizia, dove siamo più istintivi e animali, tutto di pancia…

  Infine Le spalle, da dove partono le braccia, dove decidiamo di agire, mettere in pratica, fare, essere concreti e visibili…carezzare, consolare, sostenere, guidare, indicare, respingere o rinforzare…

   Cosa manca?    il cuore! Lì dove ci innamoriamo di tutto, ci appassioniamo, dove forse scegliamo chi e come vogliamo essere, il motore del nostro amore; no in effetti questo cuore non lo tocchiamo facendo il segno della croce, ma è al centro della croce che ci facciamo nel corpo, al centro di un abbraccio fatto di mente pancia e spalle… lo circondiamo e integriamo nella nostra vita.

E allora tutte le volte che lo facciamo, piano, ampio, consapevole

-mettiamoci in mente che Dio è padre e ci ama, non sa fare altro

(Dio ha tanto amato il mondo) fiore calpestato che continua a dare profumo, anzi più lo pesti e più ne emana, 

-mettiamoci nella pancia, dove siamo umani, che Cristo è più umano di noi e tutto quello che siamo non lo scandalizza anzi gli interessa, anzi è Lui la persona umana realizzata a pieno, vivere il più possibile come Lui il vangelo e il rapporto con Dio, ci rende figli e divini, capaci di amare e dare senso alla nostra esistenza, vivere da risorti la nostra umanità. Mettiamolo lì.. mangiamo

dice il vangelo “chiunque crede in Lui non vada perduto” insomma è buono tutto con Lui e nulla va sprecato.

-mettiamoci lo SS nelle braccia, che sia cioè esso ad ispirare il nostro agire, non il nostro buon senso o quello che noi riteniamo ma quanto Lui ci ispira, siamo tempio dello SS, abita in noi, siamo chiamati a prenderne consapevolezza, invocarlo e scegliere come agire, che stile di vita portare avanti con le nostre scelte, le cose da fare con le braccia. Anche così, col nostro modo di agire trinitario…e una maggior consapevolezza dei nostri tanti segni di croce automatici, il mondo sarà salvato, perché siamo stati inseriti in questa famiglia di Dio, unico cognome  di un  padre, di suo figlio e dello SS.   Amen

Soffiare soffiare… Omelia di Pentecoste ’26 -A

La mamma che soffia su un ginocchio sbucciato per far passare la bua o su un boccone caduto per terra, così torna subito buono; soffiare sul brodo caldo per berlo prima o per far asciugare il colore su un disegno, il soffio del vento sulla faccia in bicicletta, soffiar via la polvere dalle pagine di un vecchio libro, in un palloncino colorato, per dare gioia ad un bambino o sulle candeline ed esprimere un desiderio speciale e soffiare piano espirando, per regolare il respiro e ritrovare pace ed equilibrio, o nella respirazione bocca a bocca per salvare una persona… ma c’è un altro gesto che mi emoziona sempre:

   …il giovedì santo, nella messa del crisma, il vescovo consacra gli olii santi e per farlo, su quello destinato alla cresima, olio del crisma, prima mette dei profumi speciali e poi, chinandosi lentamente, ci soffia dentro il suo respiro, ci immette lo Spirito Santo. È un gesto semplice ma molto evocativo. Quell’olio con cui siamo stati cresimati, ha profumato la nostra vita cristiana di buono.   È l’olio con cui ieri ha unto la fronte e profumato la vita di 46 cresimati/e delle nostre comunità in una cattedrale piena.

  Un soffio: la prima cosa che parla di Dio nella Genesi, la sua prima azione, il suo respiro aleggiava sulle acque, Dio sta per iniziare a creare tutto, con quel suo soffio potente di vita.

Il soffio, come il vento, evoca la presenza di Dio nello Spirito Santo, una presenza invisibile direttamente, non palpabile ma riconoscibile nei segni che compie e negli effetti che produce. Foglie che si spostano, bandiere che sventolano, cuori che decidono, atteggiamenti che si convertono, comunione da scegliere.

  Dio con noi non è mai esplicito, oggettivo, inconfondibile ma sempre delicato, fermo, appassionato. Provoca e suggestiona, ecco la sua pedagogia adulta con noi. Come a Mosè nell’Esodo, lo cogli sempre “di spalle”, dopo che è passato, da quel che rimane… serenità, pace, luce, consolazione, speranza, libertà.

Oggi, solennità di Pentecoste, celebriamo proprio questa sua presenza in noi, delicata e ferma come un soffio di vento:

alito o burrasca, si fa dono: lo Spirito santo possiamo coglierlo agire in noi mentre scegliamo che fare dei suoi doni in noi: l’intelletto, la sapienza, il consiglio, il timore,  la fortezza, la scienza, pietà. È l’amore di Dio che si fa azione in noi.

Possiamo imparare ad invocarlo, mentre ci mettiamo a pregare, perché, come dice Atti nella 1a lettura, ci dia la capacità di esprimerci nelle relazioni. Imparare a parlarci e parlare meglio, come figli e non come suoi clienti o con indifferenza o paura.

Imparare a pregare perché lo SS ci doni la capacità di comunicare, dire le cose con carità, scegliere la verità e la trasparenza, essere più autentici e non solo istintivi, impauriti, indifferenti, rassegnati. 

Quanto sento che questo Spirito può accompagnare la mia preghiera personale, cioè il dialogo spontaneo col Padre nella misericordia e nella confidenza? Poi ci metto anche il pateravegloria

   Come pure in quanto comunità: imparare a pregare per agire verso un bene comune, dice Paolo ai Corinti che si raggiunge riconoscendosi diversi (parla infatti di attività, carismi, ministeri) ma accordati in un unico, cognome, potremmo dire noi. 

Saremo comunità non se siamo indaffarati per conto nostro ma corresponsabili e complementari, insieme. 

Sarà l’unità, fare assieme, non l’ansia del protagonismo o della prestazione a tutti i costi, a renderci credibili agli occhi dei non credenti. Quando capiremo e pregheremo per questo? Quanto siamo umili nel riconoscere che questo è il primo dei criteri, unità, non utilità e se lo perdiamo di vista saremo anche noi cristiani, per quanto magari in parrocchia tutti da soli, autonomi o tutti contro tutti?

Il Signore ci doni quella sua pace: nessuno di noi è in grado di donare o donarsi pace, è sempre un dono suo. Ci chiede innanzitutto di chiederla, accoglierla e poi ci manda a diffonderla, nel suo nome. E quella pace, potrà anche sembrare solo un soffio, per ciascuno di noi… ma se soffiamo assieme, lo sento, mi sa tanto che qualcosa succede…