Omelia di Tutti i Santi… 1 NOVEMBRE ’26 durante Cristo

Ce n’è per tutti insomma, l’avete sentito. Me li immagino così, i santi, come dei fratelli e delle sorelle maggiori (della porta accanto avrebbe detto Papa Francesco) che da lassù fanno il tifo per noi e ci ricordano. Lo facciamo anche noi, perché li sentiamo vicini. In che senso? Non tutti i cristiani, ne sono convinto, pensano o credono che Dio, quello di Gesù Cristo, sia un Padre buono e misericordioso. E nonostante anni di parrocchia e di curriculum continuiamo a sentirlo un po’ estraneo e distante dalla nostra vita.

Avremmo bisogno di un Dio più “uno di noi”, come dovrebbe essere Gesù, alla mano… ma facciamo fatica a volerlo scoprire nel vangelo, stiamo bene lo stesso senza Gesù praticamente e allora ci rivolgiamo forse…ai santi. Li sentiamo vicini perché come noi hanno avuto problemi agli occhi e di digestione, insomma una certa magnetica empatia! e anche ma soprattutto perché hanno vissuto qui sulla terra, in epoche diversissime con missioni e vite differenti, spesso condividendo i nostri problemi, resistenze, fatiche e desideri, bisogni, crisi di fede e paure. Alcuni son famosi nel calendario, altri no, alcuni son diventati martiri per la fede, altri semplici testimoni eroici di qualche pagina del vangelo che hanno interpretato in maniera unica, alcuni sono nazionali, altri internazionali.   Mai perfetti, mai, ma sempre credibili, affidati e disponibili. Ci mostrano come hanno affrontato quello che toccava loro e per questo possono ispirare la nostra vita quotidiana. Come segnali stradali, pronti ad indicare dove andare, verso il vangelo e il Dio della speranza, in qualsiasi situazione concepibile.

Ha fatto un po’ scalpore qualche domenica fa quando ho semplicemente letto nel foglietto una cosa che la liturgia ci ricorda.. e cioè che durante la celebrazione e santo, noi siamo in piena comunione con i santi e i defunti, nella Gerusalemme celeste di cui parla il prefazio. La città in cielo dove si celebra il sacro convito, il festoso banchetto del cielo dove anche noi vedremo Dio faccia a faccia, arrossendo per i nostri peccati di fronte al suo amore. Ecco il paradiso.     dice LG 50  (CV2)

La nostra unione poi con la Chiesa celeste si attua in maniera nobilissima, poiché specialmente nella sacra liturgia, nella quale lo Spirito Santo agisce su di noi mediante i segni sacramentali, in fraterna esultanza cantiamo le lodi della divina Maestà tutti , di ogni tribù e lingua, di ogni popolo e nazione, riscattati col sangue di Cristo (cfr. Ap 5,9) e radunati in un’unica Chiesa, con un unico canto di lode glorifichiamo Dio. Perciò quando celebriamo la messa, ci uniamo in sommo grado al culto della Chiesa celeste, comunicando con essa.…

Allora, farà anche ridere, ma posso raccomandare il mio ministero a don Lorenzo Milani e don Puglisi, ringraziare Dostoevskij per i suoi libri, Gino Strada, Falcone e Borsellino per il loro esempio, fare un sorriso a Senna, Scirea, De Andrè, ma posso chiedere di pregare e starmi vicino al nonno, a Nicola, a diversi amici che si son tolti la vita, sussurrando loro che spero siano in pace ma… e alle persone che ho accompagnato alla morte e celebrato il funerale;  fatelo anche voi, è un atto di fede? E perché non dovreste farlo? Non è credere alla comunione dei santi questo? Non vale come preghiera? Ne sareste davvero sicuri?

Altrimenti che li festeggiamo a fare oggi i santi, solo contro Halloween? Domani/oggi saremo già in cimitero per i defunti…e i santi ce li saremo magari già dimenticati. Non viviamoli come una singola devozione privata e intimistica, da sostituire al Padre. Ci facciano sempre rialzare lo sguardo cercando Cristo, ci portino continuamente a Lui, per lasciarci raggiungere dalla sua buona notizia, che vuole prendersi cura della nostra vita come ha fatto con quella dei santi, nostri compagni di viaggio, per noi, pellegrini qui sulla terra, cioè di passaggio e in transito verso di loro.

Essi hanno indovinato la loro vita, fatto centro, sapendo dove e perché puntare, cercando, giorno per giorno, il punto di vista cristiano e folle delle beatitudini. Tutto il resto viene dopo. (PECCARE IN EBRAICO SIGNIFICA ESATTAMENTE “MANCARE IL BERSAGLIO” cioè ciò per cui si è stati creati dal Padre.

Ci aiutino a fare altrettanto; almeno desiderare per la nostra vita e per la comunione nelle e delle nostre parrocchie, di vivere come un riflesso dell’amore del padre su di noi; ci sostengano nell’ imparare a gustare un rinnovato e concreto senso di appartenenza, quello che possiamo appunto chiamare CHIESA.

‘Amore tanta xente ma… Omelia XXXa to ’26 A

Cos’è l’amore? è una di quelle cose di cui tutti abbiamo bisogno ma che non sappiamo spiegare, se non con esempi, cioè descrivendolo in azione.   Amerai, dice Gesù, al futuro.

E la liturgia del battesimo lo annuncia bene: si educherà il cucciolo perché “impari ad amare Dio e il prossimo come Cristo ci ha insegnato…” Che ne abbiamo fatto? Abbiamo spesso ridotto la fede a una religione verso un Dio severo a cui dover obbedire impauriti, a testa bassa.  Nei vangeli la parola obbedire non esiste: a Gesù obbediscono i venti, il mare, i demoni, mai le persone.

Amerai, al futuro, per sempre. Cioè sarai disposto a sbilanciarti fuori di te, giorno dopo giorno, azione dopo azione, scelta dopo scelta, uscendo quel tanto che serve, dalla tua zona di confort, dalle tue abitudini mentali, i tuoi schemi, le sicurezze che “sono fatto così” o “abbiamo sempre fatto così”, frasi che rompono la comunione e bloccano il cammino di liberazione e salvezza.

Potrai scoprire che non perderai nulla se ti fidi dell’amore e ce ne sarà ancora per te, non resterai senza… È l’invito a morire, come chicco di grano per portare frutto, ricorda il vangelo di Gv12; ad evitare di voler a tutti i costi “salvare la propria vita invece che perderla”, cioè condividerla, Mt 16”; la paura paralizza, illude di salvarsi da sé ma ti lascia alla fine solo, da solo. Solo te…

Amerai, anche se non ci riesci, anche solo col desiderio o la frustrazione di non esserci riuscito… ma vorrai ripartire per dare fiducia all’amore. Perché noi funzioniamo così, noi andiamo ad amore. Non ne avrai voglia, vorrai amare solo te stesso, anche senza sentirti Narciso ma solo stanco e bisognoso di sicurezza, non importa. Continua a guardare oltre te stesso, vivila come una sosta. Anche se è il più grande e unico peccato: manco il bersaglio e voglio arrangiarmi invece di amare. Mi salvo da solo. Illuso. Quel che ti illude, poi ti delude. Sempre.

Amerai, cioè continuerai a chiederti quali gesti di amore  puoi fare, toccano a te. L’amore infatti non esiste, come la pace, sono parole vuote ma di cui puoi fare esperienza solo perché le vedi e le vivi, solo così si rendono concrete e verificabili.

Amore allora fa rima con passione, dedizione che fa rima con attenzione, sacrificio, premura, che fa rima con cura, silenzio scelto, carità, abbracciare e guardare con fiducia, stimare, incoraggiare, speranza, perdono, accoglienza, andare oltre, sempre

L’amore che non diamo va sprecato, resta da amare, un vuoto, uno spreco. Toccava a noi e invece abbiamo avuto paura.

Fate questo in memoria di me ci chiede Cristo, per vivere con Lui un’alleanza. Nuova ed eterna cioè continua.

Fidati, fai come me e vivrai. Fatti pane e vino, ci viene chiesto e se questo non ispira le nostre azioni di cristiani e le scelte come gruppi parrocchiali, stiamo veramente freschi. La chiesa, la comunità sono chiamate a diventare missionarie nella misura in cui scegliamo questa direzione e responsabilità, non se portiamo avanti la nostra personale sceneggiatura: nella misura in cui ci sentiamo amati perché ne abbiamo fatto esperienza (non perché abbiamo il curriculum della parrocchia) e la possiamo testimoniare e condividere agli altri…esperienze di vita, non solo servizi e prestazioni. Un grande scrittore inglese del secolo scorso, Lewis scrive: “Amare è in ogni caso essere vulnerabili. Ama qualcosa e il tuo cuore certamente sarà diviso e rotto. Se vuoi essere sicuro di mantenerlo intatto, non darlo a nessuno, neppure ad un animale. Avvolgilo attentamente in hobbies e piccoli lussi; evita ogni coinvolgimento amoroso; chiudilo al sicuro nell’urna o nella bara del tuo egoismo. Ma nell’urna – sicura, oscura, immobile, senza aria – cambierà. Non si romperà; diventerà infrangibile, impenetrabile, irrimediabile. L’alternativa alla tragedia, o almeno al rischio della tragedia, è la condanna. L’unico luogo, a parte il cielo, dove può essere perfettamente salvo da tutti i pericoli e perturbazioni dell’amore, è l’inferno”.

Chiediamo al Signore l’umiltà e la forza per viver la nostra vita quotidiana come un continuo esempio personale e pratico del suo amore.

Domenica XXIXa t.o. ’26 durante Cristo

Dal Vangelo secondo Matteo 22, 15-21

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. 
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». 
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Questa pagina dimostra, come dire, la risposta geniale di Gesù. Banalissima ma efficace. Ormai mancano pochi giorni alla Pasqua, coi 12 è già a Gerusalemme, l’intenzione di toglierlo dalle spese perché religiosamente e socialmente scomodo, è già decisa. Cercano solo una scusa per sobillare la folla e lavarsi la coscienza, metterlo contro tutti screditandolo come ciarlatano. Se dice di pagare il tributo, collude coi romani invasori ed occupanti e farà arrabbiare TUTTI gli ebrei suoi fratelli; se dice “fregatevene e non pagate”, fa felici i disobbedienti, ma si mette contro Roma. È comunque fregato. Certo, sulla moneta c’è quel nome, significa che è sua. Come fosse l’etichetta di un giubbotto dei bambini a scuola. Lo perdono? Basta leggere l’etichetta e consegnarlo alla mamma. Così esce a testa alta, tutti contenti, problema risolto. Anche se, a mio avviso, questa frase su Cesare che è diventata un modo di dire, nasconde, nell’abitudine a dimenticarlo, un finale interessante…che invece andrebbe non solo citato ma vissuto. Cosa in noi è di Dio? Cosa possiamo restituirgli, cioè viverlo in suo onore e per Lui, da suoi strumenti? Esempio: ci ringraziano per una cosa che abbiamo fatto con competenza e qualità? Ci lodano per una dote? Sarebbe bello almeno pensare di ringraziare Dio Padre che ci ha dato quella facoltà, dote, pregio, capacità e noi l’abbiamo messa a frutto. Lodare Dio guardando alle nostre opere buone, fargli pubblicità, dargli gloria attraverso il modo in cui condividiamo quel che siamo e Lui ci ha reso…. che ne pensate? alcune cose forse, in noi, potrebbero davvero …evolvere!