Fatti il segno della croce … Omelia Ss. Trinità ’26

Nel nome…

Il segno di croce, è l’inizio e la fine di qualsiasi momento di preghiera: messa, benedizione, un ricordo o una liturgia; passando davanti a un cimitero o ad un carro funebre o prima di mangiare…basta quello, rientrando un attimo in sé .. lo fanno tutti, dal Papa fino al bambino più piccolo delle nostre scuole, tutti più o meno consapevoli. Nessuno può capire fino in fondo cosa stiamo facendo compiendo questo gesto.

Tento una descrizione personale e sommaria ma spero efficace…

    La testa: lì dove in teoria pensiamo, ragioniamo, riflettiamo, la mente, il luogo dell’intelletto, dono dello SS e della ragione, dove possiamo leggere tra le righe quello che accade, decidere come stare al mondo, se passivi o con spirito critico, dove abbiamo la materia grigia o il sale in zucca, dove siamo consapevoli di quello che siamo o stiamo facendo… ma dove hai la testa, rimproveriamo lo sbadato…mettici la testa!

Essere cristiani che pensano, si prendono tempo per valutare, per riflettere, confrontarsi col vangelo o la dottrina sociale della chiesa. Usa la testa! dove possiamo rendere ragione della speranza che è in noi, ci chiedeva Pietro nella sua lettera un paio di domeniche fa. Possiamo leggere, studiare, approfondire, partecipare a conferenze, ascoltare podcast, formarci sulla nostra fede e vita cristiana. Salvatore… 

 poi  La pancia… dove scarichiamo tante tensioni ed emozioni, il “secondo cervello” lo chiamano i medici, dove ci sentiamo le cose, dalle farfalle nello stomaco per gli innamorati all’ansia che ci chiude lo stomaco o alle gastriti da paura o stress…il luogo dove la nostra umanità fatta di impazienza, rancore, desideri, bisogni, speranze si racconta, siamo umani, dove la fame o la sazietà evocano in noi, anche inconsciamente, il bisogno di riempirci e salvarci pensando solo a noi stessi o l’indifferenza e la pigrizia, dove siamo più istintivi e animali, tutto di pancia…

  Infine Le spalle, da dove partono le braccia, dove decidiamo di agire, mettere in pratica, fare, essere concreti e visibili…carezzare, consolare, sostenere, guidare, indicare, respingere o rinforzare…

   Cosa manca?    il cuore! Lì dove ci innamoriamo di tutto, ci appassioniamo, dove forse scegliamo chi e come vogliamo essere, il motore del nostro amore; no in effetti questo cuore non lo tocchiamo facendo il segno della croce, ma è al centro della croce che ci facciamo nel corpo, al centro di un abbraccio fatto di mente pancia e spalle… lo circondiamo e integriamo nella nostra vita.

E allora tutte le volte che lo facciamo, piano, ampio, consapevole

-mettiamoci in mente che Dio è padre e ci ama, non sa fare altro

(Dio ha tanto amato il mondo) fiore calpestato che continua a dare profumo, anzi più lo pesti e più ne emana, 

-mettiamoci nella pancia, dove siamo umani, che Cristo è più umano di noi e tutto quello che siamo non lo scandalizza anzi gli interessa, anzi è Lui la persona umana realizzata a pieno, vivere il più possibile come Lui il vangelo e il rapporto con Dio, ci rende figli e divini, capaci di amare e dare senso alla nostra esistenza, vivere da risorti la nostra umanità. Mettiamolo lì.. mangiamo

dice il vangelo “chiunque crede in Lui non vada perduto” insomma è buono tutto con Lui e nulla va sprecato.

-mettiamoci lo SS nelle braccia, che sia cioè esso ad ispirare il nostro agire, non il nostro buon senso o quello che noi riteniamo ma quanto Lui ci ispira, siamo tempio dello SS, abita in noi, siamo chiamati a prenderne consapevolezza, invocarlo e scegliere come agire, che stile di vita portare avanti con le nostre scelte, le cose da fare con le braccia. Anche così, col nostro modo di agire trinitario…e una maggior consapevolezza dei nostri tanti segni di croce automatici, il mondo sarà salvato, perché siamo stati inseriti in questa famiglia di Dio, unico cognome  di un  padre, di suo figlio e dello SS.   Amen

Soffiare soffiare… Omelia di Pentecoste ’26 -A

La mamma che soffia su un ginocchio sbucciato per far passare la bua o su un boccone caduto per terra, così torna subito buono; soffiare sul brodo caldo per berlo prima o per far asciugare il colore su un disegno, il soffio del vento sulla faccia in bicicletta, soffiar via la polvere dalle pagine di un vecchio libro, in un palloncino colorato, per dare gioia ad un bambino o sulle candeline ed esprimere un desiderio speciale e soffiare piano espirando, per regolare il respiro e ritrovare pace ed equilibrio, o nella respirazione bocca a bocca per salvare una persona… ma c’è un altro gesto che mi emoziona sempre:

   …il giovedì santo, nella messa del crisma, il vescovo consacra gli olii santi e per farlo, su quello destinato alla cresima, olio del crisma, prima mette dei profumi speciali e poi, chinandosi lentamente, ci soffia dentro il suo respiro, ci immette lo Spirito Santo. È un gesto semplice ma molto evocativo. Quell’olio con cui siamo stati cresimati, ha profumato la nostra vita cristiana di buono.   È l’olio con cui ieri ha unto la fronte e profumato la vita di 46 cresimati/e delle nostre comunità in una cattedrale piena.

  Un soffio: la prima cosa che parla di Dio nella Genesi, la sua prima azione, il suo respiro aleggiava sulle acque, Dio sta per iniziare a creare tutto, con quel suo soffio potente di vita.

Il soffio, come il vento, evoca la presenza di Dio nello Spirito Santo, una presenza invisibile direttamente, non palpabile ma riconoscibile nei segni che compie e negli effetti che produce. Foglie che si spostano, bandiere che sventolano, cuori che decidono, atteggiamenti che si convertono, comunione da scegliere.

  Dio con noi non è mai esplicito, oggettivo, inconfondibile ma sempre delicato, fermo, appassionato. Provoca e suggestiona, ecco la sua pedagogia adulta con noi. Come a Mosè nell’Esodo, lo cogli sempre “di spalle”, dopo che è passato, da quel che rimane… serenità, pace, luce, consolazione, speranza, libertà.

Oggi, solennità di Pentecoste, celebriamo proprio questa sua presenza in noi, delicata e ferma come un soffio di vento:

alito o burrasca, si fa dono: lo Spirito santo possiamo coglierlo agire in noi mentre scegliamo che fare dei suoi doni in noi: l’intelletto, la sapienza, il consiglio, il timore,  la fortezza, la scienza, pietà. È l’amore di Dio che si fa azione in noi.

Possiamo imparare ad invocarlo, mentre ci mettiamo a pregare, perché, come dice Atti nella 1a lettura, ci dia la capacità di esprimerci nelle relazioni. Imparare a parlarci e parlare meglio, come figli e non come suoi clienti o con indifferenza o paura.

Imparare a pregare perché lo SS ci doni la capacità di comunicare, dire le cose con carità, scegliere la verità e la trasparenza, essere più autentici e non solo istintivi, impauriti, indifferenti, rassegnati. 

Quanto sento che questo Spirito può accompagnare la mia preghiera personale, cioè il dialogo spontaneo col Padre nella misericordia e nella confidenza? Poi ci metto anche il pateravegloria

   Come pure in quanto comunità: imparare a pregare per agire verso un bene comune, dice Paolo ai Corinti che si raggiunge riconoscendosi diversi (parla infatti di attività, carismi, ministeri) ma accordati in un unico, cognome, potremmo dire noi. 

Saremo comunità non se siamo indaffarati per conto nostro ma corresponsabili e complementari, insieme. 

Sarà l’unità, fare assieme, non l’ansia del protagonismo o della prestazione a tutti i costi, a renderci credibili agli occhi dei non credenti. Quando capiremo e pregheremo per questo? Quanto siamo umili nel riconoscere che questo è il primo dei criteri, unità, non utilità e se lo perdiamo di vista saremo anche noi cristiani, per quanto magari in parrocchia tutti da soli, autonomi o tutti contro tutti?

Il Signore ci doni quella sua pace: nessuno di noi è in grado di donare o donarsi pace, è sempre un dono suo. Ci chiede innanzitutto di chiederla, accoglierla e poi ci manda a diffonderla, nel suo nome. E quella pace, potrà anche sembrare solo un soffio, per ciascuno di noi… ma se soffiamo assieme, lo sento, mi sa tanto che qualcosa succede…

Spesso facciamo gesti vuoti ma… Omelia Ascensione del Signore ’26- anno A

Tempio buddhista, monaco con tablet che giocava…. anche in India in uno induista…a me durante la messa se c’è la partita della Juve o altre cose.. e non succede anche a noi? Quanto siamo consapevoli, attivi e partecipi quando veniamo in chiesa? Oppure quanto ci interessa la vita della comunità in un tempo così complesso, o le decisioni del consiglio pastorale, quanto ci interpella il nostro cognome “cristiano” rispetto ai nomi singoli delle cose che facciamo in nome di chi? Nelle nostre parrocchie dove spesso rischiamo di affannarci tanto per tutto tranne che per annunciare Gesù risorto? Quante riunioni, persone, energie e risorse spendiamo per annunciare il vangelo e quante invece, per fare quello che abbiamo sempre fatto, che piace a noi, che riteniamo giusto per i valori, lo stare assieme, far mangiare, bere, fare i baby sitter cattolici, per allevare devozioni e tradizioni ma e il vangelo?      Ci sarà mai una vera proporzione? Saremo mai esplicitamente missionari, (come da decenni ci chiedono Papa e chiesa) non dandolo sempre per scontato sto povero nostro salvatore crocifisso e risorto?     

Ecco, Gesù lo sapeva e Matteo con lui: scrive infatti..

si prostrarono… dubitarono… gesti senza contenuto.. bellissimo.

Ma Gesù non condanna nessuno, lo sa come siamo tutti fragili, gente di poca fede eppure proprio a noi, così chiede di andare e fare discepoli.. non solo intrattenere, saziare, far divertire o assistere ma battezzate, cioè.. fate pure incontrare le persone tra loro in parrocchia per mille motivi, ma proverete anche a farle incontrare con me? pare provocarci. Ci chiede di essere testimoni con la nostra vita, la nostra Galilea, i nostri dubbi.. non solo di fare le cose per Lui ma di raccontare cosa Lui ha fatto per noi e la nostra vita spirituale. E quindi? Li manda in Galilea… ma Perché in Galilea? 

Perché tutto era cominciato lì, dove li aveva chiamati a seguirlo, lo avevano visto all’opera, avevano iniziato ad ammirarlo per come trattava tutte le persone, ad appassionarsi a lui per come parlava di Dio e trattava la religione, a scegliere di lasciare tutto e seguirlo, diventando suoi discepoli, lì ne avevano fatto esperienza. I farisei diranno a Nicodemo che sta cercando di difendere Gesù “Studia… nessun profeta può venire dalla Galilea…” così, per dire…

   E poi indica loro un monte…ma quale? In Mt è quello delle beatitudini. E qui le cose si fanno interessanti: Gesù non spiega a tavolino la risurrezione, la sua pedagogia con loro (e da allora con noi), è diversa. Le beatitudini, prima le accogli, le metti alla prova e le vivi, senti che sapore danno alla tua vita, in che qualità di relazione ti coinvolgono, solo allora comprendi chi è chiamato ad essere il cristiano che prova a vivere come Cristo, solo allora comprendi cosa è la vita da risorti. Mentre la metti in pratica!

  E allora, portate pazienza ma credo sia bello e doveroso, sul finire del tempo di Pasqua,  riconoscerlo e ricordarlo: penso alle nostre due parrocchie e a quei “racconti di risurrezione” apparsi a puntate su Comunitando ..ci avete mai dedicato loro un minuto?

Ails, per le persone con autismo, lavori socialmente utili, alcolisti anonimi, persone con dipendenze affettive in relazioni tossiche, il Centro di ascolto Caritas, l’Anfass che accompagna le persone con disabilità, l’università della 3a età… come le nostre parrocchie sono state servite e sono a servizio del territorio, di tutti.. 

non è questo un modo in cui stiamo già vivendo le beatitudini, permettendo risurrezione, passaggi a vite diverse e più belle, creando opportunità? Non è questo un modo per vivere quel  io sono con voi,  che se ci pensiamo è bellissimo, responsabilizzante, perché ci tratta da adulti: non io faccio al posto vostro o sistemo i casini che combinate; ci sarò sempre, anche se non mi volete, o mi dimenticate o date per scontato. Ma fatelo voi nel mio nome.

Ecco la nostra Galilea, il monte in cui siamo, pur sapendo che dubitiamo, prostrandoci, che la nostra vita cristiana non è né mai sarà perfetta ma bisognosa di quella sua presenza.  

In questa Ascensione, chiediamo con umiltà al Signore Gesù risorto di accorgerci di Lui, nella nostra vita quotidiana, in famiglia, al lavoro o a scuola, nella nostra coscienza. Ci doni luce e forza per continuare a sentirci mandati nel Suo nome.