Dio non ha fretta… Omelia XVIa to ’26

   Parliamo di fumetti: Tex, Zagor, Mister No, assieme ai primi film western. Siamo tutti figli/e di una cultura in cui erano chiari il bene e il male, i buoni e i cattivi: poi i fumetti della Marvel e non solo: Batman, Superman, l’Uomo Ragno, pensate all’ispettore Callaghan, ai polizieschi, fino a Montalbano e agli Avengers: loro sempre eroi buoni e i nemici da sconfiggere perché brutti e cattivi. Fin qua tutto bene. Semplice: bianco o nero. Così si salva il mondo.

   Poi sono arrivati Robin Hood, Lupin, Diabolik e non solo, ladri, a volte assassini e disonesti, ma simpatici. Dylan Dog, che vince il male ma…mai del tutto. Ed è iniziata così la confusione, poter distinguere bene e male non era più così facile né scontato. 

Chi è buono? Chi è cattivo? Lo canta anche Vasco Rossi, manca la distinzione tra giusto e sbagliato

   Abituati così e allenati dai film americani in cui è certo il cosiddetto happy end, un rasserenante e scontato finale felice, non è facile stare davanti a questa meravigliosa parabola del grano e della zizzania, che invece convivono nello stesso campo, anzi, peggio: sono molto molto simili. Quasi si confondono.

  Gesù ci dice che non ci sarà nessun super eroe; non vuole che alcun servo, pur generoso e integerrimo, si metta a togliere la zizzania. Nessuna deriva interventista, al tutto e subito, così la risolviamo perché “non è possibile che” e magari otteniamo pure  qualche consenso, voto o like perché con me le cose vanno subito in ordine e se non ci fossi io qua… invece, nel Regno di Dio no!

   Grano e zizzania crescono assieme, contemporaneamente convivono nello stesso campo, peggio, si assomigliano! Il male e il bene si confondono. Penso ai virus dei computer o alle frodi: sembrano buone ma sono fregature. In altre pagine Gesù stesso metterà in guardia dai lupi travestiti da agnelli. Ci interessa?

Si ok, e quindi? potrà dire qualcuno. Che significa?

Credo si siano almeno tre ambiti in cui possiamo fare quotidiana esperienza di questa situazione così ambigua.
1) Nel nostro cuore: vi convivono desideri e istinti tanto al bene quanto al male; alcuni vengono dallo Spirito e ci accompagnano al Padre, altri dall’opposto e ci fanno chiudere e allontanare dalla misericordia e dal vangelo: si chiama peccato. Ricordiamo il c.7 di Mc: “Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”. In noi ci sono grano e zizzania.

2) Anche nelle comunità cristiane convive tutto questo: tanta generosità e passione, tanta devozione ma anche tante resistenze; si può essere cattolici, credenti ma non cristiani, ignorando vangelo, risurrezione, salvezza…la zizzania della calunnia, della menzogna, e poi crescono divisioni, lamentele e vittimismo, il non costruire comunione, corrodendo l’unità a scapito dei protagonismi e dell’abbiamo sempre fatto così o comando io che sono il parroco e quindi… quante volte Gesù ha tuonato proprio contro l’ipocrisia, chi dice signore signore ma non cerca la volontà del padre e tanto altro, quanti scandali e abusi nella nostra chiesa. Grano e zizzania.

3) E infine nel mondo, cioè qui, ovunque fuori dai confini della calda parrocchia, dove la presenza cristiana viene considerata insignificante spesso irrisa o condannata; siamo ormai evidente minoranza, magari troppo impegnata all’accanimento terapeutico  pastorale per sentirci ancora importanti o strappare consensi e … poco seme, senape, lievito, piccolo gregge, come prevedeva già 50 anni fa, l’allora card. Ratzinger.

In noi, tra di noi e con noi: nessuno può tirarsi fuori, grano e zizzania continuano a convivere e assomigliarsi, nell’ipocrisia di motivazioni ambigue, compromessi o propositi poco chiara.

   Per te mille anni sono come un giorno, dice il salmo 90 di Dio, a ricordarci che Lui non ha fretta, è eterno, siamo noi di passaggio qui, finché non torneremo a Lui.         Dio non ha fretta.

Il male è presente, ce lo ricordano i riti del battesimo che ci ha resti figli amati, non perfetti, creature ambivalenti non angeli. 

Pensare di sistemare tutto alla perfezione e togliere per sempre la zizzania in me e attorno a noi è solo delirante cioè non reale.

  Non possiamo pretendere il male scompaia, non saremo mai perfetti, puri, a posto né costituiremo mai comunità cristiane o testimonianze nel mondo con queste caratteristiche. Mai.

Il male deve essere certo combattuto con i giusti mezzi ma non possiamo pretendere o affannarci pensando possa o debba scomparire prima del tempo. Siamo e saremo così, è naturale, creature ambivalenti e così figli del Padre e fratelli e sorelle tra di noi.  Dio non ha alcuna fretta di giudicare o condannare nessuno, perché sa che spesso dietro i comportamenti più irritanti si nasconde solo un disperato bisogno di affetto e riconoscimento.

Che il male è solo assenza di bene, amore, il buio assenza di luce.

  Il giudizio non compete a noi allora ma a Dio, che sa dosare pazienza e forza, speranza e misericordia. Egli non etichetta mai nessuno né si mette a catalogare le persone ed il loro futuro, anzi.

Solo Lui può darci questa speranza. Dio non ha fretta e per questo invita ciascuno direi almeno a starci dentro:

-a non scandalizzarci (tanto perbenismo vuoto non aiuta nessuno) ma nemmeno far finta di niente; provare sempre a riconoscerlo, comprenderlo, limitarlo; siamo umani, Dio ci ha impastato col fango, dice Genesi, mica col burro. E mentre cerchiamo di non soccombere a logiche fin troppo facili contro la zizzania, cerchiamo di coltivare meglio e assieme tutto il grano possibile e fare si che anche attraverso la nostra vita, ambivalente e fragile, esso possa diventare pane per tutti quelli che ne abbiano bisogno.

  Non viviamo nei fumetti, non servono supereroi ma cristiani credibili e uniti, non dobbiamo pretendere alcuna perfezione ma restare nella realtà così com’è, proprio perché così abitata dalla risurrezione e così affidata alle nostre mani, 

sporche ma indispensabili.

No, l’importante non è seminare, dai! Omelia XVa to’26

Eh, vabbè dai,… l’importante è seminare. 

Quante riunioni, attività o iniziative, concluse da chi, a un certo punto, diceva con un sospiro, questa frase: l’importante è seminare. E ci si metteva tutti più o meno il cuore in pace. Più o meno perché si coglieva comunque la sensazione amara del “ci abbiamo provato”. E a poco serviva citare a spanne questo vangelo del seminatore, di fronte ad una mal celata rassegnazione, con un un misto di speranza e frustrazione, impotenza e ottimismo, bilanci incerti, scetticismo, tanta buona volontà e un poco convinto “non ne parliamo più”. Pareva come di giustificarsi o mettersi a posto la coscienza e poi…. tutto come prima, a posto dai, avanti così!

   In effetti, ad essere onesti, questo era solo il finale. Nessuno, lo sappiamo bene, nessuno di noi si mette ad organizzare qualcosa perché “l’importante è seminare”, ma perché entusiasmo, passione, dedizione e zelo ci spingono a darci da fare. Ma poi…

Poi è difficile farsi le domande giuste: perché abbiamo seminato? Che ci stava a cuore? E cosa abbiamo seminato? (idee o abitudini, bisogni nostri o dei destinatari, attività o sicurezze? E come lo abbiamo fatto? Facendo le cose che “abbiamo sempre fatto così” e onestamente sappiamo e vogliamo fare… solo così?

Chi ci ha visto cosa avrebbe dovuto cogliere in noi…seminatori?

   In questo tempo nuovo e inedito di vita cristiana credo sia doveroso riflettere assieme e sperimentarsi come comunità. 

E forse anche, lo dico piano, cambiare prospettiva. Lo si fa riprendendo il vangelo e riconoscendo che in realtà il seminatore è sempre e solo Lui, il Signore della vita. Lo sappiamo certo!!!, eppure poi…decliniamo con troppa leggerezza la famosa frase.

E rischiamo di fare proprio quel che Lui ci anticipa: guardare senza vedere, udire senza ascoltare, ritrovandoci un cuore duro, senza comprendere né convertire né guarire, come dice il vangelo.

   Lui è il seminatore, noi i terreni seminati. E non vale dividere troppo facilmente le persone in terreni…quelli che son così o colà. Ognuno di noi vive fasi diverse, è un terreno diverso in momenti diversi: a volte siamo ricettivi, ci viene facile vivere la fede e sentire il Signore accanto; altre solo emotivi, dopo un’esperienza forte veniamo a messa qualche domenica, preghiamo subito ma poi… la routine ci riconquista e distrae. Altre veniamo travolti da qualche fatto improvviso: lutto, malattia, un dubbio o anche solo dall’ansia e dallo stress…e ci dimentichiamo di essere cristiani, perché la fede nemmeno pensiamo possa sostenerci o illuminarci perché la viviamo solo come un culto di cose da fare. 

Il rischio comune, anche a chi magari si percepisca ricettivo o a posto, è di non comprendere. Veniamo a messa da una vita ma il vangelo continua a non rinnovare mentalità, a non rinvigorire pensieri, a non alimentare le nostre decisioni.

   Allora credo si tratti di riconoscersi seminati, cioè sognati, desiderati, cercati e contemplati dal Padre; raggiunti, stimolati, destinatari di una grazia mediata dalla Parola di Gesù risorto e dai suoi sacramenti nella chiesa. Essere desiderati da Dio è un’esperienza al quale non veniamo introdotti abbastanza ma è il cuore di una rinnovata e liberante vita cristiana, altrimenti si scivola subito sull’essere addestrati a dover compiacere Dio, ma senza averlo incontrato o peggio veniamo addestrati agli espedienti perché Lui si accorga di noi, un continuo dover piacere e non dispiacere a un dio così noioso e banale.

  L’altra sera parlando con una persona ad un certo punto le dico una frase, che reputa bellissima e adatta alla sua situazione, bravo mi dice, grazie, ma io le faccio notare che è una parabola del vangelo e che come può sentire, il vangelo funziona, basta frequentarlo. Essere seminati allora significa solo condividere il raccolto. Riconoscerlo in noi e non trattenerlo. Spesso qualche collega mi chiede di Dio e gli parlo di Gesù e troviamo pace, mi confidava una persona; quella riconciliazione tanto ignorata e vissuta per sfida invece mi ha sbloccato, sento dire al Ceis… venire a parlare regolarmente con un accompagnatore spirituale mi ha fatto cambiare punto di vista sulla religione e ho scoperto la fede… mi conferma qualche altro…L’importante allora non è seminare ma condividere il nostro raccolto.

Sia questo il desiderio con cui vogliamo lasciar seminare da Lui… la nostra vita? No… intanto solo questa nuova settimana…

Scoprirsi e credersi abitati… Omelia XIVa to ’26

L’escatologia, di Ratzinger, L’escatologico cristiano di Moioli, Ripensare la risurrezione di Queiruga, Le cose ultime di Guardini, La vita trasformata di Castellucci e poi i testi di Schmemann e Von Balthasar ecc.  tutti libri intensi, affascinanti, che ho divorato con devozione durante i miei studi e non solo. E poi esco dall’ennesimo funerale, in cui ho cercato di balbettare qualcosa sulla risurrezione e la vita eterna a qualcuno che mi guardava con malcelata e annoiata indifferenza. E mentre sono in piedi vicino al carrofunebre aperto e alla salma, si avvicina una vecchietta, appoggia piano la fronte alla bara e poi sollevandosi, tra le lacrime, sussurra… Arrivederci X, saluta .. e fa qualche nome.      Ecco. Mi ha commosso e mi son chiesto a che servono tanti libri? 

Arrivederci cioè io sarò con te, lassù, la morte non è definitiva, saremo ancora assieme. Saluta tizio e caio, la comunione dei defunti, non moriamo a caso, c’è un posto preparato per noi, non perderemo la nostra identità, la storia e quello che siamo ma ci incontreremo ancora, siamo attesi in Dio e da Lui.

   Non credo la signora avesse letto i libri citati, ma pensando a questo vangelo ecco una persona che si è fatta piccola o meglio che vive la sua fede con naturale piccolezza, come creatura, cioè fidandosi di quello che Dio ci ha offerto, non rinunciando a pensare ma a voler capire tutto, con sufficienza, a valutare prima di fidarsi, a sé stessi e al proprio io..devo, io sono, io io…. a quanti, come dice il vangelo, si riconoscano stanchi e oppressi… il corpo e lo spirito allo sbando…ma accolgono la proposta di alzarsi e venire a Lui e mettersi sotto quel giogo leggero che pare solo un abbraccio che sostiene e accompagna, senza dover nulla spiegare.

  E ci annuncia, questo vangelo, che solo la vita di Gesù ci può rivelare il volto di Dio. Nessuno può fossilizzarsi sulla propria fede, religiosità e idea di Dio, nessuno può usarle per descriversi o giustificarsi…abbiamo sempre bisogno della vita di Gesù e del dono che egli ci fa, (chiediamoglielo!) per farci fare esperienza del Padre. Se non è paterno e misericordioso, non è Dio, e non ce ne dovrebbe fregare nulla di quel che ci hanno già detto, insegnato o pensavamo di avere capito. Il vangelo, buona notizia, è per noi una verità che deve venire prima e dopo le nostre esperienze, gavette, credenze o supponenze. La fede forse inizia così, come quando Gesù in Matteo continua a dire.. “ma io vi dico”. Qui c’è tutta la speranza inedita che per noi può essere solo dono da riconoscere e accogliere. Altrimenti ci sarà sempre altro prima a creare però confusione e soprattutto divisione. Non serve arrivare allo scandalo dello scisma coi lefevbriani (vi ricordo che c’è una frequentatissima comunità di laici e preti a un paio di km da qui) ma anche nelle nostre parrocchie, dove per nostre, lo dico per i più permalosi, non intendo mai esplicitamente fiera o selvana ma il nostro comune tessuto cristiano cattolico… i nostri contesti. Rischiamo di restare divisi tra le nostre cose da fare ma perdere sempre la visione di insieme… rivelare qualcosa del volto di Dio, far fare esperienza di Cristo e della sua risurrezione.

   E cosa ci rivela Gesù di Dio? pensiamo alla lettura di Paolo ai Romani, una cosa meravigliosa: lo Spirito di Dio abita in voi. Lo ripete due volte. Dal giorno del nostro battesimo in noi è presente, è installata una presenza dello spirito di Dio che ci rende figli cioè ci predispone e accompagna a questa esperienza del Padre, ci fa riconoscere che ne avremmo bisogno e diritto, ci guida, è uno Spirito che Dio dà ai nostri corpi e dunque sostiene la nostra volontà umana nel fare scelte, decidere, compiere azioni secondo la sua volontà. Solo così la vita cristiana non sarà sforzarsi di fare cose religiose o compiere il bene ma lasciarsi abitare e attraversare dalla vita dello Spirito che si manifesterà nelle nostre parole e opere, facendoci scegliere quanto ci rende creature, figli, fratelli e sorelle uniti tra di noi e non il resto. Namaste

Un po’ come la vecchietta del funerale, mi ha in qualche modo sintetizzato la visione cristiana davanti alla morte, al di là di tutti i libri che potremmo mai leggere.

Forse  questo divino in noi, potrà donarci davvero quella sensazione come di ristoro, cioè serenità, pace, accoglienza di cui parla Gesù stesso nel vangelo. E che affida alla vita di ciascuno di noi. Chiediamogli con umiltà, di desiderare e accogliere quanto vorrà rivelarci del padre, in modo da poter fare altrettanto gli uni per gli altri. rivelando non parole vuote ma esperienze credibili di vite ristorate dalla fede in Lui.