Lasciamoci spintonare da GesùCristo… Omelia IVa Dom Pasqua A- ’26

C’è un dettaglio, secondo me meraviglioso e urgente, in questo vangelo. E appena ve lo farò notare provocherò in tutti noi, se siamo onesti, un moto di sdegno e quindi di chiusura. Scommettiamo?

  Ma se abbiamo celebrato e la liturgia ci invita a continuare a celebrare la Pasqua, 4a domenica di 6, insomma …siamo chiamati a chiederci pasqua di cosa, cioè passaggio da dove a dove… quale parte di noi ha bisogno di risorgere, di essere illuminata dalla luce, come quel cero, di risurrezione. Insomma cosa ce ne facciamo della pasqua tanto attesa in quaresima e che abbiamo celebrato la settimana santa?

  Allora ecco il dettaglio, l’immagine del vangelo del Pastore e della porta. La conosciamo bene: Gesù pastore, da questo termine deriva il termine pastorale, le attività che la parrocchia mette in atto per essere come quel pastore.. CPP, CPAE, operatori di p., attività p., pastorale famigliare, battesimale, sociale…. ci interessa?  E cosa fa questo pastore? chiama e conduce fuori, che bello, quasi romantico… ma poi, aggiunge Giovanni, non solo le deve condurre fuori al pascolo, al ruscello, sui monti a mangiare e prendere aria ma…sottolinea, anzi, insiste, ribadisce.. le spinge fuori. Ora, ho controllato, è scritto abbastanza così.  Controllate anche voi col foglietto. Cosa è scritto?

Ve lo immaginate il pastore che spinge? Spinge vuol dire che proprio le prende una ad una e da dietro, con le mani nel sederone delle pecore le invita ad uscire. Se fossero mucche o cavalli magari avrebbe pure una frusta. E magari le insulta pure…

Insomma…le pecore stanno bene dentro al loro recinto e non vogliono uscire. Gesù pastore è costretto a spingerle fuori, convincerle, mostrare loro la strada, a sudare per questo, perché lo seguono dove non vogliono andare, in pascoli diversi ecc.

Ha senso per noi? lo sentiamo un po’ quel modo di sdegno e chiusura?  Quanto bene stiamo nel nostro modo di ragionare, credere, appartenere alla parrocchia… tanto. Nelle abitudini nelle mentalità, in un cristianesimo diluito e tiepido… fatto di cose da fare bene e col senso devoto del dovere.

Noi preti, che prima di collaborare, fidarci davvero dei laici o rinunciare al potere facciamo fatica, le comunità in cui siamo tutti d’accordo che è cambiato il mondo ma non ci togliere le nostre abitudini, Papa Francesco pace all’anima era uno di noi tanto bravo e ci manca…ma non ci interessa quello che ha scritto sulle parrocchie e sul vangelo nel mondo, la diocesi propone, il vescovo scrive, la chiesa italiana ragiona e riflette ma noi poi sul territorio preferiamo fare quel che ci pare, non abbiamo tempo.

E Gesù ci spinge a uscire. Dai recinti comodi delle cose da fare che ci tranquillizzano, ci appagano, ci mettono a posto la coscienza cattolica del precetto. E Lui spinge, oltre… fuori, al largo…gettare le reti, avete inteso che fu detto ma io vi dico, andate in tutto il mondo e annunciate il vangelo… e potremmo continuare…penso al film dell’altra sera Gloria, in cui la chiesa rifiuta una musica diversa e tutti si scandalizzano, penso a tante nostre riunioni in cui non vogliamo mai metterci in discussione, alle nuove frontiere a cui oggi stiamo cercando di rispondere anche solo ragionando in modo alternativo. Gesù ci spinge, ci chiama per nome, cioè vuol aver bisogno proprio di noi, non ha alternative, e ci chiede di ascoltare la sua voce, la sua Parola.

Penso a quando dirà di non essere venuto a portare la pace ma il fuoco e quanto sperava fosse già acceso e che questo avrebbe messo contro i membri della stessa famiglia.. o quando dirà che lo Spirito soffia dove vuole, non solo dentro al recinto…

In questo tempo così complesso chiediamo spesso la pace noi cristiani, ma il rischio è innanzitutto quello di voler essere lasciati in pace…

Quante nostre iniziative partono dall’ascolto della Parola di Dio? e  quanto permettiamo alla liturgia che celebriamo ogni giorno, tutte le domeniche di educarci, di farci celebrare cioè fare esperienza della sua salvezza ? basta vedere in questi giorni, 4 messe di prima comunione, ho dato alcune indicazioni su come accostarsi al sacramento… macché, ognuno deve dimostrarsi più devoto e più bravo o più indegno e via cosi.

Non vogliamo spesso ascoltare né lasciarci educare, stiamo bene nel recinto caldo e asfittico, intimistico delle 4 cose che ci fanno sentire a posto. Ma non si passa, non si risorge, non si fa Pasqua. Chiediamo almeno al Signore che non si stanchi di spingerci con la sua voce, ad uscire dalle zone di confort in noi o attorno a noi, ci si possa porre in ascolto, della sua parola, della liturgia, …o al limite che non inizi a prenderci a cinghiate. ( come al tempio) 

Domenica IVa di Pasqua -’26 durante Cristo – A

Dal Vangelo secondo Giovanni 10,1-10

In quel tempo, Gesù disse: 
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Magari sono io troppo fetente; o forse mi attacco a qualsiasi dettaglio pur di trovare qualcosa da dirvi… Eppure ho controllato. Gesù qui, secondo Giovanni, prima conduce fuori, nel senso che vengono descritte quasi con poesia le azioni che fa il bravo pastore: parla alle pecore, loro lo ascoltano rapite, le chiama per nome, le conduce fuori… Ma poi, quasi gli scappa a Giovanni, segnala che in realtà… le spinge: quando le ha “spinte tutte fuori”. Non so voi, ma mi dà la sensazione che ste pecore non avessero poi tutta sta voglia di uscire, di prendere il largo, di vedere il mondo. Non mi metterò certo a dire, adesso, qui… che non è cambiato ed era già tutto previsto, figuratevi. Mai mi permetterei di riconoscere che sembra proprio il normale svolgersi di una riunione in parrocchia in cui si propone qualcosa di nuovo ma tutti hanno tempo solo di fare quello che abbiamo sempre fatto. Non mi permetterei mai, no, non lo farò. E quando il cane del pastore e altre persone di olfatto fine, intuiscono qualcosa anche solo da sperimentare… non dirò mai quanto difficile sia non solo spingere ma perfino provare a spiegare certe cose…. come nel film GLORIA visto ieri sera. Perché poi siamo tutti d’accordo che è cambiato il mondo, e che c’è bisogno di pace…si, ce n’è così bisogno che è meglio se … ci lasci in pace. E quanto era bravo Papa Francesco uno di noi… ma poi mica mi interessa quanto chiedeva ai cristiani, alla pastorale delle parrocchie, ai parroci, alla collaborazione coi laici. No, quello no, basta il santino. In questi tempi in cui tutti parlano di pace e vogliono la pace, mi pare che si persista a voler essere, come cristiani, in parrocchia e non solo, lasciati in pace…

Domenica 3a di Pasqua, 2026 durante Cristo -A

Opera pittorica di Arcabas

Direzione Emmaus. Ah no, Gerusalemme! | La mia fede è differente

Dal Vangelo secondo Luca 24,13-35

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». 
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». 
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Si, lo so, non mi faccio vivo da un po’; ho pubblicato solo alcune omelie, magari più “ispirate” per le feste pasquali. Ma arrivo a giovedì, venerdì e porcapaletta… mi dico “nemmeno sta settimana ho fatto la goccia”. E me ne dispiace, perché sono io il primo beneficiario di questo pit-stop sulla Parola. E poi arriva Emmaus. Ah, si, i due che se ne vanno. Stanno per riprendere la loro vita ordinaria, scazzati, delusi, frustrati. Come dire “non è successo nulla”. E cosa sarebbe dovuto succedere, potremmo chiederci anche noi dopo l’ennesima combo “ceneriquaresimasettimanasantapasqua/etta”? Ennesima. Credo che il cuore di questa pagina di novità, la buona notizia, sia proprio il camminare. L’avere il coraggio di riconoscere che non siamo statici ma dinamici. Che non succederà mai nulla una volta per sempre, in maniera definitiva, in noi. Tutto va continuamente rivisto, riscelto, rigustato, re interpretato, risignificato. Non solo non siamo nati imparati ma Dio ce ne scambi dal professionismo sbadigliato della fede soporifera e meccanica. Il cero nuovo, di cera d’api originale, da 9 cm di diametro e più di un metro e mezzo di altezza pesava un botto da sollevare la notte del Sabato Santo. E che emozione, e che strano, mettersi a urlare al buio…” Cristo luce del mondo”. Mi facevano male le braccia e le ernie e mi pareva di essere come l’unico pirla a invocare questa cosa, mentre le voci degli avventori di Ganassi, ebbri di bianchetti, riportavano un ritmo dell’altro mondo. Poi per tre volte la gente ha risposto, sempre con maggior veemenza “Rendiamo grazie a Dio”. Quante volte la fede delle persone illumina, sovrasta, sorpassa, consola la mia poca fede. E così camminavo lento, dolorante, imbarazzato, stanco, trepidante per tutta la veglia solenne che ci aspettava… ma la risposta corale mi ha sostenuto, a poco a poco, con forza crescente. Forse anche questa è l’esperienza della chiesa, della comunità cristiana, del cane del pastore col suo gregge che seguono il Maestro, Pastore bello, anche nella notte, in quel buio che poi si illuminava di un’emorragia lenta di candeline e queste illuminavano delicatamente, quasi svelandoli, i volti delle persone, sguardi, preoccupazioni, pensieri, storie, memorie, vite vissute. E si passava in mezzo. Ecco la chiesa. Una luce leggera me decisa che non solo ci illumina il cammino, il passaggio alle piccole grandi risurrezioni quotidiane, mettere ordine, ma anche che ci illumina il volto, ci aiuta, come i due discepoli, a rivedere la nostra vita dal Suo punto di vista. Non ci ardeva forse il cuore? Si dicono l’un l’altro. Forse a molti di noi ardeva un po’ il viso per la luce fioca delle candele, o le mani per le fiammelle…ma era così bello, così autentico, così realistico. Che questa luce, lo dicevo a Pasqua, ci aiuti a mettere in ordine. Come quando accendi la luce per cercare una cosa. Mettere in ordine. Priorità e non urgenze, illusioni e delusioni, grumi di rancore da scampoli di perdono, fragilità e resilienza, vita autentica e vita effimera, cose per cui vale o meno la pena, giudizi valutanti e semplici osservazioni, sentimenti da esprimere e possibilità da darsi. Passare. Camminare. Brillare.