‘Amore tanta xente ma… Omelia XXXa to ’26 A

Cos’è l’amore? è una di quelle cose di cui tutti abbiamo bisogno ma che non sappiamo spiegare, se non con esempi, cioè descrivendolo in azione.   Amerai, dice Gesù, al futuro.

E la liturgia del battesimo lo annuncia bene: si educherà il cucciolo perché “impari ad amare Dio e il prossimo come Cristo ci ha insegnato…” Che ne abbiamo fatto? Abbiamo spesso ridotto la fede a una religione verso un Dio severo a cui dover obbedire impauriti, a testa bassa.  Nei vangeli la parola obbedire non esiste: a Gesù obbediscono i venti, il mare, i demoni, mai le persone.

Amerai, al futuro, per sempre. Cioè sarai disposto a sbilanciarti fuori di te, giorno dopo giorno, azione dopo azione, scelta dopo scelta, uscendo quel tanto che serve, dalla tua zona di confort, dalle tue abitudini mentali, i tuoi schemi, le sicurezze che “sono fatto così” o “abbiamo sempre fatto così”, frasi che rompono la comunione e bloccano il cammino di liberazione e salvezza.

Potrai scoprire che non perderai nulla se ti fidi dell’amore e ce ne sarà ancora per te, non resterai senza… È l’invito a morire, come chicco di grano per portare frutto, ricorda il vangelo di Gv12; ad evitare di voler a tutti i costi “salvare la propria vita invece che perderla”, cioè condividerla, Mt 16”; la paura paralizza, illude di salvarsi da sé ma ti lascia alla fine solo, da solo. Solo te…

Amerai, anche se non ci riesci, anche solo col desiderio o la frustrazione di non esserci riuscito… ma vorrai ripartire per dare fiducia all’amore. Perché noi funzioniamo così, noi andiamo ad amore. Non ne avrai voglia, vorrai amare solo te stesso, anche senza sentirti Narciso ma solo stanco e bisognoso di sicurezza, non importa. Continua a guardare oltre te stesso, vivila come una sosta. Anche se è il più grande e unico peccato: manco il bersaglio e voglio arrangiarmi invece di amare. Mi salvo da solo. Illuso. Quel che ti illude, poi ti delude. Sempre.

Amerai, cioè continuerai a chiederti quali gesti di amore  puoi fare, toccano a te. L’amore infatti non esiste, come la pace, sono parole vuote ma di cui puoi fare esperienza solo perché le vedi e le vivi, solo così si rendono concrete e verificabili.

Amore allora fa rima con passione, dedizione che fa rima con attenzione, sacrificio, premura, che fa rima con cura, silenzio scelto, carità, abbracciare e guardare con fiducia, stimare, incoraggiare, speranza, perdono, accoglienza, andare oltre, sempre

L’amore che non diamo va sprecato, resta da amare, un vuoto, uno spreco. Toccava a noi e invece abbiamo avuto paura.

Fate questo in memoria di me ci chiede Cristo, per vivere con Lui un’alleanza. Nuova ed eterna cioè continua.

Fidati, fai come me e vivrai. Fatti pane e vino, ci viene chiesto e se questo non ispira le nostre azioni di cristiani e le scelte come gruppi parrocchiali, stiamo veramente freschi. La chiesa, la comunità sono chiamate a diventare missionarie nella misura in cui scegliamo questa direzione e responsabilità, non se portiamo avanti la nostra personale sceneggiatura: nella misura in cui ci sentiamo amati perché ne abbiamo fatto esperienza (non perché abbiamo il curriculum della parrocchia) e la possiamo testimoniare e condividere agli altri…esperienze di vita, non solo servizi e prestazioni. Un grande scrittore inglese del secolo scorso, Lewis scrive: “Amare è in ogni caso essere vulnerabili. Ama qualcosa e il tuo cuore certamente sarà diviso e rotto. Se vuoi essere sicuro di mantenerlo intatto, non darlo a nessuno, neppure ad un animale. Avvolgilo attentamente in hobbies e piccoli lussi; evita ogni coinvolgimento amoroso; chiudilo al sicuro nell’urna o nella bara del tuo egoismo. Ma nell’urna – sicura, oscura, immobile, senza aria – cambierà. Non si romperà; diventerà infrangibile, impenetrabile, irrimediabile. L’alternativa alla tragedia, o almeno al rischio della tragedia, è la condanna. L’unico luogo, a parte il cielo, dove può essere perfettamente salvo da tutti i pericoli e perturbazioni dell’amore, è l’inferno”.

Chiediamo al Signore l’umiltà e la forza per viver la nostra vita quotidiana come un continuo esempio personale e pratico del suo amore.

Domenica XXIXa t.o. ’26 durante Cristo

Dal Vangelo secondo Matteo 22, 15-21

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. 
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». 
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Questa pagina dimostra, come dire, la risposta geniale di Gesù. Banalissima ma efficace. Ormai mancano pochi giorni alla Pasqua, coi 12 è già a Gerusalemme, l’intenzione di toglierlo dalle spese perché religiosamente e socialmente scomodo, è già decisa. Cercano solo una scusa per sobillare la folla e lavarsi la coscienza, metterlo contro tutti screditandolo come ciarlatano. Se dice di pagare il tributo, collude coi romani invasori ed occupanti e farà arrabbiare TUTTI gli ebrei suoi fratelli; se dice “fregatevene e non pagate”, fa felici i disobbedienti, ma si mette contro Roma. È comunque fregato. Certo, sulla moneta c’è quel nome, significa che è sua. Come fosse l’etichetta di un giubbotto dei bambini a scuola. Lo perdono? Basta leggere l’etichetta e consegnarlo alla mamma. Così esce a testa alta, tutti contenti, problema risolto. Anche se, a mio avviso, questa frase su Cesare che è diventata un modo di dire, nasconde, nell’abitudine a dimenticarlo, un finale interessante…che invece andrebbe non solo citato ma vissuto. Cosa in noi è di Dio? Cosa possiamo restituirgli, cioè viverlo in suo onore e per Lui, da suoi strumenti? Esempio: ci ringraziano per una cosa che abbiamo fatto con competenza e qualità? Ci lodano per una dote? Sarebbe bello almeno pensare di ringraziare Dio Padre che ci ha dato quella facoltà, dote, pregio, capacità e noi l’abbiamo messa a frutto. Lodare Dio guardando alle nostre opere buone, fargli pubblicità, dargli gloria attraverso il modo in cui condividiamo quel che siamo e Lui ci ha reso…. che ne pensate? alcune cose forse, in noi, potrebbero davvero …evolvere!

No, non c’è nulla da festeggiare in chiesa, siamo cristiani! Omelia XXVIIIa domenica t.o. A ’26 durante Cristo

Sono quasi 100, nella Bibbia i riferimenti ad un banchetto.

Nell’AT esprime il desiderio di Dio di essere in comunione con noi, come nostro alleato; nel NT, Gesù viene perfino accusato di essere un mangione e beone: dal miracolo a Cana ai pasti di festa nelle case, coi peccatori, scandalizzando i benpensanti, all’ultima cena. Fino all’Apocalisse in cui si parla di un banchetto celeste, in cielo.

  La prima lettura lo testimonia, il profeta Isaia sembra non saper più come fare a dirlo, usando una serie di termini specifici di abbondanza e promessa: vivande grasse, cibi succulenti, vini raffinati. Al tempo non c’erano i supermercati e il cibo così era raro e per le persone abbienti…quindi qui è una promessa bellissima per gente che mediamente faceva fatica a mangiare tutti i giorni. 

   Quello di oggi è un annuncio di un Dio che ci vuole nella gioia, con tutte le sfumature possibili di questo termine, che nella Bibbia ricorre quasi 500 volte. Mi domando se come cristiani possiamo raccontare qualcosa di simile nella nostra vita feriale di membri delle comunità. Essere cristiani mi dà gioia, gusto?. Possiamo?

Pensate a quando ci invitano a cena, cosa proviamo, come pure a quanto sentiamo nel cuore quando abbiamo ospiti e ci diamo da fare per loro. È un invito che annuncia un Dio che pensa di noi: Voglio far festa con te, che tu mi senta dalla tua parte, qualsiasi cosa succeda. Io mi voglio prendere cura di te, festeggiare con te la vita che ti ho donato e stai cercando di affrontare; voglio offriti luce, pace, abbondanza, gioia. Voglio tu ti senta degno del mio amore, della mia alleanza, della misericordia con cui ti guardo.

Che tu ti riconosca mio alleato, stia bene, ti senta importante.

Il resto, tutto il resto, viene dopo ma non può prescindere da qui. Altrimenti continueremo a uccidere il figli per avere l’eredità come domenica scorsa…Nessun “cristiano a modo mio”, come va di moda oggi, può arrivare a questo, anzi.

Nessuna più lodevole iniziativa pastorale in parrocchia può far finta di niente: o trasmette questo o sta tradendo quello in cui presume di credere. O indica e accompagna a questo oppure meglio andarsene, come i mercanti del tempio cacciati da Gesù.

Sorelle e fratelli come ci poniamo di fronte a questo annuncio?

Quali resistenze, scuse, giustificazioni sentiamo? Proviamo in noi stupore e gratitudine? curiosità e desiderio di fare tale esperienza di Dio Padre? abbiamo voglia e umiltà di metterci in discussione o restiamo a rifiutare qualsiasi invito al banchetto, come racconta il vangelo, perché noi siamo già a posto o abituati o pensiamo ecc?

Vedete quello che succede nel nostro cuore è proprio quel no grazie di cui parla Gesù. E che il Padre ci chiede di convertire, per accogliere il messaggio di Gesù Salvatore, che ci annuncia una gioia e un gusto possibili qui e ora. E che troverà pieno compimento in cielo.

L’eucaristia qui è una cena, una festa che ci fa pregustare il banchetto del cielo in paradiso, coi santi e i nostri cari defunti.

  Forse il vestito di cui parla la parabola è proprio almeno il desiderio di lavorare su questo annuncio e fargli spazio in noi, per vivere una salvezza e una festa che la nostra comunità è chiamata a far sperimentare e condividere.