Seconda Domenica t.o. anno B – ’21

quando si è costretti a doversi alzare, ognuno rivela la sua vera statura….

Dal Vangelo di Giovanni 1, 35-42

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Un agnello: qui a Roma doveroso “abbacchio” e l’intonazione già strappa una risata perché ci mettono 4 b invece di 2 e lo si pronuncia già con gli occhi socchiusi e la bocca semiaperta con l’acquolina in bocca…vuoi nel ricordo di pantagrueliche “magnate”, vuoi per il desiderio di un pranzo domenicale in cui arrostirlo “co ‘e patate”. Non sto uscendo fuori tema o almeno non del tutto: eppure penso a quante volte mille attività delle nostre parrocchie non hanno sortito lo stesso effetto…fotocopie, powerpoint, catechesi, liturgie, riflessioni, preghierine… ma quanti si sono alzati e di botto hanno seguito Gesù? o almeno…va bè. Non vorrei sembrare troppo caustico. Ai tempi di Gesù “agnello” suonava famigliare e sacro almeno per due motivi. Era proprio questo animale che Mosè raccomandò al popolo ebraico di mangiare per mettersi in forze prima della fuga dall’Egitto. E il suo sangue a venir posto sugli stipiti delle porte come segnale per la salvezza dall’angelo sterminatore. Cibo e salvezza. Gesù, non essendo effettivamente un agnello col pelo e tutto e nemmeno trovandosi il Battista sotto influssi lisergici…deve aver almeno risuonato secondo questi due aspetti nei primi due discepoli. Così si mettono in marcia. Gesù che passa ci ricorda così “cosa“ voglia essere per noi e in che senso si ponga come agnello. Noi in genere quando siamo invitati a contemplarlo, durante la messa, siamo ancora lì a darci lo scambio della pace e quasi ci scoccia quella nenia monotona “agnello didiochetogliipeccatidelmondo…”, magari rovinando il bellissimo canto “pacesiapaceavoi”… oppure ci stiamo igienizzando le mani o preparando alla comunione ma raramente contempliamo l’ostia consacrata tra le mani del prete. Ma poi ci inginocchiamo devoti davanti al tabernacolo. Eppure è quello che accadde la prima volta proprio in questo vangelo. E che si ripete e riattualizza nell’azione rituale che stiamo compiendo col sacramento eucaristico, dove veniamo nutriti e salvati comunicandoci con quell’agnello che è Gesù. Forse il testo nuovo che il sacerdote proclama, grazie al nuovo messale, ci aiuta a prestarvi più attenzione, soprattutto ricordando che l’eucaristia è fatta per essere mangiata e non solo o troppo adorata. Gesù agnello si fa cibo per nutrire il nostro corpo, la vita e darci direzione, senso, gusto. Seguendolo poi quei due hanno un unico desiderio: vedere dove abita, dimorare, passare del tempo con Lui, farne esperienza. E Lui vi acconsente Ecco l’orario, le 16, uno dei pochissimi presenti nei 4 vangeli. Abbiamo nella nostra vita di fede qualche orario segnato nel cuore? quale “4 del pomeriggio” cioè riferimento preciso in cui, quel giorno, in quel luogo, vivendo quell’esperienza, con quella persona, io mi sia sentito intercettato da JC e la mia vita e la mia fede abbiano assunto una prospettiva e un gusto completamente diversi? No? ahi ahi ahi ahi àh!

Quarta Domenica Avvento -B

Dal Vangelo secondo Luca 1,26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». 
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Si continua a dire che sarà un Natale un po’ così… cioè? Essenziale? Non lo so: forse assenze e distanze, limitazioni e coprifuoco permetteranno una maggior aderenza al vero Natale? Vero rispetto a cosa, poi e soprattutto perché? Forse quest’anno saremo costretti a rivedere la proverbiale retorica dell’ “almeno a Natale” trasformandola in un peggior “nemmeno a Natale“? Da anni ci sorbiamo la lamentele ipocrite contro il consumismo. Adesso che per certi versi qualcosa può accadere (per emergenza, non certo per virtù!) di diverso…ne facciamo una traggggedia. Insomma in un modo o nel suo opposto sembriamo davvero mediamente incapaci di far nostro questo famoso Natale: ci scivola tra le dita ancora prima di arrivare. Forse il problema è che non ci interessa davvero così come pensiamo di pensare? Mi pare di avvertire comunque una clamorosa assenza di speranza, di cognizione del tempo (e non solo del dolore!), del fatto che potremmo e potremo trovarci coi nostri cari anche il 25 febbraio, il 4 aprile, il 47 maggio ecc. ecc.: non ci sarà la neve lo stesso, il menù sarà diverso e sarà buffo dirsi auguri (parola vuota quindi buona anche il 36 aprile), ma cosa c’entra? Siamo sconsolati perché non potremo davvero vedere i nostri cari? ma avremo altri 364 giorni per farlo. É una sorta di ossimoro. Di paradosso. Ci lamentiamo di non poter celebrare e gustare qualcosa nella cornice prevista (quasi isolandola nel calendario!)…come se qualcuno ce lo impedisse… qualcosa che però in realtà possiamo celebrare e gustare quando ci va… E non è per fare il karaoke con CarboniJovanotti che “o è Natale tutti i giorni o non è Natale maaaai!” anche se, riconosciamolo, tutto sommato c’hanno ragione. Hanno scoperto una bellissima temperatura invernale di acqua calda. Allora stiamocene pure a casa, se necessario, senza ingolfarci di solfiti e pensiamo che il nostro dispiacere può essere direttamente proporzionale alla nostra ipocrisia, la quale è direttamente proporzionale alla possibilità di ciascuno di andare all’essenziale. E che non è, ormai paradossalmente, essere o meno credenti nel Gesù di Nazareth ..ma credere alla qualità dei rapporti piuttosto che alla quantità dei cibi. A cosa teniamo di più? Al cibo, alle relazioni, al compleanno di JC? E allora anche se sarà umanamente strano, avvilente, frustrante…celebriamo frugalità ma in particolare rinnoviamo, coltiviamo e sfruttiamo l’amore nel prevedere fin da subito nuove opportunità, incontri, menù, mete, ponti, fine settimana, gite fuori porta o simili per celebrare le relazioni e gli affetti, fossero anche con l’anguria e il gelato… Non so… pensavo questo: è vero non c’entra niente col vangelo di questa quarta domenica ma ormai è tardi per recuperare: certo il corpo di Maria, la sua vita, che si dilatano facendo spazio a Gesù e modellandosi attorno a noi, fan sempre pensare…una suggestione potente non per i religiosi ma per i cristiani.

Terza Domenica Avvento -B

Dal Vangelo secondo Giovanni 1,6-8.19-28

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». 
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». 
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

‘Sto Battista non si sa mai dove metterlo, come inserirlo poi nella domenica “Gaudete” della gioia: austero, severo, rigido, intransigente; fin dal catechismo ci ricordiamo come vestiva e che mangiava… ti si ferma sempre qualcosa sullo stomaco. Tipo il pensiero: “oddio e adesso, che dobbiamo fare?”. Eppure c’è: intendo dire…JC non è sceso col tappeto rosso e lo sappiamo. Ma è stato come preceduto da profeti e altri che ne hanno narrato e annunciato l’arrivo. Il Battista è il primo di essi, ma il più piccolo di tutti, si dirà. E allora austero o simpatico, magro o pasciuto, mite o permaloso, severo o lassista…personalmente mi dice che il Signore Gesù ha sempre avuto bisogno degli altri per parlare di sé, di testimoni, più o meno autorevoli o gradevoli. Non si è arrangiato; ha scelto i dodici discepoli e tanti altri, insomma ha sempre voluto aver bisogno, includere, responsabilizzare, chiedere collaborazione, fare squadra.. una boiata? Forse, eppure la chiesa è nata così e per questo. Renderlo più presente e “fruibile”. I disponibili, non i migliori. Anche se poi abbiamo tutti in mente delle persone che ci son state perfino di scandalo nell’annuncio del vangelo o nel volto di chiesa che rappresentavano. Ma fa parte del gioco, delle regole iniziali. Insieme. Come riusciremo a fare…tentando di fare il meglio possibile qui e ora. Con l’alito da cavallette e miele selvatico o chissà cosa. Allora ripenso alla mia storia: volti, esperienze, situazioni, realtà, preti, laici, uomini e donne, suore, monache, frati, vescovi, famiglie, seminaristi, animatori e parrocchiani…quanta gente mi ha raccontato tutto questo. A volte bene, altre male..ma l’hanno fatto, magari senza nemmeno rendersene conto o farlo notare…pesare. Chissà..io spero almeno di non aver fatto troppi danni da questo punto di vista e ringrazio JC per i tratti del suo volto riflessi per me in tantissime storie incrociate. Fatelo, con gratitudine anche voi… magari…non dico la gioia ma un sorriso vi scapperà volentieri.