Pregare? Omelia XXIXa t.o. C-2019

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(Questa immagine è usata da molti per indicare una preghiera. In realtà, è solo un gesto che simboleggia il dire “grazie” e che è ampiamente utilizzato nella cultura giapponese, esattamente da dove vengono tutte queste emoticon.)

A cosa serve pregare?

1- A perdere la fede! Ho pregato tanto, ma non mi ha ascoltato, cioè accontentato: quel famigliare è morto, quel dolore mi ha toccato, quindi basta non credo più…Dio mi ha abbandonato, è cattivo, estraneo, distante. Essere cristiani è inutile.

2- A fare il proprio dovere verso Dio: è un obbligo morale a cui si è stati educati, bisogna, mattina e sera, frasi belle ma distanti dalla mia vita concreta, quasi una bella filastrocca…Dio è assente!oppure sono molto devoto e bravo, prego bene, vengo a messa, Dio sarà soddisfatto (penso) e così siamo a posto tutti e due.

3-Bo, non lo faccio mai. Che significa? Cosa c’entra? il 80-90% dei nostri cresimati di 2a media non lo fa, non l’ha imparato in famiglia; o le persone che chiedono o pretendono sacramenti (battesimo, matrimoni, funerali) non lo fa perché non serve pregare o venire in chiesa per riceverli, sono riti tradizionali da compiere, nemmeno credere in Gesù, nel vangelo o nello Spirito Santo: la fede è ridotta a galateo sociale o volontariato. Son tanto religioso ma non cristiano. Al limite penso che pregare sia prendersi momenti di riflessione, solitudine, e silenzio. 

Ma con chi? per cosa? si rischia di parlarsi addosso.

4- È la misura della propria fede; la misura non è “prego tanto” ma a cosa ti serve? come? che volto di Dio ti fa incontrare?

Certo che però ascoltando le letture di oggi mica ci viene voglia di farlo. Pregare sempre, dice Gesù, star con le braccia al cielo tutto il giorno come Mosè nella prima lettura? uffa…che fatica, non ho mica tempo anche se sarebbe bello, giusto, doveroso farlo. 

Come si fa a pregare sempre? Serve stordire Dio di pateravegloria tormentandolo come la vedova col giudice? Come è possibile lavorare, portare i figli a calcio, fare la lavatrice, studiare, mangiare, pulire i bagni e aver tempo di pregare? Vediamo di capirci un po’: pregare non significa dire le preghiere, ripetere filastrocche a memoria che non coinvolgono gli affetti o lo stile di vita. Gesù stesso ci ha messo in guardia: «Quando pregate non moltiplicate parole, il Padre sa…» (Mt 6,7). Pensiamo a Mosè nella 1a lettura: stare rivolti verso Dio e assieme, sostenuti!

Pensate alle braccia alzate del sacerdote durante la messa, sono a nome di tutti voi: assieme stiamo offrendo a Dio la nostra vita ma anche accogliendo la Sua potenza per tutti. É sempre NOI, non “io faccio per te Gesù e loro assistono in silenzio allo spettacolo.”

  Pregare è come voler bene, c’è sempre tempo per voler bene, non serve un momento a posta mattino e sera: fai quel che fai ma con uno stile e un motivo diverso dal farlo per fare. Una tavola preparata da un cameriere in trattoria o da una mamma per i propri figli, forse può apparire diversa. Se ami qualcuno, lo ami giorno e notte, senza smettere mai. Vivi come alla sua presenza. Così è con Dio: pensi a lui, lo interpelli, e da te qualcosa si mette in viaggio verso l’eterno, scrive Ronchi. E perché serve farlo?

Non si prega per convincere un Dio capriccioso a cambiare idea o trasformare la realtà. Prego per iniziare (mentre eran in cammino i lebbrosi iniziano a salvarsi!) a guardarla come la guarda Dio, con lo stesso amore, passione, misericordia, attenzione, premura..per tentare di comprenderla come fa Lui. Del resto se è vero che siamo stati da Lui creati a Sua immagine e somiglianza, dovremo pur a poco a poco assomigliargli sempre di più, se non nelle sembianze almeno nel modo di pensare, giudicare…e amare.

Prego per non sentirmi solo con me stesso e soccombere ai miei ragionamenti e schemi mentali; per non perdere la testa e illudermi di avere sempre ragione e diritti; prego perché così divento più umano e scopro la verità di me, non quel che mi viene spontaneo, prego per imparare a dire grazie e sentirmi diverso, fortunato.

 È un atteggiamento interiore di dialogo fiducioso con la propria coscienza in cui il Signore abita e nella quale ci parla, attraverso lo SS..sussurrandoci sempre il meglio per noi qui e ora. Non il nostro bene ma il Suo meglio. É vivere alla Sua presenza. Prego non per essere esaudito da Dio ma perché io comprenda che Lui sta mantenendo le sue promesse. Ecco a cosa serve pregare e perché allora dirsi cristiano è una relazione d’amore, non un impegno.

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Domenica XXIXa t.o. C – 2019

 

 

“Dio non esaudisce tutti i nostri desideri ma realizza sempre tutte le sue promesse.”

(D. Bonhoeffer)

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Tempo lettura previsto: 7 minuti

In ascolto del Santo Vangelo secondo Luca 18, 1-8

Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: «Fammi giustizia contro il mio avversario». Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: «Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi»». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Le parabole, si sa, non sono cronaca. Anche se è quasi scontato, conoscendole, ritenere che Gesù si lasciasse interpellare dalla cronaca, dalla vita quotidiana agricola, lavorativa o naturale per trasformare l’accaduto in qualcosa di edificante e soprattutto in annuncio.

La situazione di una vedova al tempo era davvero molto delicata, riflettendo, in peggio, quella della donna. Appare strano fosse costretta ad andare dal giudice da sé, che non avesse nessuno che si occupasse di lei, perché quella era la modalità. Doveva “appartenere” sempre a qualcunO. E comunque anche la figura del giudice pare assai poco edificante…mai come Gesùùbbello che non manca di indicarci come esempi delle persone poco edificanti! (i figli delle tenebre son più scaltri di quelle delle luci, samaritani…)

Ma quello che vorrei condividere in questa goccia è un’altra interpretazione a me nuova e su cui sto ruminando…quindi vi passo il “bolo” spirituale” ancora caldo… (bleeaaah!)

Giudice e vedova sono due parti di noi. Simboli di una lotta che avviene in ciascuno. Nel proprio cuore (sede affetti): da un lato la vedova, ferita, carente, bisognosa di relazione e completezza che magari cerca nella relazione… con Dio. Ciascuno di noi è fatto per l’infinito e solo in Dio troverà pieno compimento. Il giudice è quella parte di noi che pensa tutto sommato di poter stare bene senza Dio. Lodarlo, pregarlo, adempiere precetti, dire le preghiere, ascoltar la messa … ma poi…concretamente è un ateo devoto. Sta bene senza Dio e senza gli altri. Egoismo, individualismo, paura, indifferenza, superficialità, chiusura, orgoglio. La lotta con incredulità e ingiustizia che ciascuno vive dentro. Tra un Dio ostacolo alla mia libertà e realizzazione e i miei bisogni infiniti di essere per qualcuno.

A cosa serve allora la preghiera? Non perché cambi la realtà ma per iniziare (mentre eran in cammino i lebbrosi iniziano a salvarsi!) a guardarla come la guarda Dio, con lo stesso amore, passione, misericordia, attenzione, premura..per tentare di comprenderla come fa Lui. Del resto se è vero che siamo stati da Lui creati a Sua immagine e somiglianza…dovremo pur a poco a poco assomigliargli sempre di più..se non nelle sembianze (??) almeno nel modo di pensare…e amare.

Domenica XXVIIIa to C – 2019

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Tempo lettura previsto: 4 minuti

In ascolto del Santo Vangelo secondo Luca 17, 11-19

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

“Dove sono gli altri 9”? e che ti frega, Gessùùbbello? non sei quello che insegnava “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date?” oppure “non sappia la destra cosa fa la sinistra”? e allora? che vuoi? sembra che se potessi tornare indietro non li guariresti….

1 Torna indietro, 2 loda a gran voce, 3 si prostra ai piedi e 4 ringrazia. 4 azioni precise. Lui ha capito la differenza tra salvezza e guarigione. E la vive e la dimostra. Tra benessere psico fisico e/o spirituale (?) e salvezza per la fede cristiana. Tra “sto bene, mi sento bene, sono felice” (cose legittime, bellissime e sacrosante!) e “vivo la mia vita riconoscendomi alla presenza di Dio Padre che mi ama… e mi salva giorno per giorno…da me stesso e dal rimbambirmi socialmente e culturalmente!). Insomma: al centro c’è il mio io oppure un noi. (relazione io e TU cioè Lui!)

Poi ovviamente Luca ci ricorda che “attraversava la Samaria”, il buon Gesù (quindi zone da cui i pii devoti praticanti ebrei del tempo si tenevano ben alla larga con disprezzo…), che a tornare indietro convertito e grato è solo uno “straniero”, (sarà stato il cugino di quello buono, samaritano!) e ..niente… come la mettiamo? IL vangelo continuamente ci carezza contropelo mostrandoci ad esempio quelli che noi schiferemmo volentieri… ‘azz!

Per quale motivo siamo credenti e cerchiamo (sul serio?) Gessùùbbbello? per essere guariti o salvati? qual è la differenza? per qualcuno tutto è dovuto, devono pensarci loro (deve fare tutto Dio o la chiesa o il prete) per altri è bello accorgersi e tornare indietro, rendersi conto di cosa è successo. Forse uno può dirsi salvato anche senza essere guarito, cioè nella malattia, nella sofferenza vive una fede ed una speranza che lo tengono in piedi…mentre un guarito forse..dimentica la salvezza, come gli altri 9.

Bello questo Gesù che comunque lavora per la salvezza, sotto forma di gratitudine e di “noi” e che ribadisce che la tua fede, non Lui, ha salvato. E alzati… non restare nell’intimismo.. e va’… a raccontare che cosa ti è successo per provocare in tutti una santa invidia!

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