Domenica Va di Pasqua – B

(Tempo di lettura previsto: 5 minuti)

 

«[I cristiani] dovrebbero cantarmi canti migliori perché io impari a credere al loro redentore: più gioiosi dovrebbero sembrarmi i suoi discepoli!»
(Così parlò Zarathustra, F. Nietzsche)

 

280415

“Ragazza davanti allo specchio” (P.Picasso 1932)

 

In ascolto del Santo Vangelo secondo Giovanni 15,1-8
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

 

“Dio si è dimenticato di me, Dio ha permesso questo, non ha impedito quello..”
Quante idee abbiamo in testa: nascono da dentro di noi, da pensieri attorcigliati, emozioni indigeste, ricordi incancreniti, proiezioni errate e mortifere..
Un Dio da tener buono, soddisfare, compiacere..
Oppure a cui chiudere la porta in faccia con indifferenza indolore..
O da percepire sempre distante, estraneo, misterioso.. a cui poi magari insegnare il mestiere con le nostre attese e idee. Il rischio è di farne un nostro idolo: una parola vuota.. ma composta a nostra immagine e somiglianza. Me lo faccio a mia immagine e somiglianza quando penso che pensi come penso io.. dovrebbe agire come farei io, come io.. noi…riterremmo giusti o doverosi..
Peccato che Genesi dica esattamente l’opposto: siamo noi fatti a Sua immagine.. e chiamati a farci a Sua somiglianza. Quindi più guardo Dio (nel Figlio Gesù) più scopro la persona umana come dovrebbe essere, com’è potenzialmente.. com’è stata munita.. del sistema operativo del battesimo..
Il Vangelo di oggi.. l’invito a rimanere (vuol dire che qualcosa ci provoca ad andarcene..) unito al tralcio.. e poi quella frase, alla fine.. su cui vorrei soffermarmi: “In questo è glorificato il Padre mio. Che portate molto frutto!”.
Adesso alzatevi da dove siete, scrivania, divano, sedile dell’auto, sedia in cucina o tazza del water.
Andate allo specchio e guardatevi in faccia..
Ditevi: Dio non mi chiede altro che portare frutto.. cioè che la mia vita sia utile, bella, saporita.
Questa sarà la pubblicità più bella.. meglio di decine di catechesi e momenti di preghiera “alsignore..” (che è sempre in terza persona nella stanza accanto..)
Lui si gloria di questo: Dio gode se la mia vita è bella. Prima di farmi le masturbazioni mentali e spirituali che dovrei pregare di più e meglio, e fare di più, ed essere più bravo, pio o devoto.. che ho saltato la messa o non ho tempo di fare servizio oppure che faccio già abbastanza perchè sono sempre in oratorio o in parrocchia..
Mi devo chiedere che profumo ha la mia vita.. se di frutta fresca.. o di uova marce.. o di cellophane..

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“Dove mi hanno fatto le scarpe da ginnastica?” – Omelia IV Domenica di Pasqua – B

Qui davanti c’è L’altra bottega: fa parte di una catena di negozi che si impegna a vendere generi alimentari, abbigliamento o tanto altro che sia stato prodotto da scelte economiche eque e solidali: significa senza sfruttare nessun lavoratore, risorsa o terreno dei paesi più poveri; come pure di favorire per quelle persone delle condizioni di vita, lavoro e sviluppo più umane e dignitose.
In teoria quando acquisto qui sono tranquillo: i miei soldi non contribuiscono a nessuno scandalo ne ignobile sfruttamento. Anzi, faccio del bene. In teoria, quando acquisto altrove.. posso non esser sicuro di fare altrettanto, rischiando invece di incentivare (piuttosto che boicottare) scelte economiche che favoriscano sfruttamento, miseria e sottosviluppo.
Curioso: la giustizia come eccezione.. o come vezzo..
Lo so: siamo costretti a questo stile di vita e non possiamo certo campare solo di cioccolato o caffè.. da chi siamo costretti?
Ma ci faccia almeno riflettere sulla nostra presunta libertà e indiretta connivenza. Ad oggi mi risulta impossibile acquistarmi un paio di scarpe da ginnastica, ad es.. non costruite in un paese povero.
Quando il vangelo parla di lupi, questa domenica, parla di questo. Persone che accanto e noi a purtroppo spesso grazie a noi, alle nostre scelte economiche indotte o alla nostra placida indifferenza, sfruttano gli altri, le pecore.. vittime dell’egoismo, del calcolo e dello sfruttamento di certa nostra evoluta civiltà occidentale. Gente come noi, con notevoli competenze economiche o finanziarie, lauree e master ma che quando si guarda attorno non vede pecore da curare, ma da spremere. Questo è solo un esempio. Penso ad aziende  come Indesit, Elettrolux.. o migliaia d’altre. A tutto il mondo del lavoro che è stato messo in crisi.  Ma ci porti al di là del Mediterraneo. Da dove partono i famigerati barconi che vorremmo far affondare per non essere giustamente invasi. Ma il problema è non farli partire?  O chiedersi: perché non se ne stanno a casa loro? Già: io lo vorrei tanto! Se ne stessero tutti a casa loro: io qui non li voglio. Li voglio lì. Protagonisti della loro vita senza bisogno di nessuna accoglienza o carità, in grado di badare a loro stessi lavorando e producendo da protagonisti, come un qualsiasi stato moderno.
La carità che diamo qui è il prezzo di una giustizia che manca lì.
Gli scafisti sono i mercenari del vangelo? Può essere. Sembrano proteggere il disperato gregge di pecore nere.. per traghettarlo verso la terra promessa. Ma sono loro le pecore nere? O è certa economia, certe manovre politiche e giochi di potere di grandi compagnie o multinazionali.. le pecore nere. Perché non se ne stanno a casa loro? Perché quel che potrebbero fare a casa loro, lo facciamo noi per loro ma senza di loro. I poveri restano sempre più poveri. E non è un effetto collaterale ma una decisione presa a tavolino. Noi andiamo, sfruttiamo, cresciamo e loro li lasciamo li. Si stanno forse.. idealmente, venendo a prendere ciò che è loro, perché troppa nostra economia mondiale.. e locale.. campa alle loro spalle. O peggio sulle loro vite. Da noi fuggono i cervelli, da loro.. si fugge e basta.
Gesù oggi dice di essere il pastore buono: colui che da la vita per le pecore: è il titolo più disarmato e disarmante che Gesù abbia dato a se stesso. Eppure questa immagine non ha in sé nulla di debole o remissivo: è il pastore forte che si erge contro i lupi, che ha il coraggio di non fuggire; il pastore bello nel suo impeto generoso; il pastore vero che si frappone fra ciò che dà la vita e ciò che procura morte al suo gregge. Che alza la voce e si indigna.
Gesù non è qui il buon pastore del salmo da cui il canto.. che sa prendersi cura e camminare al fianco, ma è quello che sente arrivare il lupo e lo prende a bastonate: fuor di metafora.. che sa dire di no, riconoscere il pericolo e gli scandali, denunciare l’ingiustizia ed il sopruso perché ama il suo gregge, lo conosce.. sa indignarsi, se la prende con forza con chi fa male e lo sfrutta.. e questo perché Lui è pronto a dare la propria vita per loro. Quell’amore del pastore rende il gregge tutto uguale, unito da un unico amore, quello che rende fratelli e sorelle.
Cosa significa per noi questa pagina del vangelo? A noi che tra pochi minuti pregheremo il Padre nostro.. ci sentiremo parte di questo gregge universale per cui il Pastore è pronto a dare la sua vita?  Pensiamo alla nostra chiesa: l’impegno missionario, in tutto il mondo, penso al gruppo missionario o al DiMMi.. ma anche restando qui vicino. Ad esempio siamo dentro ad una collaborazione pastorale, ogni parrocchia ha il suo consiglio pastorale, abbiamo una pastorale giovanile (sanitaria, sociale..), siamo dentro un anno pastorale; l’uso di questa parola parte esattamente da qui.
Quando la chiesa agisce.. fa pastorale; vive cioè quel mandato che Gesù ha iniziato dando la sua vita. La chiesa continua a dare la vita nelle sue iniziative pastorali. E non significa morire, anche se non possiamo spegnere l’attenzione sui nostri fratelli e sorelle cristiane che oggi vivono il martirio.. significa letteralmente dare vita, dare qualità di vita migliore, più bella, libera, sana, umana.
Rendiamoci conto che quando educhiamo come scout, ads.. noi stiamo dando vita.. che tutto quello che facciamo, siamo chiamati a compierlo con gli stessi sentimenti e passione del pastore che ora, oggi, ha solo le nostre vite come suoi strumenti di pace, giustizia e carità. Siamo chiamati a farlo riconoscendo in Lui la nostra forza ed il nostro modello. Attingendo con la fede alla relazione con lui sapremo essere presenti a questo mondo con intelligenza, spirito critico, una coscienza che sa indignarsi e guardare oltre, che non si lascia anestetizzare dall’indifferenza (il peggiore dei lupi), ma che sa riconoscere in tutte le persone che soffrono dei fratelli e sorelle da salvare dai tanti lupi e mercenari attorno e spesso anche dentro di noi.
L’eucaristia, cioè Gesù che ci offre la sua vita sia la forza e l’impegno a fare della nostra vita un dono e del nostro servizio un azione davvero pastorale.

Domenica IVa di Pasqua – B

(Tempo di lettura previsto: 6 minuti)

 

“Ich bin ein Berliner” 1963 da J.F.Kennedy


 

220415

 

In ascolto del Santo Vangelo secondo San Giovanni 10,11-18
In quel tempo Gesù, disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 

Qual’è il pastore che darebbe la propria vita per le pecore? Questa metafora così immediata e tipica.. ci offre un volto schietto ed immediato di Gesù e del rapporto che continuamente ci offre di godere e partecipare. In particolare in questo tempo di Pasqua, in cui siamo continuamente chiamati a non lasciarlo al giorno di Pasqua come ad un tempo finito.. ma come ad una porta essenziale per vivere altro, per vivere qui e ora da risorti, cioè in una vita nuova.. non fatta di una fede come uno zucchero a velo soffiato sopra per gradire ma come una relazione nuova, liberante, bonificante.. di qualcosa di noi, per avere vita eterna, cioè di qualità buona.. che la renda eterna appunto, che dura..
Pecore non di un gregge a testa bassa, nel senso di “pecoroni” che non sanno perchè fanno qualcosa se non per conformismo. Ma pecore in quanto protette, accudite, custodite.. accompagnate. Questa immagine allora potrebbe provocarci sulla nostra percezione di Cristo al nostro fianco. Se e come lo percepiamo? Se siamo cristiani.. cioè “di Cristo”.. che sapore e che senso ha per noi? Il nome che ci definisce non caratterizza una morale, una serie di pratiche, un patrimonio di valori e identità da sbandierare, ma una relazione.
Un secondo elemento molto pratico è che c’è un lupo e un mercenario. C’è il male: cioè c’è chi vuole il male delle pecore, non gli stanno a cuore. Le sfrutta o le mangia. Che effetto fa questo, pensando alla nostra realtà umana e sociale? Essere credenti non significa che non succederà nulla.. credere in Dio non significa credere in un ente che magicamente fa il bene e evita il male. Gesù ci dice che camminando accompagnati da lui non è che non accadrà nulla.. il male c’è.. ma che conosceremo il Padre.. e da quella prospettiva forse la nostra realtà avrà un vigore diverso. Non sarà diversa.
Il mercenario è quello che prende 3/4000 euro a ciascuna delle pecore nere e le schiaffa in un barcone. E poi le sbatte in acqua.
I pecoroni son quelli che si stracciano le vesti per questi scandali.. e dice che dobbiamo fare qualcosa.
C’è stata una tremenda escalation crescente di numero di morti nelle sempre più presenti stragi in mare.
E le lamentele scandalizzate hanno avuto sempre e solo il solito refrain. Adesso che il numero è così elevato.. aspetteremo, che so.. di sfondare il migliaio?
Manderemo i droni sulle coste, cercheremo di abbattere i barconi alla partenza, magari chiedendo un favore ad IRON MAN o ai FANTASTICI 4..
Ma quando ci metteremo in discussione nel chiederci perchè le pecore abbronzate non hanno pascoli ubertosi in cui stare? Non hanno ruscelli freschi a cui dissetarsi? Non hanno soffici prati inglesi su cui stare? Insomma.. prima di abbattere le barche.. che non hanno colpa, perchè non ci chiederemo come mai questi son disposti a dare tutto quel che hanno pur di scappare? Da chi? Da cosa? Noi c’entriamo nulla? Direttamente o indirettamente?
Quali i mercenari che hanno raso al suolo le risorse di quelle pecore?
Perchè invece di spendere miliardi per impedire loro di partire.. non spendiamo qualcosa di meno per aiutarli a restare più volentieri a casa loro?
Siamo forse, come occidente, multinazionali e politiche economiche varie.. colpevoli un po’ di questa fuga dall’Africa?
Da noi fuggono i cervelli.. da loro si fugge e basta.. perchè? Interessa?
E quando non potranno più partire, che faranno? Moriranno li di fame e non solo?

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