Parole eterne. Omelia IVa domenica t.o. B ’24

Certe parole sono eterne. Rimangono in noi per sempre; magari a far danni, perché ci hanno ferito. Ricordiamo fin troppo bene chi ce le ha dette, in che momento e perché. Conficcate nella nostra mente… un’eco silenziosa; dette per ferire e umiliare, continuano a rimbombare tra i nostri pensieri e gli sforzi a vivere, fanno male, zavorra legata al nostro valore o identità. Restano in noi finché non scegliamo di contestualizzarle, metterle in discussione, allontanarle, perdonare. Penso a chi per una vita si sia sentito sminuire, prendere in giro o paragonare, e continui a vivere così, avendoci solo troppo creduto, diventando quel che ti hanno detto.

   Oppure sono parole eterne perché ci alimentano per sempre, facendo germogliare e custodendo in noi un tesoro di fiducia, stima e credibilità, che ci ha fatto crescere saldi, amabili, protetti.

   Gesù colpisce quanti in sinagoga lo ascoltano, proprio perché parla loro con autorità. Lo conoscevano! Trentenne scapolo, ancora in casa con la mamma, artigiano nell’azienda di famiglia ma quel sabato il modo in cui parla, il come, fa cambiare le cose. 

Viene guardato in modo diverso. Il termine “autorità” traduce il greco exusìa, parola dai molti significati: non va intesa come qualcosa che vuole umiliare o sottomettere ma dice il potere, la capacità di rendere effettivo, di far cambiare le cose.

Ha il senso di una parola che ci interpella, affascina, promette.

   Penso ad un vecchio prof. al liceo: che fascino aveva quando, quasi commosso, commentava per noi cialtroni svogliati alcuni filosofi…la classe si fermava e ci teneva tutti a bocca aperta, rapiti da quanto ci stava quasi annunciando, facendoci emozionare.

   Gesù parla con autorità significa riconoscere che quello che dice è per noi, non solo destinatari passivi ma persone assetate di senso e novità. Gesù non parla di Dio come un argomento (vizio di noi preti, delle nostre comunità o attività educative) ma ce lo racconta Padre affidabile, che ti prende sul serio e vuole portare più avanti, altrove, in pascoli nuovi, migliori, insperati. Non è uno slogan religioso, altisonante ma vuoto, né la parola tronfia dei dotti, la parola strategica degli oratori, la parola astuta dei commercianti o la fake news che ingenuamente taggiamo nei social.   Una Parola che va dritta alla persona: raggiunge l’intelligenza, scalda il cuore, ne cambia la vita. Ed è questo che la rende autentica, vera. Porta con sé un vigore, un’energia, un dinamismo capace di generare senso e cambiare la realtà. Abbiamo tutti bisogno di parole di salvezza che scaldano il cuore dando brividi di vita e vertigini di speranza. “Signore io non sono degno di partecipare alla tua mensa ma dì soltanto una parola…. e io sarò salvato”. Sono parole di responsabilità, che ripetiamo ad ogni messa…

Si chiama valore performativo. Cioè una parola capace di creare qualcosa di nuovo, che prima non c’era. Io ti assolvo, io ti battezzo diciamo noi preti; io accolgo te, dice la sposa allo sposo e i due diventano marito e moglie per sempre…Nulla è più come prima! Io ti amo, ti perdono, mi fido di te, parole che ricostruiscono, fanno girare pagina… realizzano quello che dicono. 

Oggi sarai con me in paradiso, al ladrone in croce, nemmeno io ti condanno, alla donna, venite e vedrete ai primi discepoli, la mia gioia sia in voi, rimanete in me…

Mi domando quanto siamo consapevoli di questa realtà che la nostra fede ci offre, mentre preghiamo o ascoltiamo il vangelo. 

 Il giorno di Natale il vangelo di Giovanni ci ha annunciato che Gesù è logos, parola che si fa azione, cioè verbo…qualcosa che fa funzionare in modo diverso. Ne siamo consapevoli o almeno…curiosi? Chiediamo al Signore Gesù di renderci consapevoli del sapore e del significato delle sue parole per noi. Ci trovino attenti e affamati, terreno fertile per dare loro credito, tra i nostri pensieri, paure, ritmi e abitudini; siano parole fresche, frizzanti, saporite, col desiderio di essere quanto ci annunciano. Ci sostenga poi nel credere anche alle parole che sceglieremo per orientare la nostra cristiana quotidianità, consapevoli che sei le parole che usi, diventi le parole che scegli.

Perché certe parole, l’abbiamo capito, sono davvero eterne.

Omelia del Battesimo del Signore, B ’24

   Giovanni Battista lo ricordiamo: austero, radicale, intransigente. Locuste e miele selvatico. Minacciava castighi, invocando conversioni a tutto spiano e raccontando un Dio fustigatore dei peccatori, la cui ira imminente era inevitabile, chiamava Sadducei e farisei “razza di vipere”, annunciando che Dio con la scure avrebbe tagliato gli alberi morti che non portavano frutto, cioè quei credenti troppo sicuri di sé nel dire “noi tanto abbiamo Abramo per padre” (abbiamo sempre frequentato, fatto i chierichetti da piccoli, dato una mano in parrocchia, studiato teologia, siamo consacrati…)

  E figurarsi, parlando del Messia, sarebbe stato più forte di lui tanto che non se la sarebbe sentita nemmeno di slacciargli i sandali. E cosa succede? Se lo ritrova davanti, in fila coi peccatori, uno qualunque, con i reietti impuri, i falliti, gli sbagliati, quelli che non combinano mai nulla di buono, mai all’altezza di niente, inadeguati per il senso comune…con chi voleva purificare la propria vita, riconoscersi fragile nei propri disastri e ricominciare. 

Che faccia avrà fatto?

  Il Messia, il Salvatore, l’Unto del Signore, l’Atteso da secoli e annunciato dai profeti, il perfetto e puro, gli si para davanti: sporco, mezzo nudo, testa bassa, capelli davanti agli occhi e mani giunte, a chiedergli il battesimo di conversione. Vorrei vedere voi!!  Cose incredibili, le gambe che ti tremano, a bocca aperta non sai che fare, mica te lo aspetti…questo doveva salvare il popolo eletto di Israele, guidarlo in cima al mondo, convertire tutti, cacciare i romani, potente e vincente nel mettere tutti d’accordo sotto di sé ….e se lo ritrova là, così, in acqua. 

 E allora si sarà chinato, piano, sconvolto, commosso e prendendo un pugno d’acqua, il cuore in gola, avrà poggiato la sua mano, aprendola poi come una carezza, su quella testa, raccolta in preghiera, pronta a cominciare come tutto da capo. E proprio lui, uscendo dal battesimo vede squarciarsi i cieli e scendere lo spirito, ascolta la voce dal padre. È il primo destinatario di questa Rivelazione, lui che, a differenza del Battista, battezzerà in Spirito Santo. Questo dono chiude definitivamente l’era precedente del Battista, fa da cerniera tra antico e nuovo testamento, inaugura il tempo compiuto della nuova ed eterna alleanza, della salvezza definitiva, la definitiva vittoria sul peccato. Una gavetta di 30 anni in silenzio, quella di Cristo, in modo che nulla di tutto quello che è umano gli potesse più essere estraneo o distante. Ma anche per iniziare a raccontare che tutto quello che è divino ora sarebbe stato completamente diverso, per tutti e per sempre.

Quello spirito è stato offerto a ciascuno di noi, battezzati, salvati, resi continuamente salvabili…se glielo permettiamo e se scegliamo di crederlo attuandolo. Ecco il figlio di Dio, non serve nemmeno dirlo…assomiglia tutto a suo Padre.

Inizieremo a dargli credito davvero e a volerlo imitare?

Seconda stella a destra… Omelia Epifania ’24 -B

Epifania ’24 B

Seconda stella a destra, questo è il cammino e poi dritto fino al mattino, poi la strada la trovi da te… Edoardo Bennato nel 1980..

Davvero ..canzone bellissima di un album strepitoso… “Sono solo canzonette”

una stella da seguire, come fanno i Magi, senza sapere altro che quel che brucia loro dentro, un desiderio profondo di scoprire e fare esperienza, senza accontentarsi ne darsi per vinti.

Adoro la parola desiderio: deriva dal latino de-sidus. Sidus è stella (pensiamo alle distanze siderali delle stelle)…de, privativo, dice mancanza, privazione “decrescita, denatalità”. 

  Da sempre l’essere umano guarda il cielo trepidante per almeno 3 motivi: 1) stella cometa, croce del Sud, orientarsi quindi direzione 2) stelle, costellazioni, astrologia, oroscopo: futuro, 3) la bellezza e la poesia di un cielo stellato che ti rapisce con il naso all’insù.

Da sempre i nostri desideri più profondi, non i capricci o i fanta diritti, nascondono un bisogno umano ancestrale, comune di direzione, futuro: che ne sarà di me, dove devo andare per… e di bellezza. De-sidero perché ne sono privo…

I magi lo insegnano. Diversi per età e provenienza secondo la tradizione a dire tutto l’essere umano, da sempre, un desiderio infinito che caratterizza tutti e a tutte le età, sempre. Si mettono in cammino dietro ad una stella che li precede. Dettagli evocativi, non certo oggettivi o scientifici, con cui i vangeli ci suggestionano con queste figure che non sono credenti o religiose ma solo in ricerca autentica e quindi in cammino. Ma nel brano ci sono persone che vivono esattamente all’opposto dei magi. Il testo è bellissimo perché ci mette in guardia, additandoli con discrezione, dai professionisti della religione; il palazzo di Erode ne è pieno…sanno citare a memoria la Scrittura ma poi non lo vivono. Dicono tante cose devuote ma non ne sentono il gusto né danno loro significato, restano solo filastrocche compulsive, un lexotan spirituale. Ripenso a De Andrè, il testamento di Tito:

Non dire falsa testimonianza e aiutali a uccidere un uomo. Lo sanno a memoria il diritto divino, e scordano sempre il perdono

A volte le nostre parrocchie sembrano un po’ quel palazzo, dove Gesù sembra un dazio da pagare tra le tante attività e poi arrivano persone che sono in cammino, in ricerca e hanno letteralmente fame di Dio, del suo perdono, della sua luce, della buona notizia.

  E il re Erode? Anche lui è curioso ma non si fida, non vuole metterci la faccia, manda avanti i Magi, chiede loro poi di tornare, informarlo…quanto è meschino. Crederà se lo faranno anche gli altri, cerca garanzie, aspetta conferme. Ecco le malattie oggi della religione. Parole vuote, direbbe Gesù, sepolcri imbiancati e ipocrisia. Tradizioni che non sanno tradurre il vangelo in vita. Gesù per Erode è un ostacolo che gli farà ombra, non permettendogli di fare come vuole lui, di essere quel che vuole lui. Oggi diremmo di credere a modo mio, non importa quel che dice il vangelo…io faccio quel che mi pare, come mi hanno insegnato.

  E noi da che parte stiamo? Ci fa bene confrontarci con entrambe.

Chiediamoci però quale sia il desiderio più profondo che abita la nostra vita cristiana, quali siano le nostre stelle in cielo.

Curioso, pensateci, tra poco staremo col naso all’insù forse, cercando nelle scintille luminose del pan e vin, e nella loro direzione, il nostro futuro: vi ricorda qualcosa? 

Abbiamo atteso questo Natale preparandoci con presepe, attività e riflessioni; poi lo abbiamo accolto come un dono, che ci chiede solo disponibilità, mangiatoie accoglienti per lasciarci stupire, come un salvatore che ci salva da noi stessi chiedendoci di prenderci cura di Lui. Ci salviamo, salvandolo. Bisognerebbe ricordare questa dinamica. Perdendo la propria vita la ritrovi, dirà Gesù nel vangelo, come il chicco di grano. Ed è la legge dell’amore. Di chi non pensa solo e sempre a sé stesso ma anche agli altri perché sa che in realtà, rendendoli felici, sarà felice lo stesso e forse di più, senza perdere nulla. L’inganno di Adamo ed Eva. Il bambino della mangiatoia ci aiuti come i Magi a metterci in discussione, lasciare qualche sicurezza, metterci la faccia come non vuol fare Erode, soprattutto se ci sta facendo ristagnare in una fede tiepida e formale, per ritrovare il brivido di un salvatore a cui stiamo a cuore, ci prende sul serio e vuole accompagnarci nella vita…lo abbiamo sentito anche attraverso l’annuncio della Pasqua..quante occasioni il tempo nella liturgia ci darà per vivere da figli salvati, amati, preziosi, proprio per quello che siamo, senza meriti, ma solo coi nostri desideri di vita piena, bellezza, direzione e orientamento. Tutto questo non ci trovi comodi e sicuri nel palazzo ma desiderosi di fare esperienza della sua salvezza nelle nostre stelle… attraverso i desideri che portiamo in noi e per noi… altrimenti avrebbe avuto ragione Bennato, erano davvero solo canzonette…e dopo la seconda stella non abbiamo trovato nulla.