Si muore un po’ per poter vivere… Omelia Pasqua ’24

Corrono tutti questa mattina, nel vangelo. C’è da avvisare, chiedere conto, condividere. Lo hanno portato via. Colgono come l’assenza di una presenza, un vuoto, che però rimbomba. Proprio come certe assenze, rimbombano in noi, quando ci sentiamo vuoti o svuotati di vita, mancanti di… Non è possibile!

Le donne, Pietro e Giovanni, svegliati di soprassalto, corrono. 

Un dettaglio mi suggestiona sempre: Giovanni, il più giovane, è il più veloce, arriva per primo, osserva ma non entra. Sembra quasi portare rispetto nell’attendere l’arrivo trafelato di Pietro. O forse non vuole avere fretta. Lo lascia entrare, cede il passo, vai prima tu, consapevole del ruolo e dell’esuberanza del buon Pietro. Chissà se a quell’ora un gallo aveva già cantato il sorgere del sole. Sta di fatto che in questo gesto, forse cortese, Giovanni sceglie di entrare solo dopo, senza fretta, quasi con cautela. Pare che quel momento di attesa gli abbia permesso di riflettere, prendere consapevolezza; entrambe leggono quegli oggetti lasciati così in ordine come segni, ma solo lui, il giovane Giovanni, vide e credette. Mi piace immaginare che, in cuor suo, se lo volesse quasi gustare, quel momento incredibile e prendere consapevolezza della totale presenza di quell’assenza, fissarselo nella mente… nulla sarebbe stato più come prima!

La Pasqua potrà cominciare solo facendo come lui, iniziando a darci qualche momento di consapevolezza. Facendo morire qualcosa che presumiamo per far vivere il nuovo. Altrimenti sarà l’ennesima festa che avremo fretta di metter via, il vangelo lo conosciamo, non serviva spoilerare nulla. “non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”. Come noi, il rischio è che non cambi nulla, ascoltiamo la scrittura, da una vita, sappiamo già tutto da anni. 

Come comperare oggi un uovo di Pasqua: ormai li fanno solo della marca o dell’azienda famosa che già ti fa sapere che tipo di sorpresa vi troverai. Ma non sarà certo più una sorpresa. Che tristezza.

Quel breve momento di consapevolezza permette a Giovanni di iniziare a credere alla risurrezione. È davvero poca cosa, ma…. fondamentale. Mi fa venire il mente il lievito. Poco lievito fa lievitare tanta pasta. La fa vivere. Ne parla Paolo, nella 2a lettura. Un po’ di lievito, per essere pasta nuova. Bellissima immagine. Essere pasta nuova, fresca, nelle mani del Padre, grazie al nostro pugno di lievito, il desiderio di una consapevolezza diversa, necessaria, audace, adulta, libera. Fare la nostra parte.

  I vangeli parlano spesso di lievito, soprattutto in negativo: Gesù chiede di starne distanti, da quello dei farisei e dei sadducei,  cioè l’ipocrisia, la superficialità, la saccente supponenza di chi sa solo alzare le spalle e dire “lo so già, non ne ho bisogno, solite cose, sto bene così”. Facciamo nostra la raccomandazione a non celebrare la festa col lievito vecchio, di malizia, di perversità, continua Paolo…come quelli che non sanno più stupirsi di niente o nemmeno osano farlo, dandosi il diritto a credere o sperare. 

Ci riguarda? far morire, togliere il lievito vecchio che ci rende cristiani col curriculum ma non con il sorriso, indaffarati, appagati ma non liberati. Cristiani a parole, con l’etichetta di chi ha fatto quel che andava fatto, avendo probabilmente dimenticato perché e sopratutto che gusto aveva. Chiediamo, come Paolo suggerisce, lievito di sincerità e verità: la consapevolezza di qualche istante di silenzio da concedersi, del riflettere sulla propria vita a partire da quanto ogni domenica potremo celebrare, poter imparare a sfruttare meglio il tempo, non solo ad esserne inseguiti, o un libro utile per credere con maggiore libertà, un confronto o un colloquio con qualcuno sulla propria vita spirituale, un desiderio di vita diversa cui dare spazio come pure delle domande sincere da custodire senza fretta, per mettere ordine e far fermentare tutto, da capo. Ecco il lievito che sta solo alla nostra responsabilità adulta offrirgli. Gesù annuncia che il regno di Dio inizia proprio così, come un po’ di lievito nel cuore per diventare pasta,… con cui magari essere…pane. Venga il tuo regno, in me, come lievito.

   Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello, ci ricorda bene la sequenza pasquale, molto suggestiva. Non è quello che continuamente accade nei nostri cuori? Abbiamo in noi spinte forti a vivere, crescere, sognare come anche a morire, sopravvivere, dover essere, fare e dimostrare, continuando a recitare la nostra parte. Non è quello che continuamente accade nei nostri pensieri? Quando si accavallano e ci confondono, spingendo le nostre vite a ritmi che ci hanno stancato o a forme che non ci dicono più nulla. Siamo sempre li a combattere o peggio, a combatterci, sentendo che non ne vale più la pena o che non ne abbiamo diritto. Il duello lo ha vinto Cristo per noi, possiamo riconoscere quanto nei cuori e nei pensieri ci vuole morti, vecchi e quanto invece può essere lievito di vita, pasta da affidare, pane cui credere, vivere da schiavi o da figli, ascoltare in noi voci che confermano morte o offrono vita…L’evangelista Giovanni ci doni una sana cura per la nostra fede: diventarne profondamente consapevoli. 

Abbiamo 50 giorni di tempo di Pasqua per  prenderne maggiore coscienza, ne siamo responsabili. Le nostre comunità sono pronte, con diverse iniziative interessanti che condivideremo. 

Facciamo morire in noi quel lievito che non serve più a nulla, chiediamo a Cristo risorto di donarci la coscienza di avere un lievito nuovo, ci farà sentire giovani, perché come cantava, meravigliosa, la Caselli. “Si muore un po’ per poter vivere…”

la risurrezione inizi per ciascuno di noi, proprio da qui