«Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore Dio – in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore». (Am 8,11)
In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
Così = come. Quando nel Padrenostro chiediamo che “venga il Tuo regno“, cioè il mondo come Tu lo hai creato e affidato alla nostra cura e passione, stiamo facendo una richiesta precisa. “Venga” dice il desiderio, l’anelito, l’auspicio, la volontà, il bisogno, il non veder l’ora di… e tutto questo, se siamo onesti, impegna anche noi con un nostro coinvolgimento personale. Della serie: “io ve lo mando, lo faccio venire”… ma voi saprete riconoscerlo, accoglierlo, prendervene cura, garantirne la qualità e la persistenza? Questa parabola pare risponderci indicando una concreta direzione e prassi da fare nostra. Il regno è così; accade, si manifesta, si offre…”come”! “Come un uomo che“. Si manifesta mentre accade qualcosa. Far accadere qualcosa lo rende presente. Ci fa mettere in linea, in scia, in collaborazione. Perché il Regno sta già lavorando. Gesù ce lo ricorda con l’immagine dei semi che crescono mentre il contadino dorme. Accade “come”.. un processo da avviare, una serie di pratiche da far vivere, un metodo, un modo di fare, uno stile preciso, connotato di vangelo. Siamo noi che lo facciamo accadere, siamo noi i protagonisti di quel “come”, che rendiamo effettivo quel “così”. Il Regno cresce perché noi lo mettiamo in atto. Creando pratiche buone, sane, belle, virtuose: legalità, giustizia, trasparenza, accoglienza, perdono, pazienza, sorrisi, premure, attenzioni, cura, dedizione, collaborazione, interruzione di quanto confermi o rinforzi muri, divisioni, competizioni, rivalità tra noi, i nostri gruppi, le nostre comunità….chiusure, egoismi, furbizie; mentre mettiamo in atto, il regno si rende manifesto. Dio ci inventa con noi. Si rende manifesto, pur tra le righe, attraverso le nostre scelte, i pensieri evangelici, le mentalità oggi controcorrente, i valori “rivoluzionari” rispetto al buon caro senso comune…. Non per complicare ma…è la logica di Gesù che la chiesa vive in prima persona, quella “sacramentale”, in cui le parole agiscono attraverso i gesti… i segni precisi. Parole e acqua, olio, incenso, pane, vino… Si tratta di comprendere che, se ci pensiamo, nella fede, Dio agisce in noi e attraverso di noi, diventati “Gesù” attraverso l’eucaristia… diventando e vivendo il “Corpo di Cristo” che è tale mentre agisce in suo nome, come lui….
(cari genitori, pensate ai vs figli/e.. cosa vorreste, avete voluto per loro?)
Abbiamo fatto la volontà di Dio, questa settimana, ci siamo chiesti all’inizio? Quella che durante il Padre nostro, chiediamo sempre “sia fatta”. Da come rispondiamo, possiamo intuire che immagine di Dio abbiamo dentro: uno che se non la fai si arrabbia perché è permaloso? Se la fai male te lo rinfaccia? Un dio esigente che ti farà il pelocontropelo per dire se l’hai fatta bene ma che potevi anche farla di più e meglio?
Quanto spesso siamo incastrati in dinamiche simili, dal punto di vista psicologico, ben più di quanto siamo in grado di riconoscere.
Ma la preghiera inizia dicendo Padre ed è quella che Gesù ha insegnato ai discepoli che gli chiedevano come pregare.
Io non son genitore ma mi chiedo: che volontà hanno per i propri figli i genitori? Direi che siano felici… e poco altro, anche più della famosa salute, che spesso, pensiamoci, non basta ne garantisce alcuna felicità.
È bellissimo questo volto di Gesù: lui è lì coi discepoli e la folla ad annunciare il vangelo; lo accusano di essere fuori di testa, indemoniato e perfino posseduto da spiriti impuri, 3 accuse.
Da un lato la folla non lo lascia nemmeno mangiare da quanto essa stessa è affamata di buone notizie, parole belle e saporite… i discepoli, gli scribi e perfino la madonna, sua madre, lo accusano. Io non so se riusciamo a concepire la cruda realtà che ci è stata descritta. La differenza tra chi desidera fare esperienza di Dio e chi, siccome dice cose che non rientrano nel già noto, e sconvenienti lo accusano. Accade oggi? Si…lo dice il modo in cui facciamo formazione senza voglia in parrocchia e il modo in cui l’evangelizzazione raggiunge chi si ritiene lontano…
E lui come ne esce? dicendo che chi fa la volontà di Dio Padre è per lui fratello, sorella e madre. Ma ci rendiamo conto?
Gesù ci fa saltare la fila… ci elegge suoi fratelli e sorelle, addirittura madre! se facciamo la volontà del padre. Credo sia bellissimo pregare per questo e accoglierlo come buona notizia sulla mia vita, su quello che penso di me. E qual è questa volontà? Lo abbiamo accennato, quella di un padre per i propri figli, che siano felici. Quando con le mie attenzioni e scelte concrete io cerco di rendere felici gli altri, farli stare bene, quando mi prendo cura delle relazioni … io sto facendo la volontà di Dio, sto dicendo di appartenere a un regno in cui siamo fratelli e sorelle nel Suo nome. Fai agli altri quel che ti piacerebbe fosse fatto a te, dice il cap. 7 di Matteo… Senza cercare consensi o mendicare applausi, mettiti in gioco per curarti degli altri con quello che fai, dimostrando che il battesimo, che ci rende figli, fratelli e sorelle, inizia proprio così… se glielo permettiamo…
Chiediamo al Signore, come singoli credenti e come comunità, di voler coltivare questa attenzione missionaria per chi si avvicina alle nostre parrocchie, mostrando loro un volto inedito ma coinvolgente di chiesa, di chi sente che sta incontrando un fratello e una sorella e questo lo rende figlio e quindi..felice…
Del Piero alla Juve, Baresi e Maldini al Milan, Zanetti all’Inter…Totti alla Roma, naturalmente, e pochi altri…Bravissimi anche Baggio, Ibra, Ronaldino, Mbappè ok ma..cambiando sempre squadra, non rappresentavano nulla, troppo mercenari…erano solo loro stessi. Geniali, ma soli. I primi invece diventavano la “bandiera” di quella squadra, Del Piero era la Juve e la Juve era anche Del Piero. E ti ci affezionavi…e stavi sicuro…
-O penso alla musica: Queen senza Freddie Mercurie, U2..Rolling Stones ancora ma senza Charlie Watts, gruppi dall’identità solida vs carriere brevi e posticce, le tante feat. collaborazioni con tutti pur di stare a galla.
-O alla politica, persone per un partito, sempre e comunque, fedeltà e coerenza, nessuna transumanza tra fazioni pur di stare ancora a galla.
-O a determinati animatori o capi scout o catechiste…che han fatto servizio per una vita, tra generazioni, diventando grandi, adulti, laureati, professionisti, mariti e genitori facendo sempre servizio, senza vederlo in contrapposizione con la propria vita privata, cosa oggi impensabile perché si ragiona, si crede e si fa servizio in modo diverso… ecco insomma in tutti questi ambiti e non solo..
delle persone che con le loro scelte ci hanno insegnato a credere in un valore secondo me fondamentale che oggi spesso ci manca. Fondamentale perché umano, presente in noi come un bisogno spasmodico che ci caratterizza, e un orizzonte che attrae rassicurandoci: quello dell’…appartenenza. Essere parte
Credo che celebrando oggi la festa della nostra parrocchia questa appartenenza ci possa provocare. Essere parte di un qualcosa di più grande. Chiedersi…Di chi sono? per chi? A che servo, io? Domande che da sempre pulsano, pur implicite in ciascuno di noi.
Caro p. Andrea, non posso non pensare a Venditti…che in Grazie Roma si chiede…
Dimmi cos’è….. Che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo
Dimmi cos’è …..Che ci fa sentire uniti anche se siamo lontani
Dimmi chi è…..Che me fa sentì ‘mportante anche se nun conto niente
Io credo che tutti abbiamo fatto esperienza di questo: amici così, anche se non ci conosciamo (i motociclisti che si salutano con due dita, in montagna ti saluti sul sentiero, l’adunata degli alpini…), chi è lontano (i vostri figli all’estero o qualcuno che si è trasferito ma…resta questa la mia parrocchia!) ma soprattutto ciascuno di noi che ne abbia bisogno…quando senta di contare poco, aver raccolto poco, essere poca cosa e invece…appartenere…fare parte di qualcosa che ti rappresenta e completa, donandoti un significato di identità e vita, un valore aggiunto, dono e responsabilità.
E a questo “dimmi cos’è” di Venditti, mi piace pensare risponda idealmente quel genio di …Giorgio Gaber, che proprio nella “canzone dell’Appartenenza” scrive un monito che ci aiuta a inquadrarla bene:
Non è lo sforzo di un civile stare insieme –unipocrita, volontaristico “bisogna”
Non è il conforto di un normale voler bene – xe beo, stemo qua, voemose ben
Non è un insieme casuale di persone – ognuno da una mano…fa il suo
Non è il consenso a un’apparente aggregazione – dire a chiacchiere che…
L’appartenenza, -tuona Gaber- è avere gli altri dentro di sé 2v!,
Mi commuovo con una frase così bella e poetica, così vera:
pensate se cominciassimo a viverla o almeno a desiderarlo.
Poi penso: Matteo, che stupido sei: davvero non ci arrivi?
E allora rifletto, ricordando che per noi cristiani questo è già realtà. Non lo siamo perché veniamo a messa o diamo una mano in parrocchia ma perché, il giorno del nostro battesimo, abbiamo ricevuto, la vita nuova di Cristo in noi, e da allora gli apparteniamo, siamo di Cristo, cristiani. Siamo stati immersi nella Trinità, a fare il giro tondo con il P, il F e lo SS., come la danza di Matisse, dentro una relazione d’amore che fa “Dio” di cognome.
Gli apparteniamo e quindi ci apparteniamo come fratelli e sorelle nel suo nome. Questo anche viviamo ad ogni messa…
La chiesa nasce dall’eucaristia e l’eucaristia fa la chiesa e lo celebriamo per farne memoria e riprendere a viverlo. sistole diasto
Oggi, Corpus domini, celebriamo questo ed è bellissimo che sia la festa della nostra comunità, di cò che ci accomuna, unendoci, il modo cioè in cui ci rendiamo visibili, presenti e siamo segno di questa appartenenza… per 1) ricordarlo, 2) viverlo 3) annunciarlo.
1) ricordarlo: letteralmente, portarlo su dal cuore, rinnovarne la consapevolezza con gratitudine!…Siamo tempio, dimora dello SS, (cfr. porta ingresso) nella nostra coscienza, ricorda GS del CV2,
ricordandolo, oggi lo celebriamo, come ogni domenica.
Questo è il mio corpo, ci dice Cristo, mentre si è fatto pane.
Allora ricordo che quel pane e quel vino, in me, mi aiutano a diventare come Cristo; il cibo normale sostiene e fa crescere la mia dimensione fisica-biologica, comunque destinata alla morte; l’eucaristia alimenta Cristo in me, la dimensione spirituale, mi aiuta ad avere il suo modo di pensare, di guardare a Dio, me e agli altri, di agire, il suo stile. Questo cibo mi rende eterno, confermando la vita eterna di Cristo già in me. Dobbiamo ricordarlo! Rinforza la mia appartenenza reciproca a Lui e alla chiesa. Nessun valore, ma uno stile cristiano da scegliere, giorno per giorno. Io divento pane con la vita che gli so offrire, lasciandomi giudicare solo dalla Sua buona notizia di misericordia. Gli apparteniamo.
Ma quanto ne siamo realmente consapevoli?
2) viverlo: fate questo in memoria di me, ci viene chiesto:
la comunione nasce perché ciascuno sente che la propria vita in Cristo è pane nutriente per tutti gli altri, nessuno escluso, perché ci ha costituiti Corpo di cristo. Ne siamo parte, gli apparteniamo e così siamo tutti più di noi stessi. Ci apparteniamo. Ognuno non è più anonimo, solo e poca cosa, siamo già quel Corpo di Cristo che riceviamo, e lo diventiamo confermando che dobbiamo stare uniti, corresponsabili e complementari. Se no manca un pezzo, un pezzo d’amore che non viene amato e quindi va sprecato.
Siamo affidati gli uni agli altri, si cresce come nel rugby, andando avanti solo guardando indietro, se ci sono tutti, se no…
Nel parlar comune diciamo di venir qui a “fare la comunione”: ecco il mandato. Bellissimo. Non la comperi al supermercato, né appare come per miracolo, la comunione si fa continuamente e mai una volta per tutte, è il processo dello stare assieme, non la meta, viene affidata alla responsabilità di ciascuno. Significa che alla radice della nostra vita come cristiani, alla fonte della nostra carità e del servizio che facciamo in parrocchia, sta la comunione, il vivere nell’unità. E questo perché c’è una comune appartenenza reciproca. Non è così in ciascuna delle nostre famiglie? Si fa
Comunitando: ricordandosela, cercandola, provandoci, ripartendo, annunciandocela, salvaguardandola, come parametro, come annuncio, come apertura, segno di riconoscimento …. ci riconosceranno se siamo uniti -vangelo- non bravi ed efficienti, non battitori liberi, non protagonisti ma a spese di altri. Bellissimo venerdì sera il lavoro che i due CPP hanno condiviso anche su questo tema; bella la sfida che attende il Grest, dove adulti, giovani, il Pime…saranno chiamati a trovarsi le misure e collaborare, corresponsabili e complementari, restando innanzitutto uniti, gareggiando nello stimarsi a vicenda, direbbe Paolo.
3) annunciarlo:
Che impressione daremo, oggi, sorelle e fratelli, come comunità cristiana? A chi fosse qui di passaggio o per caso… il lavoro e la festa di oggi vale quanto una processione del corpus domini!|
Il pranzo a casa l’abbiamo tutti ma ciascuno di noi ha un bisogno fondamentale anche di sentirsi parte, più ricco e fortunato, di appartenersi gli uni gli altri rimandando a una bellezza sempre più grande e potente che si realizza con e oltre noi stessi.
Significa essere credibili e creare una sorta di sana, santa invidia a chi non vi partecipi ancora ma ne sia suggestionato; essere una comunità a cui ti farebbe piacere appartenere perché percepisci che c’è una promessa di vita e una cura missionaria delle relazioni che ti affascinano. Magari sei qui solo per una messa, il sacramento dei figli, una necessità e ti senti accolto con umanità, atteso con premura, valorizzato. E si inizia a sentire che la propria vita ha proprio bisogno di appartenere, di riconoscersi in qualcosa di più grande ma che non ti umilia né schiaccia ma ti valorizza e dona responsabilità…ti fa sentire parte .. che.. ancora dice Gaber
È assai di più della salvezza personale
È la speranza di ogni uomo che sta male E non gli basta esser civile – bellissimo!!. È quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa
Che in sé travolge ogni egoismo personale
Con quell’aria più vitale che è davvero contagiosa
Una vita nuova, eterna, del risorto, potremmo dire in termini cristiani
Sarei certo di cambiare la mia vita Se potessi cominciare a dire “noi” chiude Gaber.
Avere gli altri dentro di sé come dono e responsabilità, ecco anche la politica, la repubblica… nella comune appartenenza di ciascuno a tutti.
Il corpo del Signore in noi ci faccia memoria della vita divina in ciascuno di noi e ci doni la consapevolezza e la responsabilità di custodire e costruire continuamente questa comunione, appartenersi gli uni gli altri perché appartenenti a Cristo risorto.
Così saremo gli uni la bandiera degli altri, anche se non siamo Del Piero o la Juve ma rischiamo di non dimenticare quanto belli siamo come comunità cristiana e quanto ne potremmo essere grati al Signore lodandolo per questo dono
Godiamoci oggi questa forte appartenenza, tutti membri dell’unico corpo di cristo, buona festa