
Sembra una scena a rallentatore: l’evangelista descrive con grande attenzione ai dettagli questo segno che Gesù compie. In disparte, lontano dalla folla, dita negli orecchi, saliva sulla lingua, sguardo al cielo, sospiro, dire effatà… ben 8 azioni.
Pare un artigiano scrupoloso della relazione: nei vangeli non c’è mai un intervento uguale all’altro, Lui sa come prendersi cura della persona specifica che ha di fronte, dei suoi bisogni. Ai suoi occhi non siamo fatti in serie, tutti uguali, anonimi.
Abbiamo questa consapevolezza iniziale quando lo preghiamo? Prima di dire noi a Lui cose… prendiamo coscienza con gratitudine e commozione per questo?
Pensavo ai nostri sensi: possiamo chiudere gli occhi per non vedere e la bocca per non parlare, possiamo evitare il contatto e non usare il naso per annusare, finché non respiriamo almeno ma le orecchie…mica possiamo evitare di usarle. Non possiamo fare a meno di sentire o magari ascoltare. Affascinante. Ne abbiamo due, poi, l’unico che non possiamo comandare.
Si dice che la sordità sia la causa del non poter parlare. Quante volte fraintendiamo qualcuno perché non ci siamo ascoltati né abbiamo compreso quanto l’altro voleva davvero dirci. Il tale che portano a Gesù è sordo ma non è muto, traduzione un po’ semplicistica…non parla bene, ha un nodo alla lingua che gli impedisce di farsi capire correttamente.
C’è un dettaglio affascinante: orecchie e bocca, sono due, anzi tre eppure Gesù non comanda loro “apritevi” ma dice “apriti”, al singolare. Vuoi vedere che non si sta rivolgendo ai suoi sensi ma a quel tale, al lui, come persona integrale? Apriti all’ascolto e poi parlerai correttamente, sciogliendo quel nodo misterioso.
Forse la buona notizia di questo vangelo è che Gesù, non solo è un artigiano della relazione ma va al cuore del problema.
Conosciamo tutti persone fisicamente perfette ma che non sanno né vogliono comunicare. Ecco perché ci riguarda questa pagina.
Questo passaggio evangelico, come segno, lo abbiamo ricevuto tutti col nostro battesimo: nell’ultimo rito della liturgia il sacerdote compie lo stesso gesto e usa la stessa parola. Non siamo cristiani perché lo decidiamo noi, abbiamo ricevuto due doni: la vita fisica dai nostri genitori e la vita nuova, eterna, grazie al battesimo che ci hanno offerto e affidato. Ci è stato chiesto di restare aperti, cioè in ascolto di quanto il Padre voglia sempre dirci di sé per viverlo da figli e come raggiungere il nostro bene possibile. Non possiamo decidere da noi come essere cristiani “a modo nostro”. Che ne abbiamo fatto di questo rito? Davvero desideriamo ascoltarlo?
Apriti, significa: abbassa la guardia, sii disponibile e fidati, non pensare di bastare a te stesso, di essere arrivato chissà dove; significa ascolta con umiltà e abbi il coraggio di metterti in discussione, con la fiducia e la speranza che ti verranno dette cose utili e significative.
Apriti significa e credi a una promessa e fanne esperienza attraverso la relazione artigianale che Gesù ti propone per vivere da figlio. Significa riconosci che la tua lingua, la tua capacità di comunicare a volte si è annodata, si sta strangolando da sola, implode chiusa magari nell’orgoglio, vado già bene così, nel rancore, nel fai da te e mi arrangio. Apriti alla salvezza possibile da imparare a recriminare!
Pensate a quanto, anche solo a messa, siamo chiamati ad ascoltare, quanto sia abbondante la Parola di Dio da accogliere.
Questo ci coinvolge sempre, anche come comunità, chiamati ad aprirci con fiducia a un diverso che sempre ci viene offerto, ad una promessa che ci viene affidata. Mi chiedo: al riavvio delle ordinarie attività pastorali…Abbiamo fretta di organizzare le solite cose per sistemare l’agenda o coltiviamo il desiderio di costruire una comunità fatta di relazioni artigianali e cura attenta delle persone…per un volto fresco, accogliente e liberante di comunità?
Avremo a cuore le attività da riproporre o le persone e i loro bisogni di cui porsi in ascolto? Cosa ci interpella di più? è un bel nodo da sciogliere…si rischia 1 di restare strozzati di cose da fare per inerzia, senza ormai nemmeno chiederci perché, di attività mai verificate per paura di vederne l’inutile inconsistenza, 2 di non aver più fiato cioè spirito, il respiro di Dio, che soffia dove vuole e ci chiede di fidarci di Lui…di vivere insomma, come dice Isaia nella 1a lettura da “smarriti di cuore”…indaffarati o indifferenti ma senza direzione, persi in noi stessi o nelle nostre solite rassicuranti quattro cose…che ci annodano al porto del già fatto, già noto, come zavorre che ci impediscono di prendere il largo.
Tutti i nodi vengono al pettine… (Grazie allo Spirito Santo)
Chiediamo a Gesù, artigiano, l’umiltà di lasciarci portare in disparte, perché toccando davvero la nostra vita, ci apra alla sua salvezza.

