Moriamo tutti da fratelli e sorelle… Omelia Santa Famiglia di Gesù -’24 durante Cristo

Moriamo tutti da fratelli e sorelle.

Qualsiasi possa essere stata la nostra fede, la religiosità praticata o meno, la qualità della nostra vita, buona, triste, bella, vuota, edificante, utile o inutile, anni di volontariato, qualsiasi lavoro svolto, peccato, crimine o reato commesso…durante il funerale cristiano, se scelto, veniamo tutti trattati e celebrati da fratelli e sorelle, da figlie e figli del Padre. La chiesa, la fede cristiana, al di là di tutto, funziona così. Crede e ribadisce solo questo. 

E personalmente lo ritengo bellissimo, mi commuove. Ne sono fiero, come cristiano. E tutte le volte che celebro un funerale, le sento rimbombare di bellezza, queste parole con cui la liturgia ci educa alla prospettiva di Dio padre. A volte, lo ammetto, ho deglutito profondamente, mentre lo dicevo, penso a quando ero a Rebibbia o adesso al Ceis…fratello, sorella, questo qua, lei… ma come…ma perché mi stavo solo dimenticando di mettermi dall’ unico punto di vista utile per noi cristiani, quello del Padre. Solo facendo nostro il suo sguardo sul mondo, i conti tornano e non esistono più persone sbagliate, dannate, condannate, irrecuperabili, inutili, da abortire, da scartare per motivi fisici, perché inefficienti, lente, disabili, vecchie, non autosufficienti o…. tutti fratelli e sorelle, tutti figli.

  Esistono, ovvio, errori, fragilità, cattiverie, reati, ignoranza, crimini, scelte precise di male…ma si resta persone e per Dio, figli e figlie amate ad oltranza e gratis. I nostri dubbi e le resistenze, comprensibili e naturali, sono la fatica che facciamo a fare nostra tale visione su di noi…balbettando la buona notizia del vangelo.

Lo conferma con forza Giovanni nella 1a lettura: “vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli..e lo siamo realmente”, ribadisce a rinforzare, immaginandoci forse li a sbuffare o glissare…

Ogni volte contempliamo un crocifisso, dovremmo pensare che “l’hai fatto anche per me… per lui, per lei, per quello là!”

Chiediamo il battesimo per i nostri cuccioli, spesso come una cosa da fare, scontata, tradizionale, socialmente raccomandata, chissà per quanto…ma in realtà veniamo inseriti in una grande famiglia di fratelli e sorelle, da duemila anni, nei cinque continenti e da allora possiamo balbettare “papà” pensando al nostro Dio. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, insiste Giovanni…

Al nostro funerale, consapevoli o meno, verremo salutati e trattati da fratelli e sorelle, qualsiasi vita si sia condotta. A volte rimbombano davvero queste parole, nella liturgia, dicevo, come Dio volesse ribadirle nel momento più delicato e pubblico.

Come se, anticipando i nostri eventuali dubbi, volesse dire…adesso a lui, lei, ci penso io…lo sto finalmente per incontrare.

Lui, ci dice Gesù nel vangelo di Luca, che è in quel cielo dove c’è più gioia per un peccatore pentito che per 99 giusti che non hanno bisogno di conversione …e da lì ci aspetta paziente.

Ed in mezzo? Una vita…sacramenti, scelte personali, gli inevitabili alti e bassi, la ricerca di Dio, la distanza, l’invocazione o la sua rimozione dalle nostre vite, la maledizione o il benedire e ringraziare. Tra il battesimo e il funerale, tanti padrenostri, la nostra immancabile e maledetta libertà di aver detto si o no, forse e magari… Ma al funerale…la liturgia ci mette in bocca e ci fa dire, magari poco convinti, scettici o dubbiosi, che quello, quella era nostro fratello o sorella; ma soprattutto che è morto un figlio di Dio, che Gesù è morto e risorto anche per lui o lei.

  E lo facciamo dentro una comunità, lo celebriamo come comunità. Pregate sorelle e fratelli perché questa nostra famiglia, radunata dallo Spirito Santo nel nome di Cristo, possa offrire il sacrificio gradito a Dio, Padre onnipotente…. così la liturgia, no?

Verrebbe da dire che così, davvero nessuno muore da solo…fosse anche solo per la presenza di un prete, magari del sagrestano, due vecchie che cantano o qualcuno che passa di là per caso. La comunità in cui sei entrato da figlio col battesimo, ti accompagna nel viaggio definitivo, quello in cui incontrerai il volto luminoso e misericordioso del Padre, offrendogli l’amore che abbiamo cercato di vivere e condividere, patire, soffrire, bramare, rubare, mendicare o sprecare. Saremo amati definitivamente, pienamente, in modo misterioso, totale…anche perché non ci sarà domani per pentirsi o recuperare.

noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come egli è…

Forse arrossiremo, anche tanto e a lungo per i nostri peccati, o forse per l’unico grande peccato…quello di non aver amato né di esserci lasciati amare a pieno, soprattutto dal Padre, cioè di viverci da figli, fratelli e sorelle di Cristo. Lasciargli lavare i nostri piedi.

Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio,  dice Paolo agli Efesini, pagina, tra l’altro, che ci accoglie alle porte della nostra chiesa, in modo da vederla e memorizzarla bene tutte le volte in cui entriamo…     ci interessa?

Almeno a Natale… Natale 2024 durante Cristo.

Almeno a Natale…! (oggi ce lo sentiremo sbuffare contro o lo diremo tra i denti…)

possiamo stare un po’ assieme, rivedere nonna, andare dagli zii, sentire i cugini, mangiare con calma e concederci il bis, non mi trattare così, metti via quel cellulare, spegni la play, vai a messa, non litighiamo, giochiamo in compagnia, chiudi quel tablet, ci sentiamo al telefono e non solo e sempre per messaggio, non pensare al lavoro, non si parla di politica a tavola, fammi un complimento, non rispondermi male, ringrazia, non mi umiliare, dimmi come stai…      Almeno a Natale… ma che vuol dire?

1) In genere è invito deciso a sforzarsi di fare qualcosa di buono, ad es. una buona azione. Ok, pensiamoci…ma che male c’è?

Chi la riceve ne sarà comunque felice e allora? Ne potrà godere, stare bene, sentirsi gratificato…vogliamo negarglielo? Chi ha bisogno ha sempre diritto a ricevere, soprattutto se riceve poco o mai, vogliamo negarglielo solo perché è Natale e non ci dobbiamo sprecare? Quello è un problema nostro, ma chi riceve una buona azione ne gode e basta, magari anche solo quella volta. 

Se uno ha fame o freddo non credo vada per il sottile, ma accoglie e riceve il dono, se è abituato ad essere trattato male, almeno quella volta si sentirà considerato con umanità, con rispetto.          E poi, scusate, significa solo sforzati di fare o anche, tra le righe,

2) Almeno a Natale…prova ad essere diverso; può significare cioè datti il permesso, per una volta, di cambiare, la possibilità, la speranza di provare ad essere nuovo per gustare con sorpresa che sei migliore di quel che pensi, non devi fare sempre la tua parte da… puoi andarti un po’ oltre, sei capace di amare, se ci provi magari ti accorgi che non eri solo quel tuo giudizio severo e disincantato su te stesso, son fatto così, ma che ti ha lasciato un dubbio dentro: posso essere altro, non “sempre il solito”, più buona, più attenta, più libero da me stesso e mentre lo faccio mi sento fiera di me, felice, appagato, leggera, utile…e dovresti privarti di queste scoperte su di te solo perché è Natale? Come ci fosse un tempo in cui non posso prendere in mano la mia vita, lavorare sulla mia crescita personale…

3) Almeno a Natale? No, non va, non si deve fare così!

Lo condanniamo come sinonimo di ipocrisia, ci scagliamo contro la retorica del Natale e dei buoni sentimenti… rischiando così di buttare via il famoso bambino con l’acqua sporca…non bisogna essere ipocriti, io odio chi è ipocrita, non ha senso… ecc. ecc.? Ma scusate: chi di noi è senza peccato scagli per primo la pietra, siamo tutti in qualche modo spesso ipocriti e allora? Crediamo davvero che Dio non lo sappia? Che Gesù “venendo ad abitare in mezzo a noi” fosse così ingenuo e stupido da non conoscere il genere umano? Egli dirà che anche solo un bicchier d’acqua nel suo nome è sufficiente. Io credo che a Dio Padre poi, basti quella singola buona azione per lasciarmi dentro, nella coscienza, l’eco della sua pace, la sensazione che facendo il bene mi son percepito a mio agio, diverso e questo può mettermi in crisi. Che ve ne pare? Vi sentirete ipocriti? Va be e allora? Pazienza…Gesù mica è venuto per i perfetti, i puri, gli autentici ad oltranza, a premiarli per quanto sono bravi e sempre disponibili, mica è venuto per chi è già risolto; è venuto a salvare e guarire, lì dove siamo, per farci fare un cammino di verità e liberazione.  Partiamo allora dalla nostra ipocrisia? E perché no? Se ho solo quello…glielo offro!

Gesù ci ricorda che ai suoi occhi, secondo me, detta in veneto, siamo…     come i maiali e di noi non vuole buttare via nulla, nemmeno l’ipocrisia, perché ai suoi occhi, tutto di noi è sacro, anche i peccati, come luogo di invocazione, comunione, come inizio di risalita, e poi pensiamo davvero di essere puri e perfetti? In ogni nostra azione avvertiamo in maniera naturale il desiderio di essere ringraziati, di farla perfettamente, di non essere dati per scontati, di risultare efficaci..e allora? Per noi questo è un giudizio, sono ipocrita quindi non vado bene, meglio non far nulla…per Dio invece è un inizio: lo so che sei ipocrita, per questo ti raggiungo e inizio a salvarti. Quel giudizio sommario su noi stessi, per Dio è benedizione, perché solo Lui è in grado di trasformare l’ipocrisia in grazia, far del bene anche attraverso il male, scrivendo giusto tra le nostre righe storte, trasformare acqua sporca in vino buono, pane e pesce per tutti, il tradimento in responsabilità, la morte in vita. E allora piuttosto di vivere comodamente paralizzato nel tuo “son fatto così” o evitando di agire, perché vorresti essere perfetto o ti vergogni o ti condanni come ipocrita…fregatene e agisci, perché l’amore che non agisci tu andrà sprecato, quello che non ami, resterà non amato, perché è solo facendo che ti scoprirai diverso, solo così farai esperienza che Dio ti ha creato per amore, solo provandolo, pur sentendoti falso, ipocrita ecc….scoprirai che lo sei ma questo non ti impedisce che il bene fatto sia bene… e Dio forse userà proprio questo, nella tua coscienza per sussurrarti: bravo, hai visto? Non ci voleva tanto, fidati baucco, anche di te, e intanto ama, poi ti purificherai, intanto ama poi imparerai ad essere diverso; impara a riconoscere che “ti basti la mia grazia”, dirà S. Paolo nella 2a lettera ai Corinzi.

Non è questo, scusate, quanto ci insegna il Natale? Gesù non ha scelto le condizioni ideali per nascere; 2024 anni fa non andava tutto bene, non erano tutti a posto, perfetti e ineccepibili ma è nato per quello, proprio in quel contesto di schiavitù, occupazione nemica, invasioni, guerre, povertà, fazioni opposte, divisioni tra vari credenti…ed è nato per condividere, illuminare, mettersi in cammino e accompagnare…come il bel pastore.

    E allora almeno a Natale, fallo, fallo lo stesso, qualsiasi cosa sia; potresti scoprirti a tuo agio con te stessa, sentirti inedito, riconoscere che davvero siamo stati creati per amare, perché fatti, ricorda Genesi, a Sua immagine e somiglianza e allora? 

Papa Francesco ieri sera ha chiesto ai cristiani “Alziamo la voce, la speranza non è quieto vivere!”. Basta una volta e può iniziare a cambiarti la vita, metti in atto un modo di fare tuo diverso dal solito, fai quello che l’altro non si aspetta perché non è da te, scegli la pazienza, la cortesia, la premura, la giustizia, la carità, le tenerezza, anche se ti senti maschio alfa… solo una volta, ma la butteremo via perché magari è la prima volta o perché ti pare ipocrita? Ma va la…io mi darei fiducia, fai pace con l’autostima, fregatene del tuo brutto carattere o della timidezza, della paura, 

 Gesù si è dato totalmente per noi, senza aspettare fossimo pronti a riconoscerlo e allora prova a fare della tua vita un dono, diamoci credito, doniamo qualcosa di quel che siamo.

Almeno -o intanto- a Natale.   

  don Matteo, cane del Pastore – Fiera, Selvana & CEIS

La gente della notte… Omelia Notte di Natale 2024 durante Cristo

Che fascino ha la notte: quando da ragazzino contrattavo sempre per tornare a casa un’ora dopo. Suggestiva, misteriosa, per pochi, trasgressiva, perché c’è chi già dorme e chi fa ancora festa; e ti senti speciale, puoi fare tardi, trattenendo il giorno che se n’è andato, la sospensione magica tra ieri e domani, quello che deve ancora arrivare ma è già alle porte. E tu ci sei dentro…in bilico!

   Questa notte poi ha un sapore tutto particolare: ci troviamo qui come impazienti, non ci va di aspettare domani, Natale, non ci bastano le poche ore del 25 e allora giochiamo d’anticipo, ce lo veniamo a prendere, il giorno di festa, come una caparra. 

La notte in cui è nato, la notte in cui è risorto. Mangiatoia e sepolcro. Non è dato sapere ore precise e rassicuranti ma questa sospensione ci dà il diritto di dire…è nato, è già Natale, è risorto, è già Pasqua. E vogliamo questo fuso orario anticipato, perché l’abbiamo gustato tutti nella vita, il brivido magnetico dell’attesa, i preparativi aspettando qualcuno, del già e non ancora…a noi che abbiamo inventato l’apericena…immaginare, intuire, sognare, quello che stai pregustando ma non puoi trattenere, perché tutto è possibile e può ancora accadere.

La tensione della notte che si proietta su un di più, il sabato con la domenica davanti, non la domenica adombrata dal lunedì.

Che ansia profonda sale in noi quando iniziamo a pensare -inevitabile- che qualcosa sta per finire e finirà.

Forse amiamo la notte e l’attesa perché siamo stati -fatti -così.

Pensiamoci: quello che noi viviamo questa notte e non solo, è come la fede cristiana struttura la nostra vita: non è tutta qui, siamo solo di passaggio, in questo mondo “pellegrini sulla terra”, proiettati, senza fretta, su quell’ultimo incontro con un Dio che si pone come meta definitiva, trovandoci però già in comunione qui sulla terra con Lui, ma non ancora ammessi alla luce del suo volto, in questo pellegrinaggio verso l’eterno. Come le vergini sagge con l’olio però, non da passivi irresponsabili e superficiali ma per risplendere, al di là di tutto, bruciando nell’amore che consumandoci, rende sale e luce del mondo.

No, non è ancora giorno; non è già tutto qui anche se siamo chiamati a godere di tutto qui, ora. Noi cristiani, umanamente, siamo quelli del sabato. Chiamati a vivere nella fede qualcosa che è accaduto e però non riusciamo a vedere come vorremmo, ma sentiamo che c’è. Una speranza, ma compiuta. Natale o risurrezione che sia. Come la luce che rifulge nella notte, dice Isaia nella 1a lettura…”come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda”che immagini meravigliose. Ieri un amico mi ha mandato la foto di un prosciutto e mi invita a mangiarlo assieme ad altri vecchi amici… che gioia, dividere fraternamente la preda! Contempliamoci così, fratelli e sorelle in questa notte che ci richiama alla qualità della nostra vita, ora che lui “apparve visibilmente nella nostra carne” diremo nel prefazio di questa notte, generato prima dei secoli, cominciò a esistere nel tempo, il nostro 2024 durante Cristo, per reintegrare l’universo nel tuo disegno, o Padre, e ricondurre a te l’umanità dispersa. Ecco, siamo in questo viaggio, l’anno zero ha inaugurato un tempo nuovo non solo cronologico, come un movimento progressivo verso una  pienezza in Dio; lasciamoci portare, dove quel pastore ci condurrà, anche se, dice la 2a lettura, intanto “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” a dire di una vita da fare assieme, perché ci hai resi degni di stare alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale. 

In questa notte misteriosa, in questo Bambino, è Dio che si rivela suscitando tenerezza all’interno della persona. Bambino, Figlio significa proprio la provenienza dall’interno di noi: il Figlio infatti viene dall’umanità. Siamo stati tutti figli e bambini, siamo tutti più vecchi di quel neonato e quindi è come parte di noi, ci siamo già passati verrebbe da dire. Il Figlio non appare poi nel mondo come qualcosa di esterno, spettacolare e affascinante perché esotico, esoterico. Non è sceso sulla terra come un extraterrestre. È piuttosto qualcuno che viene dal di dentro. E che così desidera venire in mezzo a noi, partendo dalla gavetta, accettando la storia, il suo divenire, gli eventi che formeranno il suo corpo, si faranno vicende, forgiando la sua immagine fino alla piena maturità, nel dono definitivo come Cristo nella notte di Pasqua.

E da allora agisce nei sacramenti che celebriamo, nella Parola che accogliamo dalla Bibbia, nell’eco nella nostre coscienze dei gesti d’amore offerti, vivendo da protagonisti, qui e ora, senza paura, col corpo che ci è stato dato, dicevamo domenica, ma diretti al compimento definitivo, giorno senza tramonto, ottavo giorno, quello della risurrezione, un giorno talmente diverso da non avere, -per fortuna…domani.

A noi che spesso non abbiamo più tempo, voglia o coraggio di alzare lo sguardo al cielo o che rischiamo di continuare a cercare vagamente “qualcuno” lassù, tra le nuvole, in mezzo alle stelle, Dio stesso risponde mettendosi più in basso non si può, per terra, in quella mangiatoia, così da poter essere visto e adorato da chiunque, soprattutto da chi si ritrova incapace di rialzare lo sguardo, per paura e umiltà o per umiliazione e vergogna ma potrà così incontrare lo sguardo di tenerezza di Dio, che lo osserva dal basso verso l’alto, quello sguardo poi che nelle strade di Israele non condannerà né accuserà più nessuno, innervando la storia di ciascuno di misericordia e fiducia.

“Se guardi a lungo, nel buio, c’è sempre qualcosa” scriveva Yeats, poeta irlandese del romanticismo.

Che sia il nostro uno sguardo capace di scrutare oltre e a lungo, per accogliere giorno per giorno il sapore nuovo di questo tempo così diverso. Nessun buio ci faccia più paura. Questa notte, caparra tutta nostra del Natale di Gesù, chiediamo di vivere questo nostro tempo nella comunione con Lui da figli e da pellegrini nel suo tempo.  

Buon Natale.