
Che fascino ha la notte: quando da ragazzino contrattavo sempre per tornare a casa un’ora dopo. Suggestiva, misteriosa, per pochi, trasgressiva, perché c’è chi già dorme e chi fa ancora festa; e ti senti speciale, puoi fare tardi, trattenendo il giorno che se n’è andato, la sospensione magica tra ieri e domani, quello che deve ancora arrivare ma è già alle porte. E tu ci sei dentro…in bilico!
Questa notte poi ha un sapore tutto particolare: ci troviamo qui come impazienti, non ci va di aspettare domani, Natale, non ci bastano le poche ore del 25 e allora giochiamo d’anticipo, ce lo veniamo a prendere, il giorno di festa, come una caparra.
La notte in cui è nato, la notte in cui è risorto. Mangiatoia e sepolcro. Non è dato sapere ore precise e rassicuranti ma questa sospensione ci dà il diritto di dire…è nato, è già Natale, è risorto, è già Pasqua. E vogliamo questo fuso orario anticipato, perché l’abbiamo gustato tutti nella vita, il brivido magnetico dell’attesa, i preparativi aspettando qualcuno, del già e non ancora…a noi che abbiamo inventato l’apericena…immaginare, intuire, sognare, quello che stai pregustando ma non puoi trattenere, perché tutto è possibile e può ancora accadere.
La tensione della notte che si proietta su un di più, il sabato con la domenica davanti, non la domenica adombrata dal lunedì.
Che ansia profonda sale in noi quando iniziamo a pensare -inevitabile- che qualcosa sta per finire e finirà.
Forse amiamo la notte e l’attesa perché siamo stati -fatti -così.
Pensiamoci: quello che noi viviamo questa notte e non solo, è come la fede cristiana struttura la nostra vita: non è tutta qui, siamo solo di passaggio, in questo mondo “pellegrini sulla terra”, proiettati, senza fretta, su quell’ultimo incontro con un Dio che si pone come meta definitiva, trovandoci però già in comunione qui sulla terra con Lui, ma non ancora ammessi alla luce del suo volto, in questo pellegrinaggio verso l’eterno. Come le vergini sagge con l’olio però, non da passivi irresponsabili e superficiali ma per risplendere, al di là di tutto, bruciando nell’amore che consumandoci, rende sale e luce del mondo.
No, non è ancora giorno; non è già tutto qui anche se siamo chiamati a godere di tutto qui, ora. Noi cristiani, umanamente, siamo quelli del sabato. Chiamati a vivere nella fede qualcosa che è accaduto e però non riusciamo a vedere come vorremmo, ma sentiamo che c’è. Una speranza, ma compiuta. Natale o risurrezione che sia. Come la luce che rifulge nella notte, dice Isaia nella 1a lettura…”come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda”che immagini meravigliose. Ieri un amico mi ha mandato la foto di un prosciutto e mi invita a mangiarlo assieme ad altri vecchi amici… che gioia, dividere fraternamente la preda! Contempliamoci così, fratelli e sorelle in questa notte che ci richiama alla qualità della nostra vita, ora che lui “apparve visibilmente nella nostra carne” diremo nel prefazio di questa notte, generato prima dei secoli, cominciò a esistere nel tempo, il nostro 2024 durante Cristo, per reintegrare l’universo nel tuo disegno, o Padre, e ricondurre a te l’umanità dispersa. Ecco, siamo in questo viaggio, l’anno zero ha inaugurato un tempo nuovo non solo cronologico, come un movimento progressivo verso una pienezza in Dio; lasciamoci portare, dove quel pastore ci condurrà, anche se, dice la 2a lettura, intanto “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” a dire di una vita da fare assieme, perché ci hai resi degni di stare alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale.
In questa notte misteriosa, in questo Bambino, è Dio che si rivela suscitando tenerezza all’interno della persona. Bambino, Figlio significa proprio la provenienza dall’interno di noi: il Figlio infatti viene dall’umanità. Siamo stati tutti figli e bambini, siamo tutti più vecchi di quel neonato e quindi è come parte di noi, ci siamo già passati verrebbe da dire. Il Figlio non appare poi nel mondo come qualcosa di esterno, spettacolare e affascinante perché esotico, esoterico. Non è sceso sulla terra come un extraterrestre. È piuttosto qualcuno che viene dal di dentro. E che così desidera venire in mezzo a noi, partendo dalla gavetta, accettando la storia, il suo divenire, gli eventi che formeranno il suo corpo, si faranno vicende, forgiando la sua immagine fino alla piena maturità, nel dono definitivo come Cristo nella notte di Pasqua.
E da allora agisce nei sacramenti che celebriamo, nella Parola che accogliamo dalla Bibbia, nell’eco nella nostre coscienze dei gesti d’amore offerti, vivendo da protagonisti, qui e ora, senza paura, col corpo che ci è stato dato, dicevamo domenica, ma diretti al compimento definitivo, giorno senza tramonto, ottavo giorno, quello della risurrezione, un giorno talmente diverso da non avere, -per fortuna…domani.
A noi che spesso non abbiamo più tempo, voglia o coraggio di alzare lo sguardo al cielo o che rischiamo di continuare a cercare vagamente “qualcuno” lassù, tra le nuvole, in mezzo alle stelle, Dio stesso risponde mettendosi più in basso non si può, per terra, in quella mangiatoia, così da poter essere visto e adorato da chiunque, soprattutto da chi si ritrova incapace di rialzare lo sguardo, per paura e umiltà o per umiliazione e vergogna ma potrà così incontrare lo sguardo di tenerezza di Dio, che lo osserva dal basso verso l’alto, quello sguardo poi che nelle strade di Israele non condannerà né accuserà più nessuno, innervando la storia di ciascuno di misericordia e fiducia.
“Se guardi a lungo, nel buio, c’è sempre qualcosa” scriveva Yeats, poeta irlandese del romanticismo.
Che sia il nostro uno sguardo capace di scrutare oltre e a lungo, per accogliere giorno per giorno il sapore nuovo di questo tempo così diverso. Nessun buio ci faccia più paura. Questa notte, caparra tutta nostra del Natale di Gesù, chiediamo di vivere questo nostro tempo nella comunione con Lui da figli e da pellegrini nel suo tempo.
Buon Natale.