
Vorrei condividere con voi alcune riflessioni e spunti in tre passaggi. Perché siamo qui, a fare cosa e come lo faremo. Penso che tre oggetti mi possano aiutare…Bandiera a scacchi, triplice fischio, attaccapanni e baci…
1) Perché siamo qui?
La risposta potrebbe suonare scontata: ma mi piace che in Giovanni, Gesù con sicurezza va addirittura incontro a quelli venuti per arrestarlo, chiedendo loro per due volte chi cercate?
Un morto, un vivo, una pratica tradizionale, una devozione…
Perché quella croce non è luogo di morte ma di vita, non è il trionfo del male o della sofferenza per consolarci ma l’inizio di una nuova prospettiva. Siamo qui perché la croce è segno di vittoria e quindi noi la festeggiamo. Lui ha vinto la morte. Come?
1) Compimento il triplice fischio, finito non si va oltre.
Nella Passione di Giovanni, appena ascoltata, la morte di Gesù in croce non è la fine ma un compimento. Gesù per tre volte dice è compiuto, cioè che qualcosa ha raggiunto piena e definitiva attuazione, come se fosse giunto il momento di confermare tutto, proprio così.
Compimento delle Scritture, Giovanni lo ribadisce, era tutto previsto…Compimento della missione: Gesù morendo crocifisso ha compiuto, lo dice, l’opera di Rivelazione nuova del Padre. Compimento dell’amore: quel che aveva accennato nella lavanda dei piedi, ora si compie “Gesù sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine”. Come dire, più di così non si può: la croce è il sigillo di una vita donata fino all’estrema e definitiva possibilità, fino al punto di non ritorno. Lo aveva detto a metà del vangelo “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” . Alla luce di tutto questo ecco perché in Giovanni la morte di Gesù non sembra una sconfitta ma una vittoria: non scrive che Gesù spirò (come negli altri vangeli) ma che consegnò lo Spirito, il gesto quindi cosciente e libero di un vivente. L’ultimo gesto di Gesù è ancora un donare; dopo aver donato se stesso, dopo aver fatto il bene per tutta la vita, continua a donare lo Spirito, che appare molto probabile, è lo Spirito Santo, quasi un anticipo della Pentecoste. Allora in questa morte Gesù ci dona, con lo Spirito Santo l’inizio della nostra vita spirituale, la forza per seguirlo, annunciarlo e viverlo.
2) Cosa faremo qui? attaccapanni….
Abbiamo cercato di comprendere perché siamo qui, perché quella croce per Gesù è stata compimento vittorioso della sua vita e della sua relazione con il Padre. Ora ci chiediamo cosa faremo di fronte a questa croce. E non è darle un bacio ma innanzitutto lasciarci convertire da essa. Essa ha un progetto e va chiamata per nome. Cosa intendo? Innanzitutto …
a) La croce ci chiama in causa, perché ci propone un progetto di vita, che, per quanto sconcertante sia, è proprio quello di condividere la croce. Cosa intendo? I vangeli, soprattutto Gv, ci annunciano un Gesù progressivamente sempre più consapevole del suo destino, scelto in piena obbedienza al Padre e nella libertà. Lavare i piedi e chiedere di farsi pane “in memoria di me”, ce lo confermano, andare dietro di Lui, come non voleva fare Pietro.
Condividere la croce allora significa credere innanzitutto a Dio e al suo concepire la vita come dono di sé stessi, come Gesù per primo ha fatto; la vita che abbiamo ricevuto in dono, ci chiede, per realizzarsi, di essere donata, non trattenuta. È la logica del chicco di grano. E per farlo servono due cose: la capacità di dire No a sé stessi e Si a Dio. Iniziare a percepire la sensazione che nel farlo qualcosa in me, in noi, inizi e debba morire. A qualcuno apparirà disumana (del resto la croce era follia per i greci e scandalo per gli ebrei) come condizione e proposta di vita; rinunciare ad essere sé stessi, uomini e donne liberi con una propria coscienza. Possibile?
Sarò ancora libero e me stesso se la mia coscienza deve essere misurata su Gesù Cristo e la mia libertà orientata a camminare dietro al Suo vangelo buona notizia? Che ne sarà della mia unicità?
Insomma essere discepoli è una cosa generosa ma ..umana?
Bisogna prendere la croce e seguirlo, dicono i vangeli… che significa? È la volontà, la decisione, il coraggio di condividere le scelte fondamentali compiute da Gesù. Questo è portare la croce: credere, fidarmi, decidere che io mi realizzerò come persona solo vivendo in questa maniera. Si tratta allora di rinnegare quanto dentro di me non vuole credere né fidarsi di questa prospettiva, non vuole essere davvero cristiano, assumendo quel senso della vita che è dato dalla fede per interpretare la vita stessa in tutti i suoi aspetti. Evangelizzare l’incredulo dentro di noi. Si tratta, altrettanto fermamente, di dire si perché tutto in noi sia orientato al senso che Cristo ci ha proposto e allo sguardo del Padre verso di noi. Tutto, significa, il corpo, l’affettività, i sensi, lo sguardo, il modo di amare, l’uso dell’intelligenza e della mia libertà.
Riconoscere che cercando di vivere il vangelo, vivere come Gesù, posso decidere che il modo di essere uomini, persone che ci appare in Lui è il modo giusto, l’unico, non in generale ma per ciascuno di noi. Che questa è la verità di noi, noi funzioniamo così. “per questo sono nato, per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità” abbiamo sentito poco fa con Pilato.
Non è allora rinunciare a una parte di noi, ma come noi decidiamo di essere. Dire di no a sé stessi per dire si alle esigenze dell’essere discepoli, scegliendo quella vita eterna che ci è stata donata nel battesimo, di cui riappropriarsi e tutta da scoprire. Aderire a un progetto di vita più grande della vita stessa, scegliendo che il nostro vivere non sia più importante delle ragioni che abbiamo per vivere. Ce lo hanno trasmesso tanti martiri e tanti testimoni, più o meno famosi: Falcone e Borsellino, tanti medici, tanti preti, tanti giornalisti e politici, poliziotti, tante mamme che scelgono di non curarsi per far nascere i figli, tanti imprenditori onesti che non volevano pagar il pizzo, tante persone che poi consideriamo eroi…ma che in realtà stanno vivendo la verità della vita magari implicitamente… cristiana.
La croce però, dicevamo non è solo un progetto di vita di cui fidarsi ma ci chiede di darle un nome. Cosa intendo?
È un luogo di sofferenza si dice, eppure se ci pensiamo Gesù non ha scelto la croce e nemmeno la sofferenza. Queste sono solo effetti, conseguenze. Lui ha scelto l’obbedienza al Padre. Che non gli ha chiesto di morire, ma ha contemplato la sua fedeltà.
“io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.” Gesù è stato fedele e coerente al suo modo di vivere il rapporto col Padre, di testimoniarne la capacità di perdonare e amare ad oltranza, in maniera gratuita e disinteressata. Ha deciso di donarsi a noi a costo della sua vita per dimostrarci questo, che Dio è amore. Infatti resterà fedele fino in fondo alla sua missione, senza mai cedere al rancore o alla sfiducia, chiedendo al Padre “perdona loro perché non sanno quello che fanno”, “Oggi sarai con me in paradiso”.
La croce di Gesù allora è il modo di Dio di stare nel dolore.
La croce è la parola di Dio sul dolore, tanto innocente, quanto procurato o subito.
Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza, scriveva il poeta francese Paul Claudel
Gesù non è sceso dalla croce ma le ha dato un senso. E questo ci dà speranza. Possiamo iniziare a comprendere così allora che è la croce di Gesù, è quel suo dolore il nome che si deve dare anche al dolore dell’uomo, al nostro dolore. Così impariamo a vederla come la parola che interpreta il dolore dell’uomo, impariamo a dare un nome a questa realtà che sembra impossibile interpretare.
Questa croce non è solo il supplizio del suo dolore ma è il nome che devo imparare a dare a tutto il dolore dell’uomo per interpretarlo. E dare un nome significa riconoscere la possibilità di un senso. In Genesi Dio da all’uomo la facoltà di dare un nome a tutte le realtà create. E questo ci ricorda, non dimentichiamolo, la nostra superiorità ma significa anche che l’uomo riesce a capire, dare il senso, vedere e valutare le cose.
Vivere allora ha un significato anche se ha in sé il dolore. Cristo non è morto da fallito, né da disperato.
Questa è la pretesa di noi cristiani di fronte al dolore. Lo chiami croce, la pretesa che questa realtà così difficile e misteriosa abbia in sé una possibilità di senso. Il senso che Gesù per primo gli ha dato e che ha inaugurato per noi.
È poter stare davanti alla croce come fosse un attaccapanni, e far la fatica di appenderle addosso quanto ci sta sfasciando, zavorrando l’anima, rovinando la vita, prosciugandoci energie affettive e psichiche perché è un mio diritto e un suo dovere..volere..salvarci e sostenerci.
Ne prendo come la distanza scegliendo di non volerli più patire da soli e coinvolgo Cristo appendendogli addosso…quel che vivo.
È avere la forza e l’umiltà di dire: io sono più grande del dolore che vivo, perché posso trovare il segreto della mia esistenza nell’arrendermi…affidarmi… non tanto arrendermi alla sofferenza, alla malattia, all’ingiustizia ma a Colui che dà senso ad ogni esistenza, che di ogni vita è la speranza assoluta.
Guardare in faccia il proprio dolore, dargli in nome della croce di Gesù.
3) Come lo faremo? il bacio, lo faremo assieme
Abbiamo detto di esser qui perché la croce è un segno vittorioso, abbiamo colto cosa possa significare credere in questo progetto e in questo nome della croce; ora compiamo l’ultimo passaggio chiedendoci come faremo questo?
Stasera non baceremo una reliquia, un pezzo di legno, non adoreremo dolore e solidarietà. Ma un luogo di amore. Essa é il biglietto da visita di Dio.
Il bacio é un gesto straordinario, di una raffinatezza tutta umana.
Penso ai tanti baci della nostra vita: mi commuovo profondamente quando ai funerali che celebro…le persone continuano a baciare con straziante passione la bara del loro caro.. gli ultimi istanti prima che quella venga inghiottita per sempre dalla terra o dal sepolcro. Quel bacio, quel contatto estremo…racchiude in sé un’intera vita…quella vissuta e quella che già inizia a mancare.
Penso al bacio che diamo con nostalgia alla foto di una persona cara, a qualcosa che gli appartenesse…al bacio che i sacerdoti danno all’altare e a quello di pace…al bacio degli sposi, a quello di congratulazioni… Ma perché baciamo?
Giuda bacia Gesù per dirgli che era maestro…e non più il Signore della sua vita… e che non aveva altro da insegnargli…
La Maddalena bacia i piedi di Gesù..per dirgli quanto lo amasse…
Il Padre misericordioso soffoca di baci il figlio prodigo al suo ritorno…
I baci di affetto con cui ci augureremo Buona Pasqua…o i baci falsi e tiepidi con cui ci diremo auguri…appoggiandoci alle guance l’uno dell’altro…
Nel bacio la prossimità é ancora più grande della carezza o dell’abbraccio, perché le labbra sono una delle parti più sensibili e delicate del nostro corpo, la pelle é più sottile: sono una mucosa, la vita interna del nostro corpo sembra affiorarvi: siamo come messi a nudo…in esse . Quando lo bacio mi sto esponendo per dire all’altro che é prezioso e gli voglio bene. Ma non solo.
In un bacio sto facendo molto, molto di più.
Questa liturgia del venerdì santo ci offre l’adorazione della croce. Adorare dal latino significa..portare alla bocca. fa gesto!
Ci sono tanti significati: penso al bambino piccolo che per un certo periodo della sua infanzia esplora il mondo portandolo alla bocca, al bacio di due innamorati che si mangiano di baci, adorare, portare alla bocca significa anche, in senso figurato mangiare…nutrirsi.
Allora il bacio di questa sera é si venerazione ma anche desiderio di appropriarsi di quello che stai baciando..come tra due innamorati…Non stiamo poggiando le labbra su un oggetto o una devozione ma sulla vita e l’amore che quel gesto hanno da trasmetterci. Baciamo perché abbiamo fame, bisogno di sfamarci a quell’amore che vinca la morte e ci ricordi che siamo preziosi e figli…in quel bacio ci rispecchiamo con l’identità nuova che la croce ci ha donato e consegnato.
Allora questo crocifisso non sarà per noi un luogo di morte ma un trampolino per sperare ancora, una mensa in cui sfamare la mia vita …un attaccapanni in cui contemplare il vero volto del mio Dio, la sua fedeltà, …che si fa oggetto per renderci soggetti…si fa vita per renderci figli, si fa risurrezione per la nostra terribile paura della morte..cioè della non vita.
Con questo gesto ora ritroveremo il senso pieno da dare a questa croce;. le daremo compimento, nome, vita.
Infatti Guy de Maupassant, scrittore francese del ‘900, in una sua novella scrive che
Il bacio è il modo più sicuro di tacere dicendo tutto.