
Questa omelia ieri è nata così, non sapendo che pesci pigliare e guardandomi solo attorno: seduto in canonica davanti al ventilatore. Da fuori sento il ronzio del trapano: è Michele, che sta svolgendo una parte dei lavori socialmente utili. Piccoli reati trasformati in impegno sociale. Non c’entra niente con la parrocchia ma ci si trova bene; ha conosciuto diverse persone, viene volentieri e mi ha chiesto di proseguire anche dopo, perché gli piace dare una mano e stare qui assieme.
Passano anche alcuni genitori della scuola dell’infanzia, salutano dalla finestra: si son messi a sistemare dei giochi e il giardino per il bene della scuola stessa e dei loro figli. Ci beviamo un caffè, non so quanto siano parte della comunità cristiana, alcuni vivono altrove, ma ci sono, danno il loro contributo.
Nel frattempo ricevo un paio di parrocchiani: colpiti dal profondo disagio di alcuni vicini di casa, che non sono della parrocchia… ma del territorio in cui c’è una parrocchia: situazioni gravi che interpellano e mi chiedono che si può fare, come comunità, per rendersi utili. Mario intanto taglia l’erba perché a casa da solo si annoia e qui trova qualcuno per far due parole. In chiesa fervono le pulizie, si sistemano anche i fiori, con sto caldo; poi penso al Grest in corso e alle decine di ragazzi e ragazze coinvolte. Mi alzo, vado a prendere la posta e noto la bacheca della Caritas e penso alle 50 svariate famiglie che ci sono affidate.
Potrei continuare, in quello che diventa un viaggio virtuale tra le nostre comunità di Fiera e Selvana davvero molto concreto e reale.
Reati, figli, chi ha bisogno, perché va fatto, come parrocchia o sul territorio, come attenzione pastorale o sociale: si stanno tutti, semplicemente, prendendo cura.
Il cuore del vangelo di oggi è questo. Mi piace tantissimo contemplare il volto di comunità cristiane così. Mi commuove profondamente e mi fa sentire che siamo nella direzione ..bella. Ringrazio tanto il buon Dio di tutto questo.
Al dottore della legge (tipo il vescovo oggi) che strafottente provoca Gesù chiamandolo Maestro e chiedendogli come ereditare la vita eterna, lui risponde con la parabola del samaritano. Abbi cura di lui, dice all’albergatore. Io ho fatto la mia parte, ora pensaci tu. Come se dopo essersi sporcato le mani (e l’evangelista Luca descrive come la sceneggiatura di un film le 10 azioni che compie), lo affida alla comunità. Non vuole fare tutto da solo ma interpella e coinvolge altri. Chiede di “avere compassione”, dice Gesù che aggiunge che la vita eterna si raggiunge così, intanto prendendosi cura di chi ti capita davanti, adesso. Fai agli altri quel che piacerebbe fosse fatto a te, dice Gesù nel 7° di Matteo.
Si, va be, sei retorico, vogliamoci tutti bene, potrebbe obbiettare qualcuno. Ci sta. Eppure mi chiedo, come cane del pastore, quale debba essere oggi il modello di parrocchia credibile. Quello dove tutti vengono a messa? Quello dove vieni solo se hai bisogno o puoi contribuire? Con quali priorità e stile? Non lo so.
Ma mi piace pensare che tutte le persone che in tanti modi, credenti o meno in Gesù Cristo, morto e risorto per noi, passino di qua e facciano la loro parte, possano aver intuito o percepire che la vita donata non ruba nulla alla tua esistenza ma la lascia diversa, più bella, libera, piena, felice. Gesù la chiama “eterna”, già ora cioè gustabile, fruibile, praticabile.
Che è vero che il chicco di grano non deve aver paura di spendersi e morire per portare frutto. Perché funzioniamo così. Dio ci ha creato così, coscienti o meno. Avere cura, prendersi cura, farsi un po’ da parte, non pensare sempre e solo innanzitutto a sé stessi e lasciarsi interpellare. Penso alle volte in cui il servizio, il volontariato sia usato in maniera terapeutica da alcune scuole, invece di punire gli studenti, o al Ceis o in altre comunità di recupero o tra i giovani che a un certo punto vogliono fare, andare, prendersi cura, fare animazione..
Sono solo condizioni che create e custodite lasciano nel cuore di chi le pratica o riceve un seme. Se poi lo coltivi, potrai fare esperienza di Chi quel seme l’ha piantato e annunciato nel vangelo. Ti sentirai parte di qualcosa più grande di te, utile, vivo, assieme. Sentirai che i gesti di cura, attenzione, premura non saranno semplici ma sono efficaci. Se li ascolti magari a poco a poco potrai scoprire in te un bisogno più grande di senso. Una direzione, una buona notizia, quella che Cristo ha portato e affidato a ciascuno di noi. Fate questo in memoria di me, fate della vostra vita un dono e riflettete, vi sentirete paradossalmente amati, riconoscerete i vostri nomi scritti nei cieli, sentirete che siamo tutti parte di una rete di vita offerta, donata e condivisa che ci ha preceduto, ci accompagna e si fida di noi. Essere parrocchie che attraverso le tante iniziative, fanno percepire non tanto l’affanno del fare o il placido “basta stare assieme, l’abbiamo sempre fatto” ma una promessa di vita diversa, un significato altro al solito dover fare, e magari un desiderio di scoprire perché lo fai, cosa ti spinge, cosa anima uno stile diverso, cristiano appunto, che non trovo da altre parti… una cura che altri non hanno perché ..sei stato già tu curato, amato, salvato. Se manca questo, saremo solo come tutti gli altri, sostituibili. Ed è già piuttosto evidente.
Mai come oggi siamo chiamati, con quanto Gesù ci chiede a testimoniare che stiamo vivendo già ora quella vita eterna, di qualità buona e diversa, promettente, seducente, magnetica. Credo che oggi, essere cristiani, significhi proprio questo. Niente di più, ma soprattutto, speriamolo, niente di meno. Ne siamo tutti corresponsabili. Ci interessa?

