Dio ci ha tatuati nel cuore…Omelia XIVa to ’25 C

Son sempre molto curioso dei tatuaggi delle persone. Spesso leggo nelle loro braccia date e nomi: figli appena nati, un amore indelebile, un genitore defunto, fratelli o amiche speciali.

Mi rassicurano, dicendomi che è un modo per non dimenticare queste persone, averle sempre davanti, leggendole sul proprio avambraccio o chissà dove, per vederle accanto e sentirle presenti.

È molto bello, profondo, degno di rispetto ma… così poco originale. Il profeta Isaia 2500 anni fa parla così per descrivere Dio: gli fa dire che ha i nostri nomi scritti o ci ha disegnato, sul palmo delle mani. Dio ha i nostri nomi tatuati sulle mani.

Romantico? Originale? Può essere, ma non ridicolo. Ci riguarda?

  Gesù in questo vangelo ci racconta proprio così Suo Padre, senza gelosie. Un Dio vivo,  quindi, personale, appassionato e premuroso, che non ci tratta in serie e non vuol dimenticare nessuno ma prende sul serio tutti e tutto di noi. Nome significa storia, identità, chi eri e chi sei, che hai fatto e che fai.

Scritti sulle mani, in realtà, ma perché sono nel cuore. Siamo nel cuore di Dio. Ecco chi è quello a cui ci rivolgiamo dicendo Padre Nostro.    Riguarda la nostra fede? Sei parte di me, non ti dimentico, ti ho sempre presente. non ti lascio andare

Quando preghiamo ci pensiamo? Questo annuncio di vangelo come alimenta e orienta la nostra fede? E dopo? Cosa cambia nella percezione di me stesso e nel valutare quel che faccio?

Siamo davvero disposti a rallegrarci per questo? Ci viene chiesto!

Abbiamo tempo? I discepoli sono stati mandati ad annunciare il vangelo e tornano felici, anzi “pieni di gioia”…che bello. Penso alle verifiche di fine anno delle nostre parrocchie…se fatte…

Chi si accosta a noi, alle nostre comunità, chi ci incontra e sa che siamo cristiani e frequentiamo la chiesa…avverte questa gioia?

Grest, scout, sagre, bicchierate, catechismo, consigli vari, gruppi… cosa traspare di noi? Chi abbiamo scelto di essere?

Prima di tutto questo “fare” spesso compulsivo e a testa bassa (xè pecà no far, sarà beo…) il vangelo, non don Matteo, ci chiede di rallegrarci non per i numeri di presenza, il “xè beo catarse insieme” o i schei che guadagniamo per la parrocchia ma… se i nostri nomi, cioè insomma se siamo fieri e felici di un Dio che si prenda cura di noi. Ci riguarda? Non solo e sempre cose religiose o sociali in parrocchia da fare ma quello che abbiamo permesso o meno a Dio Padre di essere e fare con ciascuno di noi.

 Ad esempio i 72 inviati, non solo i 12 discepoli… cioè tutti (a quel tempo si riteneva fossero 70-72 i popoli censiti nel mondo) prima di essere indaffarati e affannati sono inviati; penso al mandato alle catechiste/i, ai membri dei CP, o degli AE, ai ministri straordinari dell’ Euc., a me prete: quanto siamo consapevoli di essere mandati e quanto siamo felici e grati di lavorare per questa messe? Ce ne sentiamo responsabili come testimoni o aspettiamo sempre il permesso del prete? Il nostro battesimo ci fa vivere ciò!

 Papa Francesco ci ha affidato il suo mandato con un testo che è ancora valido “Evangelii gaudium” la gioia del vangelo. Ci riguarda? E il testo “Gaudete et exultate” non serve la traduzione, dove mette in guardia dai cristiani a muso duro, solo da quaresima ma non vivono la Pasqua da risorti, ci riguarda?

 Attenzione: Gesù li manda, eccome, a fare, spiega loro con grande attenzione con quale stile e perché; e nemmeno vuole che gli diano “una man”; mica ha detto loro “ma si, stiamo qui sul divano a raccontarcela, tanto i nostri nomi son scritti nel cuore di Dio, chissenefrega..” No. Li manda ma richiama loro senso e priorità e dei criteri di realizzazione e verifica. Quello che farete, che siamo chiamati a fare, parleranno e come di Dio padre? Promessa…annuncio… Costruiranno comunità cristiana e senso di appartenenza o manderemo a casa solo clienti soddisfatti? Faranno esperienza di salvezza e misericordia o ci daranno solo soldi? Paolo ai Galati nella 2a lettura, annuncia che grazie alla fede e al vangelo posso essere “nuova creatura” cioè non solo me stesso, quel che mi va, a modo mio, ma sentirmi ben più e diverso da quel che presumo di sapere di me, essere figlio amato, mandato, sostenuto, a rappresentare un Padre che si fida e affida anche a me. Per sentire che il mio nome, la mia vita, conta ai Suoi occhi e questo e solo questo innanzitutto può darmi un’appartenenza e una gioia di cui mai come oggi, ho davvero un grande e liberate bisogno…  quasi quasi mi faccio il tatuaggio del Suo nome, sul braccio, per ricordarlo meglio.

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