

Dal Vangelo secondo Matteo 5,13-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
Da tempo in alcuni ristoranti un po’ così, si trovano diversi tipi di sale: sale integrale, sale iodato, sale rosa dell’Himalaya, sale nero di Cipro, sale rosso delle Hawaii, sale piramidale di Maldon… pur non volendo frequentare nessun corso di cucina per diventare “sommelier del sale”, incuriosisce. Non basta rendere salato? E poi, aggiungo, mica ci mettiamo a mangiarlo… lo possiamo assaggiare, un pizzico, per il gusto, ma poi… lo usiamo come strumento. Così come una pila o una lampada… ora vanno di moda le carissime ed eleganti “Poldine”: mica le prendiamo per guardarle… ma per accenderle e leggere un buon libro. Insomma sto vangelo cosa ci sta dicendo? Che siamo già come siamo degli strumenti: nessuna condizione…non scrive: “sareste, sarete, se foste così o colà… sareste stati se solo…” (scatenando sensi di colpa, frustrazione, meritocrazia, affanni, ansia da prestazione religiosa…) Andiamo già bene così. Prima buona notizia che più assumi con fede, più ti fa sentire e andare bene in quanto affidato/a s Lui. POI.. occhio… tu in base a questo compi pure le “vostre opere buone“. Cioè siamo noi a dover agire in qualche modo, praticare con stile la nostra carità, giustizia, speranza. E questo deve far “rendere gloria al Padre”. Ecco la fregatura. Sale e luce sono a disposizione del cibo e dell’ambiente. Non viceversa. Chi ci avvicina, percepisce un segreto in noi, una motivazione forte, una spinta all’oltre, una promessa che invidia..insomma stiamo facendo pubblicità con la nostra vita alla scelta di fede cristiana? Nessun monopolio per carità. Ma chi ci incontra non dovrebbe “fermarsi a noi”. Tutti possono compiere opere buone, soprattutto senza rendersene conto… non credenti, agnostici, atei, indifferenti… ma se noi balbettiamo di essere cristiani…questo potrebbe essere un buon criterio: agisco io, ma faccio trasparire Lui? e da cosa dovrebbero comprenderlo le persone? da quante volte dico “Gesù” o dal mio stile? E questo riguarda ovviamente anche i nostri servizi in parrocchia… chi stiamo servendo? A cosa, poi e perché?