VIa Domenica t.o. A-2020

 

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In ascolto del Santo Vangelo secondo Luca 5, 17-37

Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: «Stupido», dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: «Pazzo», sarà destinato al fuoco della Geènna.

Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.

Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!

Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.

Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.

Fu pure detto: «Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio». Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.

Avete anche inteso che fu detto agli antichi: «Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti». Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: «Sì, sì», «No, no»; il di più viene dal Maligno.

Non avete saltato il vangelo perché troppo lungo, vero? Non siete scesi col mouse a leggere subito il mio insulso commento, vero? Bene…

Il testo di oggi ci porta nel “discorso della Montagna”, dopo le beatitudini, il sale-luce del mondo… Gesù sta parlando ai suoi discepoli e a quanti sono lì convenuti. La liturgia odierna ci offre una “porzione” abbondante di Parola, pur dando la possibilità di leggerne una forma breve che ne salta alcune parti. Io per fedeltà l’ho inserita tutta. Ci sarebbero tante cose da dire ma mi soffermo solo su un paio di cose.

La prima è quel ritornello che compare più volte: “ma io vi dico”… Gesù si sta “arrogando” il diritto di mettersi quasi in contrapposizione con la Legge, i comandamenti, la Torah, insomma con tutta la religiosità ebraica del tempo. Non è poco. Infatti dice “avete inteso che fu detto”: gli fanno eco i nostri abitudinari alibi, le nostre giustificazioni tradizionali di cui abbiamo più volte parlato. Siamo abituati così, ci hanno insegnato, detto, fatto… ecc. ecc. “Ma io vi dico” sa proprio di novità, svolta, pagina girata per una nuova prospettiva inedita. Un punto di vista differente che, dice, non è in contrapposizione ma è venuto a “dare pieno compimento”. Bello.

Sa di pienezza, promessa, di abbondanza e qualità traboccante. Abbiamo questa attesa bella nei confronti della nostra fede, quando ci mettiamo a pregare o entriamo in chiesa o ci percepiamo alla presenza del Padre?      …?       E perché no?

In quella avversativa sta tutto il diritto che Gesù quasi recrimina a voler essere il nostro Dio e Salvatore, per portarci al Padre. Ha qualcosa da dirci e annunciarci per la qualità della nostra esperienza di fede. Un alto profilo, non c’è che dire. Ma che evita che la legge, la religiosità restino norme asciutte, parole importanti ma vuote, pratiche narcotiche. Solo con Lui tutto ha una forza e un potere liberanti. Invochiamo il dono dello Spirito per sentire che questa vita pulsa già in noi e siamo chiamati a farla affiorare per convertire e illuminare da dentro la nostra realtà.

E perché no?

“Presentazione del Signore” A-2020

 

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In ascolto del Santo Vangelo secondo Luca 2, 22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazioned’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto lamorte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre igenitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli loaccolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace,secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti ipopoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Qualche stuzzichino… per gradire: brano lungo, intenso, molto descrittivo. Gesù è “attore non protagonista”. La sua vita viene presentata già come un programma di vita, per certi versi. Allora i suoi genitori, poveri in canna, fanno quasi tenerezza nell’adempiere, a 40 giorni dalla nascita (per noi 40 giorni dopo Natale), la tradizione ebraica dell’offerta per il figlio primogenito. Stanno dicendo che quel figlio è un dono di Dio. In loro potremmo chiederci se anche noi in questi 40 giorni abbiamo sentito la nostra vita come “oggetto” di quel dono. Dio ci dona suo figlio e noi siamo destinatari di un dono immenso. La nostra fede parte da qui?

Inoltre le parole del vecchio Simeone e poi Anna. Dio ha mantenuto le sue promesse. Che bello, possono ritirarsi. Hanno fatto quel che dovevano. Affascinante questa prospettiva: Dio mantiene le sue promesse, non esaudisce le nostre preghiere (Bonhoeffer). La nostra fede ha una componente di attesa? la consapevolezza di un “gap”… umano, fatto di ricerca, distanza, approssimazione ma quindi fiducia e sequela?

Infine questa domenica si celebra da noi la famosa “candelora”. Siamo “fora” dall’inverno? o siamo solo “fora” strada in tante cose della nostra vita? Secosì fosse, nessuna paura, quella candela è direzione, luce e responsabilità, dono e speranza di pace e cammino fiducioso. Ciascuno di noi ha ricevuto quella luce nel proprio cuore. La luce è in noi, custodiamola nell’ascolto, non cerchiamola in flebili bagliori o effervescenti fuochi d’artificioso rumorosi ma invadenti. Siamo già stati salvati e illuminati…proviamo a scegliere di far brillare quel figlio in ciascuno di noi.

IIa Domenica t.o. A- 2020

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In ascolto del Santo Vangelo secondo Giovanni 1, 29-34

Il giorno dopo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo». E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Quando a messa iniziamo a scambiarci il segno di pace, magari aggiungendo qualche saluto o augurio, ad un certo punto siamo come interrotti da un “coretto” che parte spontaneo e ci fa dire “Agnello di Dio che togli i peccati del mondo”; avete presente?

Altre volte dopo un allegro “motivetto” sulla pace canticchiato volentieri…lo stesso Agnello… da richiamare, in maniera spesso lugubre e sbuffando, quasi interrompesse l’atmosfera un po’ hippie… Spesso mi chiedo il grado di consapevolezza che abbiamo di fronte a tutto questo che la liturgia ci propone. In effetti il Vangelo appena accolto, in cui vediamo Giovanni Battista “reagire” davanti all’arrivo di Gesù ce lo possono spiegare o ricordare. Infatti durante la messa, mentre questo coretto parte, il sacerdote sta “esibendo” e spezzando il Corpo di Cristo, l’ostia consacrata; la tiene tra le mani e la spezza sopra il calice del vino. La liturgia ci sta chiedendo di fare altrettanto, come ha fatto il Battista, prima di farci casa di quell’ospite che vuole continuare ad abitare in ciascuna delle nostre umanità. Agnello perché Lui con il suo stile e la scelta libera di procedere nella Sua missione attraversando la croce, ha scelto di essere l’ultimo sacrificio da fare per Dio. Non serve più fare sacrifici. Misericordia infatti, dirà di volere, non più sacrifici. Lo riconosciamo per tre volte come Colui che toglie il peccato dal mondo e lo mangiamo, ce ne nutriamo. Che senso può dare tutto questo alla nostra vita? almeno comprendendo un po’ la dinamica alla quale la liturgia stessa ci richiama. Alla fine chiediamo di donarci la pace. “Dona a noi la pace”. Espressione che sorge quasi spontanea, audace, immotivata, imbarazzata, bellissima.

Donaci la pace che accogliendoti consapevolmente nella nostra vita, come volto diverso di un Dio desiderabile, le cose avranno una qualità diversa.