Da Del Piero a Venditti, da Gaber al Corpus Domini…Omelia -B ’24

Del Piero alla Juve, Baresi e Maldini al Milan, Zanetti all’Inter…Totti alla Roma, naturalmente, e pochi altri…Bravissimi anche Baggio, Ibra, Ronaldino, Mbappè ok ma..cambiando sempre squadra, non rappresentavano nulla, troppo mercenari…erano solo loro stessi. Geniali, ma soli. I primi invece diventavano la “bandiera” di quella squadra, Del Piero era la Juve e la Juve era anche Del Piero. E ti ci affezionavi…e stavi sicuro…

-O penso alla musica: Queen senza Freddie Mercurie, U2..Rolling Stones ancora ma senza Charlie Watts, gruppi dall’identità solida vs carriere brevi e posticce, le tante feat. collaborazioni con tutti pur di stare a galla.

-O alla politica, persone per un partito, sempre e comunque, fedeltà e coerenza, nessuna transumanza tra fazioni pur di stare ancora a galla. 

-O a determinati animatori o capi scout o catechiste…che han fatto servizio per una vita, tra generazioni, diventando grandi, adulti, laureati, professionisti, mariti e genitori facendo sempre servizio, senza vederlo in contrapposizione con la propria vita privata, cosa oggi impensabile perché si ragiona, si crede e si fa servizio in modo diverso…    ecco insomma in tutti questi ambiti e non solo..

   delle persone che con le loro scelte ci hanno insegnato a credere in un valore secondo me fondamentale che oggi spesso ci manca. Fondamentale perché umano, presente in noi come un bisogno spasmodico che ci caratterizza, e un orizzonte che attrae rassicurandoci: quello dell’…appartenenza. Essere parte

Credo che celebrando oggi la festa della nostra parrocchia questa appartenenza ci possa provocare. Essere parte di un qualcosa di più grande. Chiedersi…Di chi sono? per chi? A che servo, io? Domande che da sempre pulsano, pur implicite in ciascuno di noi.

Caro p. Andrea, non posso non pensare a Venditti…che in Grazie Roma si chiede…

Dimmi cos’è…..  Che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo

Dimmi cos’è   …..Che ci fa sentire uniti anche se siamo lontani

Dimmi chi è…..Che me fa sentì ‘mportante anche se nun conto niente

Io credo che tutti abbiamo fatto esperienza di questo: amici così, anche se non ci conosciamo (i motociclisti che si salutano con due dita, in montagna ti saluti sul sentiero, l’adunata degli alpini…), chi è lontano (i vostri figli all’estero o qualcuno che si è trasferito ma…resta questa la mia parrocchia!) ma soprattutto ciascuno di noi che ne abbia bisogno…quando senta di contare poco, aver raccolto poco, essere poca cosa e invece…appartenere…fare parte di qualcosa che ti rappresenta e completa, donandoti un significato  di identità e vita, un valore aggiunto, dono e responsabilità.

 E a questo “dimmi cos’è” di Venditti, mi piace pensare risponda idealmente quel genio di …Giorgio Gaber, che proprio nella “canzone dell’Appartenenza” scrive un monito che ci aiuta a inquadrarla bene:

Non è lo sforzo di un civile stare insieme –un ipocrita, volontaristico “bisogna”

Non è il conforto di un normale voler bene – xe beo, stemo qua, voemose ben

Non è un insieme casuale di persone – ognuno da una mano…fa il suo

Non è il consenso a un’apparente aggregazione – dire a chiacchiere che…

L’appartenenza, -tuona Gaber-     è avere gli altri dentro di sé 2v!,

Mi commuovo con una frase così bella e poetica, così vera: 

pensate se cominciassimo a viverla o almeno a desiderarlo.

  Poi penso: Matteo, che stupido sei: davvero non ci arrivi?

E allora rifletto, ricordando che per noi cristiani questo è già realtà. Non lo siamo perché veniamo a messa o diamo una mano in parrocchia ma perché, il giorno del nostro battesimo, abbiamo ricevuto, la vita nuova di Cristo in noi, e da allora gli apparteniamo, siamo di Cristo, cristiani. Siamo stati immersi nella Trinità, a fare il giro tondo con il P, il F e lo SS., come la danza di Matisse, dentro una relazione d’amore che fa “Dio” di cognome. 

Gli apparteniamo e quindi ci apparteniamo come fratelli e sorelle nel suo nome. Questo anche viviamo ad ogni messa…

La chiesa nasce dall’eucaristia e l’eucaristia fa la chiesa e lo celebriamo per farne memoria e riprendere a viverlo. sistole diasto

Oggi, Corpus domini, celebriamo questo ed è bellissimo che sia la festa della nostra comunità, di cò che ci accomuna, unendoci, il modo cioè in cui ci rendiamo visibili, presenti e siamo segno di questa appartenenza… per 1) ricordarlo, 2) viverlo 3) annunciarlo.

1) ricordarlo: letteralmente, portarlo su dal cuore, rinnovarne la consapevolezza con gratitudine!…Siamo tempio, dimora dello SS, (cfr. porta ingresso) nella nostra coscienza, ricorda GS del CV2,

ricordandolo, oggi lo celebriamo, come ogni domenica.

Questo è il mio corpo, ci dice Cristo, mentre si è fatto pane.

Allora ricordo che quel pane e quel vino, in me, mi aiutano a diventare come Cristo; il cibo normale sostiene e fa crescere la mia dimensione fisica-biologica, comunque destinata alla morte; l’eucaristia alimenta Cristo in me, la dimensione spirituale, mi aiuta ad avere il suo modo di pensare, di guardare a Dio, me e agli altri, di agire, il suo stile. Questo cibo mi rende eterno, confermando la vita eterna di Cristo già in me. Dobbiamo ricordarlo! Rinforza la mia appartenenza reciproca a Lui e alla chiesa. Nessun valore, ma uno stile cristiano da scegliere, giorno per giorno. Io divento pane con la vita che gli so offrire, lasciandomi  giudicare solo dalla Sua buona notizia di misericordia. Gli apparteniamo. 

Ma quanto ne siamo realmente consapevoli?

2) viverlo: fate questo in memoria di me, ci viene chiesto:

la comunione nasce perché ciascuno sente che la propria vita in Cristo è pane nutriente per tutti gli altri, nessuno escluso, perché ci ha costituiti Corpo di cristo. Ne siamo parte, gli apparteniamo e così siamo tutti più di noi stessi. Ci apparteniamo. Ognuno non è più anonimo, solo e poca cosa, siamo già quel Corpo di Cristo che riceviamo, e lo diventiamo confermando che dobbiamo stare uniti, corresponsabili e complementari. Se no manca un pezzo, un pezzo d’amore che non viene amato e quindi va sprecato.

Siamo affidati gli uni agli altri, si cresce come nel rugby, andando avanti solo guardando indietro, se ci sono tutti, se no…

Nel parlar comune diciamo di venir qui a “fare la comunione”: ecco il mandato. Bellissimo. Non la comperi al supermercato, né appare come per miracolo, la comunione si fa continuamente e mai una volta per tutte, è il processo dello stare assieme, non la meta, viene affidata alla responsabilità di ciascuno. Significa che alla radice della nostra vita come cristiani, alla fonte della nostra carità e del servizio che facciamo in parrocchia, sta la comunione, il vivere nell’unità. E questo perché c’è una comune appartenenza reciproca.   Non è così in ciascuna delle nostre famiglie? Si fa

Comunitando: ricordandosela, cercandola, provandoci, ripartendo, annunciandocela, salvaguardandola, come parametro, come annuncio, come apertura, segno di riconoscimento …. ci riconosceranno se siamo uniti -vangelo- non bravi ed efficienti, non battitori liberi, non protagonisti ma a spese di altri. Bellissimo venerdì sera il lavoro che i due CPP hanno condiviso anche su questo tema; bella la sfida che attende il Grest, dove adulti, giovani, il Pime…saranno chiamati a trovarsi le misure e collaborare, corresponsabili e complementari, restando innanzitutto uniti, gareggiando nello stimarsi a vicenda, direbbe Paolo. 

3) annunciarlo

Che impressione daremo, oggi, sorelle e fratelli, come comunità cristiana? A chi fosse qui di passaggio o per caso… il lavoro e la festa di oggi vale quanto una processione del corpus domini!|

Il pranzo a casa l’abbiamo tutti ma ciascuno di noi ha un bisogno fondamentale anche di sentirsi parte, più ricco e fortunato, di appartenersi gli uni gli altri rimandando a una bellezza sempre più grande e potente che si realizza con e oltre noi stessi.

Significa essere credibili e creare una sorta di sana, santa invidia a chi non vi partecipi ancora ma ne sia suggestionato; essere una comunità a cui ti farebbe piacere appartenere perché percepisci che c’è una promessa di vita e una cura missionaria delle relazioni che ti affascinano. Magari sei qui solo per una messa, il sacramento dei figli, una necessità e ti senti accolto con umanità, atteso con premura, valorizzato. E si inizia a sentire che la propria vita ha proprio bisogno di appartenere, di riconoscersi in qualcosa di più grande ma che non ti umilia né schiaccia ma ti valorizza e dona responsabilità…ti fa sentire parte  .. che.. ancora dice Gaber 

È assai di più della salvezza personale

È la speranza di ogni uomo che sta male E non gli basta esser civile    – bellissimo!!.    È quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa

Che in sé travolge ogni egoismo personale

Con quell’aria più vitale che è davvero contagiosa

Una vita nuova, eterna, del risorto, potremmo dire in termini cristiani

Sarei certo di cambiare la mia vita   Se potessi cominciare a dire “noi” chiude Gaber.

Avere gli altri dentro di sé come dono e responsabilità, ecco anche la politica, la repubblica… nella comune appartenenza di ciascuno a tutti.

Il corpo del Signore in noi ci faccia memoria della vita divina in ciascuno di noi e ci doni la consapevolezza e la responsabilità di custodire e costruire continuamente questa comunione, appartenersi gli uni gli altri perché appartenenti a Cristo risorto.

Così saremo gli uni la bandiera degli altri, anche se non siamo Del Piero o la Juve ma rischiamo di non dimenticare quanto belli siamo come comunità cristiana e quanto ne potremmo essere grati al Signore lodandolo per questo dono

Godiamoci oggi questa forte appartenenza, tutti membri dell’unico corpo di cristo, buona festa

Nome 6 Cognome: omelia SS. TRINITÀ ’24

Cognome o nome: abbiamo bisogno di entrambe.

Non basta nome: manca storia, memoria, relazioni origine

Non basta cognome: vago, manca identità unicità originilità!

unico Dio in tre persone, diversissime tra loro, ma unite da un amore infinito e reciproco. Dio è cognome….
Che immagine di Dio abbiamo impressa nel cuore? quando preghiamo, in chiesa, a messa, nella nostra coscienza?

Non è un Dio perfetto ma isolato, autocentrato, immobile che sta bene da solo, eternamente chiuso su di sé, che ti sta davanti, frontale, io contro di te e se non ti va bene…asimmetrico!

Non è così ed è grazie a questo che noi esistiamo. Un Dio che da vita a partire da come è costituito, dove Dio è il cognome ma le persone son 3… quindi è relazione, incontro, accoglienza… In una parola: amore. E l’amore è solo e sempre relazione, non uno che sta li da solo ad amarsi come una statua. Son 3 assieme.

Noi nel battesimo veniamo affidati, immersi e riempiti di tale relazione, ci mettiamo in mezzo, facciamo il girotondo…(pensate al quadro famoso di Matisse, la danza, le figure rosa su sfondo blu…)

accolti, protetti, accompagnati…PFSS ci percepiamo così?
Ma, attenzione: non solo 1 esistiamo ma 2 siamo fatti a immagine e somiglianza di questo Dio in tre persone. Significa che siamo creati per essere in relazione, gli uni per gli altri, venuti all’esistenza per vivere amicizie fondate sull’amore. Che nessuno basta a sé stesso e noi ci ritroviamo e completiamo solo in relazione all’altro, siamo costitutivamente sbilanciati verso l’altro.

Del resto il desiderio di una coppia è quello di generare vita, far traboccare il proprio amore, condividerlo, non trattenerlo. Non funzioniamo così? E tra amici, non hai voglia più possibile di stare e fare cose assieme, celebrare il rapporto? 

Il vangelo è stato scritto per questo, per insegnarci a vivere così, perché la Trinità è anche uno stile di vita.

Nel nome… le azioni che facciamo, il ricordo, significa immersi qui dentro e capaci di vivere così; nel parlare comune diciamo

in agosto, in Selvana, in Olanda, nel significa dentro…e come..nel nome..La vostra relazione di coppia per realizzarsi ha avuto bisogno di spazi e tempi per scoprirsi, addomesticarsi, comprendersi, accogliersi, perdonarsi, crescere, evolvere, ripartire… relazione!

E la nostra vita di fede, con PFSS è e sarà sempre cosi, non lineare

Gesù, lo raccontano i vangeli, ci da l’esempio. Non vuol far tutto da solo il salvatore ma sceglie i dodici e costituisce la chiesa. Osserviamo come si comporta con i suoi discepoli, i quali “Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono” (Mt 28,17).  In loro persiste il dubbio, la fede è ancora incerta, eppure Gesù era risorto dai morti…Potrebbe rimproverarli, ipocriti!magari cacciarli, invece non fa pesare loro nulla ma al contrario, conferma la sua fiducia investendoli di una missione che li valorizza. Questa è la pedagogia divina: non concentrarsi sulle mancanze dell’altro ma accogliere tutto il buono che è presente in lui.  Non guardare quanto manca alla perfezione, ma quanto bene hai già fatto in quella direzione, non quel che divide ma quel che unisce!

Poi Gesù “si avvicinò…“ (Mt 28,18). Anche questo semplice movimento in avanti è amore trinitario: fare il primo passo verso l’altro, diminuire le distanze, farci vicini, prendersi cura. Infine quelle parole sulle quali poggia tutta la nostra speranza: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Sono con voi: dare la nostra presenza, esserci per gli altri, sempre, giorno per giorno, senza condizioni. Anche qui è evidente quell’amore che Gesù ha imparato dal Padre. E che attraverso lo Spirito Santo, che ci attrezza coi suoi 7 doni, noi possiamo continuare a vivere nel nome di questa trinità e con questo desiderio nel cuore.

E allora pensando al nostro nome e cognome, alla nostra vita e storia, pensiamo anche che ci è stata offerta, nell’essere cristiani, cioè suoi, di Cristo, una nuova identità e soprattutto una grande famiglia. Siamo fratelli, sorelle e figli nel suo nome. e Cognome

Domenica di Pentecoste -’24 B

Dal Vangelo secondo Giovanni 15,26-27.16,12-15

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

OMELIA

Ma come…quella persona era così e colà e guarda cosa ha fatto, chi l’avrebbe mai detto… non gli mancava nulla e invece.. un reato, un crimine, un suicidio… non ci si crede, eppure…

Vi è mai successo di fare qualcosa e sentire che non eravate in voi? Non mi riconosco, non so. E tra amici o nella vita di coppia…non sei più tu, non eri così…Quante volte forse abbiamo cambiato idea su noi stessi, gli altri; saltano relazioni, amicizie, matrimoni. Nessuno di noi può conoscersi davvero fino in fondo.

E per fortuna. Rimaniamo sempre un mistero a noi stessi. Ci dobbiamo fidare, credere e vivere di conseguenza. Non siamo contratti da firmare e garanzie da pretendere.

Per questo mi fa bene quella frase del vangelo in cui Gesù rassicura che “ha molte cose da dirci -che bello- ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”.

Mi fa sentire rispettato, compreso, pesato per quello che sono.

Mi testimonia un Gesù che ha a cuore la mia vita e non ci gioca, che mi conosce, mi ama e preferisce custodire delle cose per quando sarà il momento. E questo non mi fa sentire inferiore, non mi umilia, né sminuisce. Mi fido di chi mi conosce meglio di quanto io conosca me stesso.  Del resto la fede è un’esperienza liberante, salvifica, seducente con il risorto, non un contratto da firmare con il sospetto ti vogliano fregare e la preoccupazione a leggere tutto, in particolare le frasi scritte in piccolo. 

Mi sembra sia molto bello. Non posso comprendere tutto, mi fido, faccio quel che posso ma mi sento rispettato e accompagnato in questo. Penso a certe trasmissioni televisive in cui c’è una vera pornografia dei sentimenti sbandierati, delle storie offerte a pagamento, la banalizzazione di quel che siamo e che pretendiamo di capire o meno. Si cerca di dimostrare, spiegare, capire ma…

  Con Dio è diverso. Si parte da quel che siamo e ci fidiamo che al momento giusto lui ci fa’ comprendere illuminandoci. Intanto vivo. Ci verranno annunciate le cose future. Non è un rapporto bello e finito quello con il Padre. Abbiamo tempo e vita da vivere nella fede. Guai a noi, poricani, quando pensiamo di aver già capito tutto e quindi… quando riteniamo che Dio non abbia nulla con cui stupirci, speranza, prospettive, margini di lavoro sui nostri affetti per cui re imparare a credere, sperare, vivere.

Lasciatevi guidare dallo Spirito, suggerisce Paolo ai Galati nella 2a lettura. Camminate secondo lo Spirito, insiste.

Pentecoste ci doni la consapevolezza di uno Spirito che già ci abita e al quale sarebbe bello potersi ….arrendere. Lo faremo?

Invocarlo tra i nostri pensieri quotidiani, pregando di ascoltarlo.

Desiderare come singoli e come comunità, gruppi attivi in parrocchia ecc. di sentirci responsabili di quei frutti di cui si parla… amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé…assieme all’unità, alla comunione, all’essere, diremo tra poco, riuniti in un solo corpo.

Senza la tua forza, nulla è nell’uomo,… abbiamo pregato nella bellissima sequenza. 

Il Signore ci doni l’umile consapevolezza di noi, l’audace certezza di Lui e la forza gioiosa e liberante, di arrenderci a questa sua verità.