Rallenta, è tua sorella, tuo fratello…. Omelia XXIIIa TO A ‘23

“L’operaio vestito di giallo è mio papà. Rallenta!”

In autostrada questo messaggio, nei pannelli in alto, mi fa sorridere. Da qualche mese scopro che dipendenti e famigliari di autostrade hanno contribuito a questa nuova comunicazione. Non è il semplice avviso anonimo “uomini al lavoro”. Mi immagino una bambina contenta del concorso ma preoccupata mentre scrive e un papà che non veda l’ora di tornare a casa ad abbracciarla. Credo che a livello di impatto comunicativo sia molto azzeccato -speriamo anche efficace- perché crea subito empatia, portando nel testo non solo divieti o regole ma storia e relazioni. Come pure una gerarchia di valori: ehi, attento! la tua fretta alla guida va calibrata su chi hai davanti e al loro lavoro, non sei solo tu al centro del mondo! 

 Magari questa gerarchia fosse stata rispettata anche nella stazione ferroviaria di Brandizzo a Torino o in tutti i luoghi di lavoro dove troppo spesso si muore non per errore ma per egoismo umano.

Il rispetto e anzi la valorizzazione della storia personale, dei volti, i vissuti, le relazioni sono fondamentali per non restare arenati tra norme e permessi che rischiano di allontanare inutilmente.

  L’attenzione con cui nel vangelo Gesù chiede di trattare le persone credo stia proprio qui. Non si tratta solo di riconoscere una colpa, condannarla, dare sanzioni, punire e ritenersi appagati così. Quanto ci risulta facile e comodo oggi: hai sbagliato e paghi! Si, certo, va bene ma la realtà è sempre più complessa del nostro generico giustizialismo da applausi e voti e del volersi sentire a posto.

-Innanzitutto Gesù richiama al fatto che quella persona ci sia fratello o sorella: grazie al battesimo, certo, ma anche di una comune fragile umanità. C’è un’umile consapevolezza che nessuno di noi è senza peccato, non ha mai sbagliato o non potrebbe farlo. Una solidale certezza che siamo tutti sempre sulla stessa barca, fragili, feriti, bisognosi di comprensione, accoglienza illimitata e perdono. Nessuno può scagliare per primo alcuna pietra, meglio ricordarlo sempre. Se no siamo sepolcri imbiancati.

-Poi il richiamo all’ammonire, che non significa rimproverare, accusare o condannare ma riconoscere il male commesso, chiederne conto, verificare assieme, comprendere; 

-Infine il triplice riferimento all’ascolto: attento e personale, discreto, poi coi testimoni, per un confronto non solo frontale, poi con la comunità. Insomma…3 volte siamo invitati a porci in ascolto di quella persona e della colpa commessa, al suo contesto, motivazioni, intenzioni, non solo, a ricordare colpe e divieti. C’è un attenzione artigianale, personale, umile e saggia, alla persona prima che al fatto compiuto. Quante volte in carcere o al Ceis mi capita di sentirmi molto simile, e fortunato, ascoltando certe storie, provenienze e passati…avresti fatto di meglio? mi chiedo… Gesù ci richiama alla responsabilità di richiamare per correggere e salvare, non screditare e condannare il fratello/sorella.

 Quanto contribuiamo con le nostre chiacchiere, lamentele, giudizi o like nei social, a diffonderne altre, condividendo scandalizzati ma a voce bassa quanto sentito su quella persona. Ecco, stiamo facendo la stessa cosa: non per aiutare ma per condannare quella persona..e quanto ci sentiamo giusti, a posto, migliori…e quanto non è evangelico seminare zizzania.

Per  compiere questi passaggi che il vangelo ci chiede e dare reale qualità cristiana e umana alle nostre relazioni, non serve nemmeno girarsi dall’altra parte e far finta di nulla pensando per sé. “Sono forse il custode di mio fratello? risponderà piccato Caino al Signore mentre gli chiede conto del fratello Abele… e ricordiamo che solo il samaritano ha compassione del povero derubato e abbandonato..

 C’è un fratello/sorella da salvare e il Signore ne chiederà conto alla nostra responsabilità e credo anche alla qualità delle relazioni presenti tra noi, nelle nostre comunità parrocchiali.

Servono umile consapevolezza di sé, ascoltarsi, volersi bene, riconoscersi bisognosi e desiderosi di altrettanta misericordia, carità e premura…Serve il coltivare una saggia memoria del male compiuto e del perdono ricevuti, ben superiori alla nostra orgogliosa consapevolezza; serve vivere in ascolto della misericordia del Padre che anche a noi ricorda che..quello là, anche se non è vestito di giallo, è tuo fratello, rallenta…

Ti hanno suggerito, Pietro…Omelia XXIa t.o. ’23 – A

Qui Pietro sembra fare finalmente una bella figura: risponde bene alla domanda posta da Gesù ai discepoli. “Tu sei il Cristo, cioè il messia, il salvatore che è venuto finalmente a salvarci…” il figlio di Dio…quindi Dio è Padre e ne possiamo fare un’esperienza viva, significativa… è il vivente. Sembra uno studente modello.

Ci pensa subito Gesù a smontare tutto, dicendo che gli hanno suggerito, mica è bravo.Nemmeno quella, sapevi Pietro, hai avuto fortuna, il Padre mio che è nei cieli te lo ha rivelato. La cosa può sembrare un po’ antipatica a ben vedere, quasi il seguito della scortesia con cui Gesù ha affrontato, -vangelo di domenica scorsa- la donna cananea, cagnolina che aspetta le briciole sotto al tavolo. Eppure ci stupisce definendo poi, proprio Pietro, la pietra su cui edificare la sua chiesa. Sarà lui il primo Papa.

   Gesù prevede una chiesa, cioè di non fare tutto da solo ma vuole aver bisogno della disponibilità degli altri. Non sceglie però degni perfetti, meritevoli, quelli che sanno sempre cosa dire e conoscono già tutte le risposte. E neppure i più volenterosi e attivi.

E dico questo perché se iniziassimo ad ascoltare meglio i vangeli, potremmo constatare con serena leggerezza che è proprio così e che questi discepoli, cui è affidato poi, con le donne, l’annuncio della risurrezione, non sanno davvero che pesci prendere…

Penso a me, a quante volte rischio di parlare con troppa confidenza della scrittura o di questioni teologiche legate alla nostra vita: magari durante un funerale, nella gestione dei sacramenti, nelle omelie o durante un colloquio…

E i laici delle nostre comunità? O non sanno cosa dire perché reputano che sia solo questione di titoli, scuole fatte e libri letti, di cose che toccano ai preti sulle questioni di fede insomma… oppure pensano ancora che essere cristiano sia avere qualche devozione o fare qualcosa di volontariato…ma senza una concreta esperienza di fede, che si possa essere cristiani lo stesso senza saper dare ragione della speranza che è in voi, come Pietro stesso raccomanderà. Siamo insomma tutti sulla stessa barca. Penso magari a qualcuno che decide della fede o meno, se continuare o meno ad essere credente in base a qualche esperienza mediata da quella chiesa fragile che è stata affidata a Pietro stesso. A chi lasci la fede per inerzia, per un lutto, a chi dopo due mesi di filosofia in 3a liceo già si professa ateo perché ha capito che Dio non esiste…a pochi anni dalla cresima ..

Quanto ci fanno bene allora le parole di San Paolo ai Romani. Ci rimettono come a posto, donandoci una fede che non umilia ma colloca con speranza di fronte anche ad un mistero oltre noi:

Il suo stupore, mentre si meraviglia e annuncia ai Romani la profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio!  Si ferma a considerare quanto Dio sia ricco, sapiente e conosca tutto.   Quanto insondabili sono i suoi giudizi -continua-

Quanto inaccessibili le sue vie!  Dio insomma è oltre le nostre categorie di pensiero, i giudizi e i parametri con cui pensiamo di conoscerlo, valutarlo, giudicarlo sempre con troppa confidenza. 

E con i quali spesso poi decidiamo di credere o meno. O magari anche ci sentiamo credenti forti, sicuri, invincibili. Ma lo stiamo trattando solo come un argomento…o peggio un’idea.
Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? Chi sa cosa pensa Dio? O chi mai -bellissimo- è stato suo consigliere?
O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio?
Ricordandoci così l’umiltà di disinnescare in noi il pensare che possiamo meritare qualcosa di Dio con le nostre buone opere, fioretti, preghiere o sacrifici. Gesù lava i piedi a chi si vergogna. Questo è il punto di partenza. Ne siamo davvero consapevoli? Non solo a parole ma col nostro stile di vita…La fede cristiana non sono innanzitutto cose da sapere o meno, per cui sentirsi o meno avvantaggiati o scusati. È sempre innanzitutto esperienza da provare, dono da chiedere, riconoscere, accogliere. Non servono risposte a memoria, come Pietro, ma domande che nascano in noi da un cuore inquieto, sempre in ricerca, affamato di senso…ma capace innanzitutto di contemplare e di lasciarsi stupire da chi gioca in anticipo e ci interpella a seguirlo..ecco, oggi, la chiave per vivere non da spettatori in questo regno che viene.

Dio è sempre già prima di te…. Omelia XVI to ’23 -A

Son cattolico, de ciesa, tanto de ciesa, credente, non credente, credo che ci sia qualcosa, qualcuno, una forza, un’energia…credente a modo mio, quando me la sento, credente non praticante, praticante non credente, credulone.. solo Natale Pasqua funerali, ormai solo funerali e matrimoni ecc. E allora? Cosa mi stai dicendo? Mi immagino sempre Dio in poltrona mentre ascolta questa marea di etichette e un scuote po’ la testa, bonario e sorridente. Lui non è un argomento da dimostrare, un prodotto da valutare. Mica si fa scegliere come un detersivo! E mentre siamo impegnati a spiegare cose di noi su di Lui..lui credo sia altrove.

La relazione Padre figlio, -l’unica cosa che Gesù ci ha raccontato di Dio e che per continuare a dirla è andato in croce come blasfemo- mica segue queste logiche. C’è da porsi in ascolto di un dono, accorgersi, stupirsi, fidarsi più che valutare, sentirsi anticipati…se davvero lui è salvatore e redentore, noi siamo solo destinatari innanzitutto. Insomma creduti, prima che credenti!

Solo perché Lui crede in te, tu puoi balbettare qualcosa con fede.

 Non siamo cristiani perché e come decidiamo di esserlo…se prima non ci rendiamo conto che c’è un seminatore, una pioggia di parola come pioggia e neve…e solo allora possiamo rispondere.

La pedagogia di Dio è sempre giocare di anticipo, presentandosi come uno che ci ama e ha a cuore la qualità della nostra vita e per questo ci interpella: seminando di continuo e ovunque, senza valutare terreni (come noi pensiamo di valutare lui), facendo piovere scravassi di parola…è quella che prima ti lava i piedi come a Pietro poi capirai, cerca la pecora perduta non lascia si arrangi perché se l’è meritato, che uccide il vitello grasso e fa festa, senza aspettare scuse o giustificazioni, moltiplica vino, pesce, pane in abbondanza senza chiedere se hai fame o te lo meriti perché vai in parrocchia…ecco io sto alla porta e busso, se qualcuno mi apre ceneremo assieme, dice Ap, Se qualcuno mi vuol seguire, dice Gesù alla folla. Ecco perché è una buona notizia. Ti chiede innanzitutto di accogliere, sentirti raggiunto non di meritare o firmare un contratto. Al resto poi ci pensa Lui e si cammina assieme

Riconoscere il “Per primo di Dio”… diceva sempre don Marangon, il nostro docente di Sacra Scrittura mancato poche settimane fa..

Getta abbondante la sua parola, senza misura…senza interessarsi del terreno… ma provocando..

come la pioggia e la neve, abbiamo sentito le parole bellissime di Isaia nella 1a lettura… Senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata. Dio ci parla per farci vivere in maniera diversa grazie alla sua buona notizia.

>>Ma dove lo vediamo questo seminatore in azione?

La messa quotidiana, la liturgia della parola gestita da laici, incontri, conferenze, percorsi biblici offerti dalla collaborazione, dal vicariato, dalla diocesi, certi siti internet, blog, video e certi libri o sussidi gestiti da persone competenti e in comunione con la chiesa (il parroco può servire anche a consigliare o confrontarsi sulla qualità di questi contributi), le app sul cellulare o le mail con la parola del giorno o un salmo…. come pure gli appelli che forse possiamo riconoscere delicati ma decisi in noi ogni tanto a pregare, fare silenzio, andare a vivere il sacramento della riconciliazione, lasciarsi accompagnare da un padre spirituale, scegliere un buon libro da leggere per meditare… e tanto altro.

E noi? come ci collochiamo di fronte ad esse?

Che tipo di terreno siamo? 

Chiediamo al Signore di riconoscere il seme che sparge. Ogni seme è vita, speranza, promessa di futuro, qualità, nutrimento e forza. Costa buttarlo ma non ha senso che per quello. Esso non serve a niente se non lo getti. Non sprechiamo opportunità. Non lasciamolo marcire a vuoto, chiediamo con umiltà di accorgerci di esso e lasciamo che la nostra vita si lasci raggiungere e fecondare, che possa generare vita, riconoscersi abitata, come dicevamo domenica scorsa. Allora sentiremo che la nostra vita al di là del credenti o meno è innanzitutto creduta e nulla potrà più essere come prima.