Prendermi cura? Omelia XVa Domenica t.o. C ’25

  Questa omelia ieri è nata così, non sapendo che pesci pigliare e guardandomi solo attorno: seduto in canonica davanti al ventilatore. Da fuori sento il ronzio del trapano: è Michele, che sta svolgendo una parte dei lavori socialmente utili. Piccoli reati trasformati in impegno sociale. Non c’entra niente con la parrocchia ma ci si trova bene; ha conosciuto diverse persone, viene volentieri e mi ha chiesto di proseguire anche dopo, perché gli piace dare una mano e stare qui assieme.

  Passano anche alcuni genitori della scuola dell’infanzia, salutano dalla finestra: si son messi a sistemare dei giochi e il giardino per il bene della scuola stessa e dei loro figli. Ci beviamo un caffè, non so quanto siano parte della comunità cristiana, alcuni vivono altrove, ma ci sono, danno il loro contributo.

  Nel frattempo ricevo un paio di parrocchiani: colpiti dal profondo disagio di alcuni vicini di casa, che non sono della parrocchia… ma del territorio in cui c’è una parrocchia: situazioni gravi che interpellano e mi chiedono che si può fare, come comunità, per rendersi utili. Mario intanto taglia l’erba perché a casa da solo si annoia e qui trova qualcuno per far due parole. In chiesa fervono le pulizie, si sistemano anche i fiori, con sto caldo; poi penso al Grest in corso e alle decine di ragazzi e ragazze coinvolte. Mi alzo, vado a prendere la posta e noto la bacheca della Caritas e penso alle 50 svariate famiglie che ci sono affidate.

  Potrei continuare, in quello che diventa un viaggio virtuale tra le nostre comunità di Fiera e Selvana davvero molto concreto e reale.

Reati, figli, chi ha bisogno, perché va fatto, come parrocchia o sul territorio, come attenzione pastorale o sociale: si stanno tutti, semplicemente,     prendendo cura.

Il cuore del vangelo di oggi è questo. Mi piace tantissimo contemplare il volto di comunità cristiane così. Mi commuove profondamente e mi fa sentire che siamo nella direzione ..bella. Ringrazio tanto il buon Dio di tutto questo.

Al dottore della legge (tipo il vescovo oggi) che strafottente provoca Gesù chiamandolo Maestro e chiedendogli come ereditare la vita eterna, lui risponde con la parabola del samaritano. Abbi cura di lui, dice all’albergatore. Io ho fatto la mia parte, ora pensaci tu. Come se dopo essersi sporcato le mani (e l’evangelista Luca descrive come la sceneggiatura di un film le 10 azioni che compie), lo affida alla comunità. Non vuole fare tutto da solo ma interpella e coinvolge altri. Chiede di “avere compassione”, dice Gesù che aggiunge che la vita eterna si raggiunge così, intanto prendendosi cura di chi ti capita davanti, adesso. Fai agli altri quel che piacerebbe fosse fatto a te, dice Gesù nel 7° di Matteo.

   Si, va be, sei retorico, vogliamoci tutti bene, potrebbe obbiettare qualcuno. Ci sta. Eppure mi chiedo, come cane del pastore, quale debba essere oggi il modello di parrocchia credibile. Quello dove tutti vengono a messa? Quello dove vieni solo se hai bisogno o puoi contribuire? Con quali priorità e stile? Non lo so. 

Ma mi piace pensare che tutte le persone che in tanti modi, credenti o meno in Gesù Cristo, morto e risorto per noi, passino di qua e facciano la loro parte, possano aver intuito o percepire che la vita donata non ruba nulla alla tua esistenza ma la lascia diversa, più bella, libera, piena, felice. Gesù la chiama “eterna”, già ora cioè gustabile, fruibile, praticabile.

  Che è vero che il chicco di grano non deve aver paura di spendersi e morire per portare frutto. Perché funzioniamo così. Dio ci ha creato così, coscienti o meno. Avere cura, prendersi cura, farsi un po’ da parte, non pensare sempre e solo innanzitutto a sé stessi e lasciarsi interpellare. Penso alle volte in cui il servizio, il volontariato sia usato in maniera terapeutica da alcune scuole, invece di punire gli studenti, o al Ceis o in altre comunità di recupero o tra i giovani che a un certo punto vogliono fare, andare, prendersi cura, fare animazione.. 

Sono solo condizioni che create e custodite lasciano nel cuore di chi le pratica o riceve un seme. Se poi lo coltivi, potrai fare esperienza di Chi quel seme l’ha piantato e annunciato nel vangelo. Ti sentirai parte di qualcosa più grande di te, utile, vivo, assieme. Sentirai che i gesti di cura, attenzione, premura non saranno semplici ma sono efficaci. Se li ascolti magari a poco a poco potrai scoprire in te un bisogno più grande di senso. Una direzione, una buona notizia, quella che Cristo ha portato e affidato a ciascuno di noi. Fate questo in memoria di me, fate della vostra vita un dono e riflettete, vi sentirete paradossalmente amati, riconoscerete i vostri nomi scritti nei cieli, sentirete che siamo tutti parte di una rete di vita offerta, donata e condivisa che ci ha preceduto, ci accompagna e si fida di noi. Essere parrocchie che attraverso le tante iniziative, fanno percepire non tanto l’affanno del fare o il placido “basta stare assieme, l’abbiamo sempre fatto” ma una promessa di vita diversa, un significato altro al solito dover fare, e magari un desiderio di scoprire perché lo fai, cosa ti spinge, cosa anima uno stile diverso, cristiano appunto, che non trovo da altre parti… una cura che altri non hanno perché ..sei stato già tu curato, amato, salvato. Se manca questo, saremo solo come tutti gli altri, sostituibili. Ed è già piuttosto evidente. 

Mai come oggi siamo chiamati, con quanto Gesù ci chiede a testimoniare che stiamo vivendo già ora quella vita eterna, di qualità buona e diversa, promettente, seducente, magnetica. Credo che oggi, essere cristiani, significhi proprio questo. Niente di più, ma soprattutto, speriamolo, niente di meno. Ne siamo tutti corresponsabili. Ci interessa?

Dio ci ha tatuati nel cuore…Omelia XIVa to ’25 C

Son sempre molto curioso dei tatuaggi delle persone. Spesso leggo nelle loro braccia date e nomi: figli appena nati, un amore indelebile, un genitore defunto, fratelli o amiche speciali.

Mi rassicurano, dicendomi che è un modo per non dimenticare queste persone, averle sempre davanti, leggendole sul proprio avambraccio o chissà dove, per vederle accanto e sentirle presenti.

È molto bello, profondo, degno di rispetto ma… così poco originale. Il profeta Isaia 2500 anni fa parla così per descrivere Dio: gli fa dire che ha i nostri nomi scritti o ci ha disegnato, sul palmo delle mani. Dio ha i nostri nomi tatuati sulle mani.

Romantico? Originale? Può essere, ma non ridicolo. Ci riguarda?

  Gesù in questo vangelo ci racconta proprio così Suo Padre, senza gelosie. Un Dio vivo,  quindi, personale, appassionato e premuroso, che non ci tratta in serie e non vuol dimenticare nessuno ma prende sul serio tutti e tutto di noi. Nome significa storia, identità, chi eri e chi sei, che hai fatto e che fai.

Scritti sulle mani, in realtà, ma perché sono nel cuore. Siamo nel cuore di Dio. Ecco chi è quello a cui ci rivolgiamo dicendo Padre Nostro.    Riguarda la nostra fede? Sei parte di me, non ti dimentico, ti ho sempre presente. non ti lascio andare

Quando preghiamo ci pensiamo? Questo annuncio di vangelo come alimenta e orienta la nostra fede? E dopo? Cosa cambia nella percezione di me stesso e nel valutare quel che faccio?

Siamo davvero disposti a rallegrarci per questo? Ci viene chiesto!

Abbiamo tempo? I discepoli sono stati mandati ad annunciare il vangelo e tornano felici, anzi “pieni di gioia”…che bello. Penso alle verifiche di fine anno delle nostre parrocchie…se fatte…

Chi si accosta a noi, alle nostre comunità, chi ci incontra e sa che siamo cristiani e frequentiamo la chiesa…avverte questa gioia?

Grest, scout, sagre, bicchierate, catechismo, consigli vari, gruppi… cosa traspare di noi? Chi abbiamo scelto di essere?

Prima di tutto questo “fare” spesso compulsivo e a testa bassa (xè pecà no far, sarà beo…) il vangelo, non don Matteo, ci chiede di rallegrarci non per i numeri di presenza, il “xè beo catarse insieme” o i schei che guadagniamo per la parrocchia ma… se i nostri nomi, cioè insomma se siamo fieri e felici di un Dio che si prenda cura di noi. Ci riguarda? Non solo e sempre cose religiose o sociali in parrocchia da fare ma quello che abbiamo permesso o meno a Dio Padre di essere e fare con ciascuno di noi.

 Ad esempio i 72 inviati, non solo i 12 discepoli… cioè tutti (a quel tempo si riteneva fossero 70-72 i popoli censiti nel mondo) prima di essere indaffarati e affannati sono inviati; penso al mandato alle catechiste/i, ai membri dei CP, o degli AE, ai ministri straordinari dell’ Euc., a me prete: quanto siamo consapevoli di essere mandati e quanto siamo felici e grati di lavorare per questa messe? Ce ne sentiamo responsabili come testimoni o aspettiamo sempre il permesso del prete? Il nostro battesimo ci fa vivere ciò!

 Papa Francesco ci ha affidato il suo mandato con un testo che è ancora valido “Evangelii gaudium” la gioia del vangelo. Ci riguarda? E il testo “Gaudete et exultate” non serve la traduzione, dove mette in guardia dai cristiani a muso duro, solo da quaresima ma non vivono la Pasqua da risorti, ci riguarda?

 Attenzione: Gesù li manda, eccome, a fare, spiega loro con grande attenzione con quale stile e perché; e nemmeno vuole che gli diano “una man”; mica ha detto loro “ma si, stiamo qui sul divano a raccontarcela, tanto i nostri nomi son scritti nel cuore di Dio, chissenefrega..” No. Li manda ma richiama loro senso e priorità e dei criteri di realizzazione e verifica. Quello che farete, che siamo chiamati a fare, parleranno e come di Dio padre? Promessa…annuncio… Costruiranno comunità cristiana e senso di appartenenza o manderemo a casa solo clienti soddisfatti? Faranno esperienza di salvezza e misericordia o ci daranno solo soldi? Paolo ai Galati nella 2a lettura, annuncia che grazie alla fede e al vangelo posso essere “nuova creatura” cioè non solo me stesso, quel che mi va, a modo mio, ma sentirmi ben più e diverso da quel che presumo di sapere di me, essere figlio amato, mandato, sostenuto, a rappresentare un Padre che si fida e affida anche a me. Per sentire che il mio nome, la mia vita, conta ai Suoi occhi e questo e solo questo innanzitutto può darmi un’appartenenza e una gioia di cui mai come oggi, ho davvero un grande e liberate bisogno…  quasi quasi mi faccio il tatuaggio del Suo nome, sul braccio, per ricordarlo meglio.

Spada e Chiavi… Omelia Ss Pietro e Paolo ’25

Una spada e un mazzo di chiavi. Affido a questi due oggetti l’omelia di oggi; sono quelli con cui in genere vengono rappresentati nell’arte i santi Pietro e Paolo. Vediamone brevemente il significato simbolico e qualche applicazione per la nostra vita di credenti e come comunità cristiana. Ok?

   La spada: tutto inizia dalla lettera agli Ebrei, cap. 4… “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa PDD penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore”. Espressione potente: quando leggiamo la Bibbia o ascoltiamo il vangelo, abbiamo tra le mani una cosa viva, non un libro di raccontini e aneddoti, qualcosa che interpella, provoca, ci fa fare esperienza di sé, è lei che ci legge dentro… non ci lascia passivi, ma scuote. È viva. 

Ma ne abbiamo consapevolezza? Pensate al vangelo: Gesù mette i dodici spalle al muro, la prende larga, chiedendo loro cosa dice la gente, come ragionano, i discorsi da bar ma poi li inchioda. 

Ma voi che mi seguite, mi siete accanto…”chi dite che io sia”, cioè che esperienza state facendo di me, cosa avete capito, che avete da raccontare del nostro rapporto; quante volte per noi esser cristiani è un’etichetta del passato (questa è la mia parrocchia, qui ho fatto tutto, fin da piccolo, come era bello)… e poi? a parte il pedigree del cattolico ? Ora da adulto? Chi è Gesù per me adesso?

Come singolo credente… mi interessa percepire la Parola di Dio come una spada che nel mio animo divida e mi aiuti a riconoscere pensieri e sentimenti che mi avvicinano o allontanano dal Padre? 

Che mi dona libertà da tante zavorre, penso a quante volte curando frutta o verdura, togliamo parti marce, guaste, che non danno gusto: nel nostro cuore, potremmo fare lo stesso? Tenere e custodire quel che è più buono, sano e fresco… stare in Ascolto!

Pensiamo a quanto Paolo ancora scrive a Timoteo nella 2a lettura: Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero   Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno.  Le sue esperienze…

Come comunità… quanto la Parola di Dio e non l’abitudine o il fare a testa bassa ispira il nostro agire pastorale? Ci interessa che sia il vangelo a orientare le nostre verifiche e decisioni in parrocchia? Siamo capaci di porci in ascolto di Lui e non di quel che pare giusto e scontato a noi?

   Le chiavi: siamo soliti pensarle come quelle del paradiso. 

Se siamo stati bravi, S.Pt ci fa entrare. Eppure il testo è piuttosto preciso: son quelle del regno di cieli. E le due azioni che Gesù affida son reperibili già ora sulla terra: legare e sciogliere. Assicurare e lasciar andare. Nel PN tra poco chiederemo che venga il tuo regno, qui sulla terra. Consapevoli o meno, ne vorremo fare esperienza. Del mondo come Dio lo ha voluto, creato e ce lo ha affidato. Che venga, si realizzi anche attraverso di noi. 

Non basta dirsi cristiani, per abitudine o inerzia, in maniera statica, da zombie… qui veniamo provocati ad un ingresso, a un primo passo da fare per fidarci di una promessa, serve mettersi in cammino, entrare, credere ne valga la pena.

Il regno dei cieli, come il mondo, si realizza e cambia con il nostro esempio, non con le nostre opinioni. 

Come singolo credente.. Sono disposto a vivere la mediazione della chiesa, il magistero del Papa e dei vescovi al di là del tifo per uno o l’altro Papa? Mi fido delle loro chiavi per entrare in questo regno che non è a mia misura ma respira con lo Spirito nella comunione? Come una password per entrare in una fede adulta, più matura, libera, responsabile…

Come comunità… Riconosciamo la chiamata a creare condizioni nelle nostre parrocchie per scoprire oggi come legare o sciogliere: tener unito, in comunione o lasciar andare, evitare…sono esempi.

Spada e chiavi, per questi due santi che oggi celebriamo, così diversi per formazione, cultura, provenienza, a ricordare che non c’è un modello di apostolo, di discepolo, di credente, ma siamo tutti innanzitutto creduti. Che la loro intercessione e testimonianza, illumini il nostro cammino come figli del Padre e fratelli e sorelle in Cristo nello Spirito Santo.