“Tasi sù!… Ma fìdati” Omelia Ss. Trinità 2025

tre per uno – gioba.it

 Forse ci è capitato, in presenza di bambini, di abbassare la voce per dire cose che credevamo difficili per loro… Oppure penso a quando da piccoli qualcuno ci ha detto che tanto non avremmo capito, eravamo piccoli, erano cose “da grandi”.

  Forse i discepoli, in questa pagina di Giovanni, si son sentiti trattare così, loro che i bambini li allontanavano da Gesù; 

Magari l’evangelista ricordava benissimo questa espressione, tanto gli era rimasta indigesta:“Molte cose ho ancora da dirvi ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.”

Ma come si permette? E che siamo bambini? 

E a noi che effetto fa? Ci sono delle cose che non possiamo sapere? Ma figuriamoci: basta chiedere ai nuovi oracoli divini Google o ancora meglio all’intelligenza artificiale di riassumerci tutto quel che sa di Dio. A noi cui basta ormai un tutorial su YouTube o il potere di recensire e guardiamo come alla verità a qualche sito che ci dà ragione e che consultiamo per dirimere questioni…te l’avevo detto, è scritto su internet….

Forse la Trinità va colta proprio da qui: per quanto la si frequenti..il segno della croce, il gloria, il credo…ci fan dire di un Dio Padre, di Suo Figlio e del loro Spirito Santo faticheremo a comprenderne sia il senso (3-1) sia il significato per noi e la nostra vita. E così perdiamo due volte…

 Non so voi ma a me fa bene leggere questo versetto, non sento che manchi di rispetto alla mia intelligenza o al mio orgoglio.

Mi fa sentire protetto, custodito, non devo aver capito e scoperto tutto per fidarmi e credere. Sento che Dio non mi vuole fregare e non mi sta nascondendo nulla, che non ci siano frasi in piccolo sotto che non hai voglia di leggere prima di firmare. Che Lui mi conosca, mi rispetti e abbia a cuore la mia vita, prendendo sul serio quel che sono ma anche quel che Lui, loro, sono. Mi fa sentire il rispetto dei tempi e che si può vivere il vangelo accontentandosi di quel tanto che già ci è stato annunciato. Una buona notizia e delle cose future che a suo tempo, non importa quando, scopriremo insieme. Questa frase parla di Dio e del suo punto di vista su di noi. Non serve né essere indifferenti, né permalosi. Quanto è bello ogni tanto, sentire che qualcuno ti rassicura dicendoti: ci penso io, tranquillo, non preoccuparti, andrà tutto bene, sei a casa, abbassa la guardia.

A me fa bene: mi fa sentire di famiglia. La Trinità è il nome che ci ricorda che il nostro Dio è una famiglia. Che quando diciamo Dio in realtà è come se fosse il cognome, poi c’è un Padre, un figlio e uno Spirito Santo. Siccome sul campanello di casa scriverlo era troppo lungo e non ci stava, scrivono Dio o Trinità, non mi ricordo.

Noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo scrive Paolo ai Romani… come si fa a non fidarsi di Gesù e della Sua vita? Il rapporto con Lui ci fa fare pace con Dio e direi spesso anche con la religione e le sue malattie.

La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. continua Paolo… quello dono che abbiamo celebrato domenica scorsa con Pentecoste.

Tutto quello che pensiamo di sapere e credere su Dio, la religione, la chiesa e la fede…è bene continui a lasciarsi bonificare da una visita alla Trinità, suonando il campanello giusto ed entrando piano piano in questa prospettiva. Siamo tutto quel che siamo Nel suo nome..nel nome del PFSS… innestati e circondati da una relazione d’amore e libertà che danno le vertigini e di fronte al quale saremo, garantisce Gesù, “guidati a tutta la verità” di chi siamo, come funzioniamo, a che serve credere, cosa sia davvero importante e quando è un bellissimo programma oggi, in cui tutto (notizie, foto, video, audio) può essere falso, distorto, fake, strumentalizzato e banale…che ansia.. servono umiltà e fiducia. 

Sono in tre a nostra disposizione ma noi… cosa siamo disposti a perdere per tutto questo?

Domenica di Pentecoste – C- ’25 durante Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni 14,15-16.23-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. 
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Ritorna un’espressione di Giovanni che mi fa morire dal ridere: appena spontaneamente la immagino mi viene un sorriso. L’ho già nominata ma ritorna in Giovanni e quindi, al di là della citazione, significa che ha qualcosa da dirci e che forse non abbiamo colto poi così tanto. Gesù dice che assieme al Padre “verranno e prenderanno dimora presso” chi… li ascolta. Eh, niente io mi immagino Gesù con la veste, i capelli raccolti, di fretta che si gira a chiamare Dio Padre un po’ più anziano (pur coeterni, per carità viva Nicea nel 1700° anniversario) e gli fa, tipo “dai muoviti, sei lento, sbrigati che dobbiamo prendere dimora in queste persone le dobbiamo abitare, noi non stiamo solo nei cieli come han fatto credere loro ma abitiamo dal loro battesimo nel loro cuore, agiamo nella loro coscienza, li rendiamo “dimora e tempio dello Spirito” (così la liturgia del battesimo). E Dio Padre, un po’ sbuffando perché acciaccato… lo invita ad aspettarlo, a rallentare… a portar pazienza… e così indaffarati continuano a correre, Gesù e Dio, in ciabatte, un po’ affannati ma felici di abitarci… Uno potrebbe dire: ma a me che mi frega? Eppure se ci pensiamo le cose cambiano. Siamo abitati dalla presenza di Dio e del risorto che con lo Spirito (siamo infatti battezzati nella Trinità) ci sussurra sempre il meglio possibile per me qui e ora…se ci credo, lo interpello nella preghiera spontanea, gli parlo di quel che sto vivendo, gli racconto ciò che mi serve, lo ringrazio, gli chiedo luce…. e Lui da dentro di me, non sulle nuvole o alle statue, trova il modo per aggirare il mio orgoglio, l’ansia, la fretta…e mi rivela delicato le cose più preziose…

Pensiamo solo al fatto che Gesù si “””giustifica””” ricordandoci che le Sue parole, quel che in qualche modo ascoltiamo nel Vangelo, sono parole di Dio, Lui è Dio, Lui e Il Padre sono una cosa sola e ci raggiungono e ci fanno fare, se non siamo “credenti a modo nostro”, esperienza della loro presenza e salvezza.

Calma & Gesso Omelia VIa Pasqua C ’25

Ah, che pace (montagna), finalmente un po’ di pace (bambini a letto), lasciami in pace! (contro una persona molesta), vorrei solo starmene un po’ in pace (quando siamo oppressi e preoccupati) riposi in pace (funerale) facciamo la pace? (tra innamorati…eh eh) W la pace! tante espressioni comuni quanti significati diversi..

 E poi veniamo a messa e ad un certo punto ci diamo la mano o un goffo abbraccio,  dicendo ..pace pace pace… e morta lì…

  Magari questo vangelo può aiutarci a verificare quanto questa parola e tale gesto, che rischia spesso di essere banalizzato, (confuso con gli auguri di pasqua o un saluto, fatto in maniera sbadata, meccanica e superficiale) ci possa aiutare.

  Gesù è molto esplicito e le sue parole ritornano nella liturgia ad ogni messa che celebriamo: io vi do la mia pace. Non la nostra.

Non come assenza di guerre nel mondo, come sospensione di conflitti o tensioni tra le persone…qui parla di una pace interiore, nel cuore, della persona con sé stessa e con Dio. Infatti aggiunge, quasi a spiegare “non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore”. Shalom, è il termine ebraico che Gesù usa, indica positivamente benessere, riposo, sicurezza, agio, protezione.

   Quante persone invece vivono con una guerra nel cuore, dove a dominare sono la potenza di una dipendenza che rende schiavi e ti consuma, autodistruttiva, incancrenita di sensi di colpa, lutti indigesti, tradimenti, ansie e angosce, qualche trauma intimo che ti determina e consuma, quando pensi che hai solo deluso o tradito, fallito, sprecato…il bisogno compulsivo di dover mendicare consenso e compiacimento, quando sei in balia di te stesso continuando a sabotarti ogni spunto di libertà e fiducia o continui a condannarti come fragile, inaffidabile o anche fin troppo a posto, rigido…che enorme e drammatico bisogno di pace spesso in noi.

  Lui ci vuole donare la sua pace: come cristiani ne abbiamo bisogno e diritto in noi ma quanto siamo davvero disposti a credere che sia un dono Suo e che solo la relazione di fede con Lui ce lo potrà concedere? Insomma: Gesù può salvarci donandoci la Sua pace, cioè la forza per stare dentro ai nostri conflitti interiori?

lasciarlo abitare in noi…Altrimenti serve a nulla essere cristiani…

   S. Agostino , dopo aver cercato la felicità e la pace in tanti modi (sesso, piaceri sregolati, ricerca filosofica, gloria) giunge a questa conclusione, nelle sue Confessioni: “Tu ci hai fatti per te, Signore, il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”.

   Dante nel Paradiso arriva a scrivere: “E’n la sua volontate è nostra pace.

Vi do la mia pace significa che è un dono da chiedere, accogliere ma anche da frequentare. E non significa affatto “non mi succederà nulla”

Anche il mare che vediamo può essere agitato, mosso, in tempesta o calmo, ma nel profondo è sempre calmo. 

Spesso come cristiani pensiamo e ci vergogniamo delle nostre impazienze, dei fallimenti, di quanto ci turba e spaventa e vorremmo sbarazzarcene, magari preghiamo per evitarle…ma la fede in realtà agisce prima e durante. 

Lo chiedo nella preghiera ma come verrò esaudito? Nessun corriere mi consegnerà un pacco da 2kg di pace. Il Signore mi darà occasioni in cui sperimentare la pace. Attraverso la preghiera, l’affidamento, una frase del Vangelo che starò meditando, una riconciliazione fatta bene, un confronto serio su quanto si agita in me, un supporto serio e professionale, occasioni in cui liberamente la potrò costruire con tanti piccoli, si, mi fido, ci provo. Sarà il chiedere e affidare a Lui la gestione di me di fronte a quanto mi turba. Affidare alla sua croce quanto non voglio più subire da solo (attaccapanni venerdì santo), invocarlo al mio fianco mentre imparo a guardare con Lui a quanto mi accade e invocare la sua forza, luce, discernimento per stare dentro a quanto la vita mi chiede, magari anche di disinnescare o di non colluderci…

Come quel mare potremo ritrovare una pace profonda che nasca dalla condivisione nella fede, nel sentirsi abitati da una presenza, mai soli né abbandonati o estranei. Vivere da risorti, in questo tempo di Pasqua, può significare anche questo passaggio, dalla solitudine alla comunione con Lui in noi, nella nostra coscienza, dove cioè siamo liberi di scegliere, dove abbiamo tutti bisogno di perdono, di luce ma soprattutto della sua pace.