Scartati per non scartare….Omelia Va domenica to B ’24

Penso ad un mio carissimo amico educatore che dovendo gestire una comunità di minori abbandonati, li portava a fare la raccolta differenziata nelle discariche del feltrino. Voleva toccassero con mano quanto è fin troppo facile scartare e buttar via. 

Ma soprattutto quanto bene fosse possibile e recuperabile, tra la nostra comune spazzatura, educando quegli occhi a non sentirsi scartati né a scartare niente e nessuno. Papa Francesco più volte ha richiamato lo scandalo di una civiltà dello scarto, opulenta e superficiale come la nostra.

   Penso alla stupidità da record, tutta italiana, di uno spreco nel 2023, da 13 miliardi di cibo. Chi si abitua a scartare, buttare via, chi pensa “ma si tanto”, denuncia oggi un’incapacità di consapevolezza su cui riflettere e, secondo me, per cui indignarsi.

E quando ti abitui a farlo, ti viene in automatico: scarti e sprechi cibo, risorse, tempo, denaro, relazioni, corrente elettrica, acqua…ma si tanto. Forse stai buttando un po’ anche te stesso. Penso ai fratelli e alle sorelle nelle comunità di recupero…le sostanze hanno confermato una qualità di vita che sentivano degna solo di essere sprecata e buttata.

    Celebrare la vita credo inizi dal modo in cui uno si percepisce al mondo. Heidegger, famoso filosofo tedesco dei primi del ‘900 parlava in “Essere e tempo” di gettatezza: diceva che ogni essere umano è gettato nel mondo. Un mondo che non ci siamo scelti e che ci è sconosciuto. Nessuna consolazione né illusione possibile.

Soli e individualistici ci si ritrova così a dover contare solo su di sé…Se credi questo, a poco a poco anche lo vivi. E noi cristiani? Magari ancora li a percepirci, lo dico con rispetto ma anche un sorriso, “esuli figli di Eva, gementi e piangenti in questa valle di lacrime” ..certe parole lasciano un segno. Non è lo stesso mondo in cui Cristo, da Natale, ha deciso di abitare con noi? Ma noi magari chiediamo di vedere dopo questo esilio Gesù…come se da risorto non fosse presente. Non mi sento esule, non mi pare di vivere in una valle di lacrime, non sono in esilio. Ma vorrei che come cristiani recuperassimo il comune aspetto vocazionale di ciascuno, amato per nome, qui e ora!

Celebrare la vita significa partire da una visione del mondo in cui Dio padre abbia scelto di donarmi la vita e mi dia la forza di custodirla e moltiplicarla nel suo nome, sale e luce del mondo.  “La forza della vita ci sorprende” è il titolo di questa 46a giornata nazionale della vita. Un tema così trasversale che non può non interrogarci tutti. Dal diritto alla vita del nascituro a quello dell’anziano, dalla qualità delle cure negli ospedali al dovere della sicurezza nel lavoro, dalla ricerca di innovazione nelle cure sperimentali alla garanzia di un accesso comune minimo a quanto dovrebbe essere dovuto ma in realtà spesso è negato, dalla qualità delle cure possibili per persone segnate da disabilità mentale o fisica al diritto a condizioni umane per chiunque. Noi cristiani non possiamo sentirci gettati in esilio nel mondo, ma riconosciamo con stupore che proprio Gesù, invece, figlio di Dio nostro salvatore, si è gettato in mezzo a noi proprio per farci vivere in maniera diversa.  E sappiamo vivere così? La lue della candelora…

La vita ci sorprende, allora, se la guardiamo anche con gli occhi di Dio, come cristiani. Pensiamo al vangelo: incontrando gli ammalati, Gesù non predica mai rassegnazione, non ha mai atteggiamenti fatalistici, non annuncia che la sofferenza avvicina maggiormente a Dio, non chiede di offrirgli la propria sofferenza, non nutre atteggiamenti doloristici. Quelli ce lo siamo inventati noi nei secoli per gestire lo scandalo del male, del dolore, della morte, di tutto quello che non ci farebbe festeggiare la vita. I discepoli nel vangelo “gli parlano subito di lei” della suocera ammalata. Se ne accorgono, non sono indifferenti e lo interpellano. Che sia anche questo, come comunità cristiana, quello che siamo chiamati a fare? Accorgerci, pregare, prenderci cura, consapevoli che la qualità delle nostre relazioni e della vita ci viene consegnata col battesimo ed è un impegno che ci rende tutti corresponsabili….(lo dobbiamo anche ai nostri bambini)

Chiediamo al Padre il dono di una consapevolezza nuova della nostra esistenza, un dono che sorprenda noi per primi impegnandoci a coltivare la forza di riconoscerla anche negli altri.

Ci aiuti a vivere cristianamente il dono del tempo: a non sprecarlo ma a saperlo perdere per coltivare la qualità delle nostre vite dal suo punto di vista e soprattutto nel suo nome.

Parole eterne. Omelia IVa domenica t.o. B ’24

Certe parole sono eterne. Rimangono in noi per sempre; magari a far danni, perché ci hanno ferito. Ricordiamo fin troppo bene chi ce le ha dette, in che momento e perché. Conficcate nella nostra mente… un’eco silenziosa; dette per ferire e umiliare, continuano a rimbombare tra i nostri pensieri e gli sforzi a vivere, fanno male, zavorra legata al nostro valore o identità. Restano in noi finché non scegliamo di contestualizzarle, metterle in discussione, allontanarle, perdonare. Penso a chi per una vita si sia sentito sminuire, prendere in giro o paragonare, e continui a vivere così, avendoci solo troppo creduto, diventando quel che ti hanno detto.

   Oppure sono parole eterne perché ci alimentano per sempre, facendo germogliare e custodendo in noi un tesoro di fiducia, stima e credibilità, che ci ha fatto crescere saldi, amabili, protetti.

   Gesù colpisce quanti in sinagoga lo ascoltano, proprio perché parla loro con autorità. Lo conoscevano! Trentenne scapolo, ancora in casa con la mamma, artigiano nell’azienda di famiglia ma quel sabato il modo in cui parla, il come, fa cambiare le cose. 

Viene guardato in modo diverso. Il termine “autorità” traduce il greco exusìa, parola dai molti significati: non va intesa come qualcosa che vuole umiliare o sottomettere ma dice il potere, la capacità di rendere effettivo, di far cambiare le cose.

Ha il senso di una parola che ci interpella, affascina, promette.

   Penso ad un vecchio prof. al liceo: che fascino aveva quando, quasi commosso, commentava per noi cialtroni svogliati alcuni filosofi…la classe si fermava e ci teneva tutti a bocca aperta, rapiti da quanto ci stava quasi annunciando, facendoci emozionare.

   Gesù parla con autorità significa riconoscere che quello che dice è per noi, non solo destinatari passivi ma persone assetate di senso e novità. Gesù non parla di Dio come un argomento (vizio di noi preti, delle nostre comunità o attività educative) ma ce lo racconta Padre affidabile, che ti prende sul serio e vuole portare più avanti, altrove, in pascoli nuovi, migliori, insperati. Non è uno slogan religioso, altisonante ma vuoto, né la parola tronfia dei dotti, la parola strategica degli oratori, la parola astuta dei commercianti o la fake news che ingenuamente taggiamo nei social.   Una Parola che va dritta alla persona: raggiunge l’intelligenza, scalda il cuore, ne cambia la vita. Ed è questo che la rende autentica, vera. Porta con sé un vigore, un’energia, un dinamismo capace di generare senso e cambiare la realtà. Abbiamo tutti bisogno di parole di salvezza che scaldano il cuore dando brividi di vita e vertigini di speranza. “Signore io non sono degno di partecipare alla tua mensa ma dì soltanto una parola…. e io sarò salvato”. Sono parole di responsabilità, che ripetiamo ad ogni messa…

Si chiama valore performativo. Cioè una parola capace di creare qualcosa di nuovo, che prima non c’era. Io ti assolvo, io ti battezzo diciamo noi preti; io accolgo te, dice la sposa allo sposo e i due diventano marito e moglie per sempre…Nulla è più come prima! Io ti amo, ti perdono, mi fido di te, parole che ricostruiscono, fanno girare pagina… realizzano quello che dicono. 

Oggi sarai con me in paradiso, al ladrone in croce, nemmeno io ti condanno, alla donna, venite e vedrete ai primi discepoli, la mia gioia sia in voi, rimanete in me…

Mi domando quanto siamo consapevoli di questa realtà che la nostra fede ci offre, mentre preghiamo o ascoltiamo il vangelo. 

 Il giorno di Natale il vangelo di Giovanni ci ha annunciato che Gesù è logos, parola che si fa azione, cioè verbo…qualcosa che fa funzionare in modo diverso. Ne siamo consapevoli o almeno…curiosi? Chiediamo al Signore Gesù di renderci consapevoli del sapore e del significato delle sue parole per noi. Ci trovino attenti e affamati, terreno fertile per dare loro credito, tra i nostri pensieri, paure, ritmi e abitudini; siano parole fresche, frizzanti, saporite, col desiderio di essere quanto ci annunciano. Ci sostenga poi nel credere anche alle parole che sceglieremo per orientare la nostra cristiana quotidianità, consapevoli che sei le parole che usi, diventi le parole che scegli.

Perché certe parole, l’abbiamo capito, sono davvero eterne.

Omelia del Battesimo del Signore, B ’24

   Giovanni Battista lo ricordiamo: austero, radicale, intransigente. Locuste e miele selvatico. Minacciava castighi, invocando conversioni a tutto spiano e raccontando un Dio fustigatore dei peccatori, la cui ira imminente era inevitabile, chiamava Sadducei e farisei “razza di vipere”, annunciando che Dio con la scure avrebbe tagliato gli alberi morti che non portavano frutto, cioè quei credenti troppo sicuri di sé nel dire “noi tanto abbiamo Abramo per padre” (abbiamo sempre frequentato, fatto i chierichetti da piccoli, dato una mano in parrocchia, studiato teologia, siamo consacrati…)

  E figurarsi, parlando del Messia, sarebbe stato più forte di lui tanto che non se la sarebbe sentita nemmeno di slacciargli i sandali. E cosa succede? Se lo ritrova davanti, in fila coi peccatori, uno qualunque, con i reietti impuri, i falliti, gli sbagliati, quelli che non combinano mai nulla di buono, mai all’altezza di niente, inadeguati per il senso comune…con chi voleva purificare la propria vita, riconoscersi fragile nei propri disastri e ricominciare. 

Che faccia avrà fatto?

  Il Messia, il Salvatore, l’Unto del Signore, l’Atteso da secoli e annunciato dai profeti, il perfetto e puro, gli si para davanti: sporco, mezzo nudo, testa bassa, capelli davanti agli occhi e mani giunte, a chiedergli il battesimo di conversione. Vorrei vedere voi!!  Cose incredibili, le gambe che ti tremano, a bocca aperta non sai che fare, mica te lo aspetti…questo doveva salvare il popolo eletto di Israele, guidarlo in cima al mondo, convertire tutti, cacciare i romani, potente e vincente nel mettere tutti d’accordo sotto di sé ….e se lo ritrova là, così, in acqua. 

 E allora si sarà chinato, piano, sconvolto, commosso e prendendo un pugno d’acqua, il cuore in gola, avrà poggiato la sua mano, aprendola poi come una carezza, su quella testa, raccolta in preghiera, pronta a cominciare come tutto da capo. E proprio lui, uscendo dal battesimo vede squarciarsi i cieli e scendere lo spirito, ascolta la voce dal padre. È il primo destinatario di questa Rivelazione, lui che, a differenza del Battista, battezzerà in Spirito Santo. Questo dono chiude definitivamente l’era precedente del Battista, fa da cerniera tra antico e nuovo testamento, inaugura il tempo compiuto della nuova ed eterna alleanza, della salvezza definitiva, la definitiva vittoria sul peccato. Una gavetta di 30 anni in silenzio, quella di Cristo, in modo che nulla di tutto quello che è umano gli potesse più essere estraneo o distante. Ma anche per iniziare a raccontare che tutto quello che è divino ora sarebbe stato completamente diverso, per tutti e per sempre.

Quello spirito è stato offerto a ciascuno di noi, battezzati, salvati, resi continuamente salvabili…se glielo permettiamo e se scegliamo di crederlo attuandolo. Ecco il figlio di Dio, non serve nemmeno dirlo…assomiglia tutto a suo Padre.

Inizieremo a dargli credito davvero e a volerlo imitare?