Dal presepe al “problem solving”… Omelia Domenica XXVa to B-2018

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Tra tre mesi è Natale. La sua magia e poesia (frasi fatte, lo so) ci avvolgeranno donandoci la voglia di essere buoni, uniti e devoti.  Faremo il presepe e ci commuoveremo davanti alla povertà di quella famiglia di profughi e a Gesù bambino, innocente ma già perseguibile, povero, fragile ed esposto alla provvisorietà. 

 E’ il mistero dell’incarnazione, cuore della nostra fede. Dio sceglie di farsi bambino e avere bisogno di tutto, vivere come noi e di mettersi nelle nostre mani. Come quando, tra poco, verremo alla comunione, le mani a mangiatoia e Lui si lascerà mettere lì, perché lo lasciamo entrare nelle nostre vite a portarvi la sua presenza, per avere sempre più il suo stile, risorse, atteggiamenti. Per imparare ad amare come Lui. Essere cristiani serve a questo.

  Forse questo vangelo siamo chiamati a comprenderlo da qui: Gesù mette al centro un bambino. Ma perché? Come domenica scorsa con Pietro che lo rimprovera, anche oggi i dodici continuano a voler non capire, rifiutando la sua proposta di vita; per loro è importante essere riconosciuti, dire che son con lui, avere applausi, meriti ma fanno finta di niente quando Gesù per la 3a volta annuncia un programma di realizzazione di sé diverso. Vanno in giro con lui ma non lo seguono col cuore, è apparenza!

  Infatti non hanno coraggio di fare domande. Tanto noi siamo discepoli…siamo già a posto. Come se fosse umiliante farlo; se ne fregano, sentono ma non comprendono, ascoltano ma non reagiscono..hanno altro nel cuore. I primi posti. E Gesù, come un prof che rientri all’improvviso in classe, li “sgamma” facilmente. A Lui, bravo a fare le domande giuste per provocare fede e conversione, non sanno fare la domanda minima, non abbiamo capito! e stanno bene lo stesso. Ipocriti. Chi infatti si sente già a posto, pensa di non aver bisogno di capire nulla.

E allora non si arrende, Gesù, li vuole vicini a sé per dire che siamo chiamati a farci ultimi per essere i primi nell’amore. E usa i bambini come modello. Perché?  due motivi..

1)perché sono buoni? no…idealismo mieloso: i bambini non sono più buoni degli adulti, sono egocentrici, impulsivi e capricciosi e sanno quasi inconsapevolmente manipolarti, sfinirti…eppure sono maestri nell’arte della fiducia e dello stupore. Loro sì sanno vivere come i gigli del campo e gli uccelli del cielo, pronti al sorriso quando ancora non hanno smesso di asciugarsi le lacrime, perché si fidano totalmente. Del Padre e della Madre. Accogliere Dio come un bambino: è un invito a farsi padri, madri di Dio. Gesù per 3 volte nel vangelo farà questo gesto…lasciate che i bambini vengano a me…Accoglierlo tra le mani perché ci cambi da dentro. L’obiettivo vero non è il bambino ma quello che essendo Dio, ti chiede di fare, prendersi cura di Lui. Noi invece vogliamo dimostrargli che facciamo un sacco di cose religiose o sociali per la parrocchia. Non è la stessa cosa, si sa…ma ormai spesso è così!

2) A quel tempo erano considerati nulla, ultimi, indifesi, impuri. Papa Francesco denuncia una cultura dello scarto…chi non è come noi, va abortito, escluso, emarginato, fatto scendere dalla vita col suo ritmo e stile giusto, cioè il nostro. 

 La chiesa sarà credibile se mette in pratica questa attenzione innanzitutto, non solo se crea aggregazione, consenso, ricavi e presenze visibili…perché questo è il vangelo. Ma i dodici fanno finta di niente. Siamo chiamati a chiederci: le nostre parrocchie hanno a cuore le persone? i soliti giovani? che qualità cristiana di relazioni mettiamo in atto? cerchiamo collaborazione, unità, l’essenziale? sappiamo guardare a noi stessi, alla realtà e agli altri come Dio? guidati dal suo Santo Spirito? Altrimenti rischiamo di imitarli, si, questi bambini, ma in modo sbagliato: quali possono essere i modi sbagliati di essere bambini?

essere adulti ancora infantili cioè capricciosi o si fa a modo mio o non gioco più. Oppure sempre vittime: tutto il mondo ce l’ha con me…lamentele e critiche, demolire mai costruire, accusare mai unire. Sempre insoddisfatti. O forse ancora adolescenti…vogliono i primi posti, prima io, feudi, diritti mai doveri o responsabilità!

pronti a litigare ma poi deve mediare il prete, che invece di annunciare il vangelo deve far fare la pace ad adulti infantili che litigano per i primi posti, che vorrebbero comandare, allontanare o chiamare lo psicologo in parrocchia a fare problem solving per risolvere i problemi di convivenza tra i gruppi che vogliono imporsi o allontanarsi…che figura facciamo come comunità, tra l’altro coi professionisti chiamati a questo in tante parrocchie.

 Perché ci siamo dimenticati la logica del vangelo, come i 12, e perdendo di vista l’essenziale, vediamo solo i nostri ombelichi, i secondo me e ragioniamo come Pietro con Gesù, domenica scorsa.

Quel bambino tra le braccia di Gesù ci riconsegna l’avvertimento ad essere discepoli che si prendono cura di Lui, nella propria fede e vita e si prendono cura nel suo nome di chi fosse ultimo e affaticato…sapendo vivere e offrire relazioni di qualità cristiana.

Abbraccio non vuol dire son d’accordo con te, dargli ragione e neppure ti accontento ma educarlo, rassicurarlo, farlo crescere assieme, esserci. Dirgli ti comprendo, cioè so andare oltre quello che hai fatto o meno per accogliere ciò che sei e puoi diventare.   

La dolce poesia del Natale del bambinello, non ha senso se la lasciamo li e la riponiamo poi con le statuine del presepe, va continuata con responsabilità. Noi invece la buttiamo via subito, con il muschio vecchio. 

Chiediamo al Signore oggi di ascoltare il suo insegnamento e rimettere al centro delle nostre vite e delle nostre comunità questi bambini…fosse anche solo per dar loro un buon esempio.

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Perché? – Domenica XXVa t.o. B-2018

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In ascolto del Vangelo secondo San Marco 9, 30-37

Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

La prima cosa che noto è la paura ad interrogarlo: quante volte non abbiamo coraggio di dire “non ho capito, scusa, me lo rispieghi? oppure..cosa intendi dire? aiutami a comprendere bene”…ci facciamo problema a chiedere e così nascono tensioni, fraintendimenti, pregiudizi, confusione e ci si fa male per niente.
Si preferisce restare sulla propria bella figura piuttosto che agevolare una comunicazione efficace. Come se fosse umiliante farlo…i discepoli se ne fregano, sentono ma non comprendono, ascoltano ma non reagiscono..hanno nel cuore altro. I primi posti. E Gesù, come un prof che rientri all’improvviso in classe, li “sgamma” facilmente. A Gesù che era un mago delle domande giuste per provocare fede e conversione…non sanno fare la domanda giusta, stanno bene lo stesso.
Chi infatti è nei primi posti forse non ha bisogno di capire nulla.
E poi il bambino, che si fida, si abbandona, sa stupirsi e meravigliarsi, prendendo anche un po’ la vita per gioco…viene posto come modello.
O forse semplicemente, perché i bambini, soprattutto ad una certa età, non la smettono mai di fare domande con i loro geniali “perché?”

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“Rispondimi….!”Omelia XXIVa to B-2018

 

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Un tatuaggio, cambiare auto, un week end fuori…

Francesca mi fa l’elenco di tutte le cose che suo marito Andrea ha fatto di testa sua, senza consultarla o col parere solo dei genitori, amici o colleghi; non le ha chiesto consiglio né confronto su alcune decisioni che riguardavano anche lei. 

 Si sente trascurata, esclusa da un marito troppo autonomo, che a parole dice di amarla ma non la considera, si comporta bene ma si arrangia nelle scelte più importanti; il tempo che dedica a lei e ai figli poi, è sempre “dopo”: Insomma non si sente “scelta”! le nasce la domanda: ma allora io chi sono per te? cosa conto per te?

Forse accade anche tra genitori e figli o con amici, famigliari..

E’ questo l’orizzonte su cui collocare la domanda di Gesù ai suoi; la prende larga, s’informa su opinioni e chiacchiere della gente ma poi li mette spalle al muro, ma voi chi dite che io sia? Parte Pietro, sempre appassionato e impulsivo: risposta giusta, precisa, da catechismo, ma …non ha capito la domanda! 

Gesù non sta chiedendo “sapete come mi chiamo, che faccio?” ma…quanto valgo io per te? quanto conto nella tua vita, caro cristiano, caro parrocchiano, caro prete? nelle scelte che fai, negli atteggiamenti che hai, nello stile delle tue relazioni, nel tempo che mi dedichi, nel modo in cui hai impostato la vita, affetti, lavoro…

Gesù ci ricorda che dirsi cristiani non è questione di pratiche religiose in più, cose da fare, devozioni, messe e preghierine, ritagli e avanzi di tempo o energie…come Andrea con Francesca.

  La nostra risposta di fede è: quanto sono coinvolto con Cristo? la fede è coinvolgente, impegno pratico e verificabile della propria vita, non è una parte da recitare come attori, gesti e frasi a memoria da ripetere ogni domenica sul palcoscenico. La mia vita concreta manifesta la mia fede, in Lui e nel Suo vangelo.

Gesù non cerca parole ma persone, non ci chiede solo opere buone, impegno morale o sociale ma innanzitutto una scelta di appartenenza, da innamorati…ti vuoi giocare la vita con me? cioè sulla mia proposta di uomo e società…(per Andrea e Francesca, sulla scelta di essere coppia, su un “noi”, famiglia.)..Vuoi essere una persona secondo il mio stile o quello di altri?

Ecco infatti che Gesù comincia a insegnare.. e fino ad allora? sono assieme, per strada da un anno, 8 capitoli…ma aveva intuito che i dodici pensavano ad altre idee di messia. Credevano di seguire un vincente, di successo, che avrebbe fatto fare loro carriera, avendo prestigio e risolvendo problemi. Pensano di esser saliti sul carro del vincitore, ma Lui, lassù, non c’è e invece parla loro di sofferenza e rifiuto. E Pietro? bellissimo e drammatico questo passaggio. Lo prende in disparte e gli spiega…chi deve essere, gli vuole insegnare il lavoro, a Gesù Cristo. Lo rimprovera perché non è religioso come lo vorrebbero loro. Anche noi spesso non permettiamo a Gesù di dirci chi è, perché per noi è importante fare e credere a modo nostro, fare quel che ci va. Finiamo così per rifiutarlo, come dice il vangelo, magari non esplicitamente ma lo mettiamo da parte, stiamo bene lo stesso senza Cristo, il suo stile ed il vangelo, in fondo possiamo fare tutto lo stesso: grest, scout, sacramenti, sagre, feste, messe..vivere come se…Lui esistesse ma in realtà non abbia nulla da offrirci. Lo teniamo buono noi…lo accontentiamo come sappiamo fare…

 Pensiamo a voler una fede convincente, i crocifissi ovunque, chiese piene, tanti sacramenti per tutti, una volta si che… consenso generale, valori e tradizioni, una chiesa forte, presente, convincente ma poi? 

   Gesù invece per la seconda volta rispiega a tutti che chi lo segue come si vive in maniera diversa. Noi pensiamo sia così la persona riuscita ma chi è l’uomo vero? Onore o amore? per Gesù è quello che come lui dona la vita, pensa prima agli altri, (nono pensa…prima noi, paroni a casa nostra..), lava i piedi, (non lo eviterebbe come Pietro) serve e non cerca applausi, non ragiona col nostro buon senso ma dà un senso nuovo alla vita, non cerca solo il consenso…persona realizzata, per Cristo è chi metta Lui davanti e lo segua, cioè cerchi di vivere come Lui, assieme a Lui, come strumento credibile di una speranza nuova, una qualità diversa di vita..chi sappia cercare di avere il vangelo come navigatore nella libertà del ..se vuoi seguirmi. Essere cristiani allora è scelta libera e integrale, mai definitiva ma sempre progressiva, un cammino da vivere e scoprire giorno per giorno, a partire da quello che siamo, in genere così poco, per affidarlo a Lui e alla misericordia di Dio Padre, che sempre ci spinge a fidarci di Lui e riprendere il cammino, a seguirlo. E sarà con la nostra vita, giorno per giorno, che potremo rispondergli. Così potremo dire col cuore chi sia per ciascuno di noi…quanto Lui conti per me.