Marietta monta in gondoea…Omelia Assunzione di Maria 2020

Padre Germano è il priore della sua comunità di frati francescani; restano tutti di stucco al vedere quell’opera, attesa ben due anni. 

Siamo nel 1518, Venezia, sestiere S. Polo, la chiesa è S. Maria Gloriosa dei Frari; si trovano davanti alla pala d’altare sul quale un giovane Tiziano ha dipinto l’Assunta. Maestosa, carica di luce intensa e colori vivaci. Ma non va! Si aspettavano qualcosa di più tradizionale, lineare, piatto, a due dimensioni come sempre. Frati, fedeli e artisti del tempo la rifiutano contrariati. 

Solo quando verranno a sapere che l’ambasciatore austriaco la vuole comprare per conto dell’imperatore Carlo V, si ravvedono e decidono di tenerla. 

  La festa di oggi, proviamo a comprenderla da qui. Come qualcosa che rischiamo di omaggiare guardandola da fuori…ma senza gustarla. Non serve a niente essere raccolti e devoti se ci manca il desiderio di scoprirne il significato, vivere una promessa che si faccia per noi attesa e benedizione di vita. Non sia solo come qualcosa per cui venire in chiesa ma lasciamoci scuotere la vita, come le vesti di Maria nel quadro.

  Anche il vangelo ci aiuta, lo conosciamo bene: Maria visita Elisabetta ma sappiamo che anche Gesù e il Battista si riconoscono e paiono ballare di gioia. Luca parla per 3 volte di grembo che sussulta: sa di pance rotonde, intimità sacra, vita che palpita, novità inattesa che spinge, energia che pulsa, amore che vuole esplodere, essere accolto, crescere e contagiare. Come sono belle e vive queste donne, mai ferme! è tutto un via vai: andare, visitare, servire, stare assieme…un vangelo spumeggiante, ci invita a partecipare alla festa. Noi non siamo abituati a pensare così, siamo spesso come padre Germano e i suoi frati composti ma scandalizzati da una Maria, femmina reale proprio come Tiziano la dipinge. La vogliamo statua rigida e lui la fa sensuale! 

  Alla base del quadro mette intanto tutti i discepoli: braccia robuste, espressioni diverse e concrete di stupore, meraviglia, incredulità, gioia; la maggior parte erano pescatori in Galilea, per questo si ispira ai volti dei barcaioli veneziani del tempo. Bellissimo. Ci parla di una vita concreta fatta di fede e lavoro, ma anche di un annuncio che destabilizza e riempie di gratitudine, quasi di invidia. Maria è solo la prima di loro, di tutti noi ad essere assunta in cielo. E viene dipinta finalmente come vera, in carne, con un mantello gonfio di vento e spirito come la vela di una nave, il corpo pare avvolgersi su di sé per salire meglio…una caviglia sollevata e impaziente, tutto è un palpitare concreto di vita. Niente di spiritualista, scandaloso o disincarnato, niente che condanni banalmente come continuiamo a fare noi, come materiale, terreno, inferiore e profano la vita vera, concreta, feriale.  Gesù non ha mai detto esista qualcosa di impuro o sconveniente, se non quel che esce dai nostri cuori, la vita non è divisa in materiale e spirituale, il corpo e le sue passioni non sono una prigione in cui l’anima eterea e pura è incarcerata. No. Lasciate ai buddhisti tutte queste idee o ai bigotti.  L’assunzione ci dice che è tutto il mio corpo storico ad essere assunto in cielo, la nostra identità è offerta al Padre.

Accanto a Maria, a sostenerla e accompagnarla, una nuvola affollata di putti, angioletti, musicisti con vari strumenti tra le mani a dire la festa, la baldoria per questa novità, corpo e anima assieme vengono assunti, la mia vita è gradita al Signore che la accoglie senza tapparsi il naso, scuotere la testa o chiudere un occhio.  Forse il Tiziano ci sta ricordando della capacità di stupirsi dei bambini? Quella che Gesù aveva ben raccomandato: a chi è come loro appartiene il regno dei cieli… sapersi stupire liberi…

 Dio è un abbraccio, sicuro, eterno, attende compiaciuto quasi nuotando in un mare di luce. Nell’opera il colore ambientale terreno è più freddo, salendo invece è caldo e dorato. Infatti dalla figura di Dio si diffonde una luce intensa che illumina Vergine e angeli. Ma poi viene fermata dalla nuvola, che infatti proietta ombra sui discepoli, a ricordare che non tutto si può comprendere subito e nemmeno serve, perché va assaporato, atteso e sperato. La luce piena sarà solo dopo, ora le ombre nascondono con un po’ di mistero ciò che qui sulla terra possiamo non ancora godere a pieno ma solo sperare. Ci fa restare umili, come Maria dice parlando di sé, l’umiltà della sua serva: non ha bisogno di capire tutto ma si fida e segue la luce che la porta a percepire il cielo già crescere qui sulla terra. Così si può accorgere delle “grandi cose che ha fatto per me l’onnipotente”. Siamo richiamati con lei a riconoscere il Signore già presente al nostro fianco, felice della nostra felicità. Colore, luce e movimento: 3 armi con cui la pittura del Tiziano vuole coinvolgere chi la contempla, quasi da renderci partecipi o almeno testimoni diretti. Non è questo il significato dell’assunzione di Maria?

   Non qualcosa di superiore e perfetto, religiosamente devoto ma sterile, di fronte al quale piegare la testa e farsi -tutti seri e composti- un segno di croce ma urlo di gioia, palpito di speranza perché anche a noi spetta questa fortunata esperienza, è questo il futuro annunciato anzi già iniziato, stiamo vivendo. Anche noi saremo come Maria assunti in cielo con il nostro corpo e tutta la vita anche sgangherata che abbiamo vissuto. 

La pasqua di Maria, assunta in cielo, annuncia la pasqua di ciascuno di noi chiamato così a risorgere.

Ogni domenica nel Credo, non sosteniamo di credere nella risurrezione della carne, dei corpi e la vita eterna? E di cosa stiamo parlando? Lo diciamo per inerzia ma ci concedesse il Signore di saper fremere di gioia per questo. Siamo fieri allora, di essere cristiani?  Il nostro corpo, l’unico strumento che abbiamo per essere in relazione e comunicare con noi stessi e gli altri, con Dio Padre e il creato, le cose..verrà assunto in cielo, cioè benedetto da un Dio che gode della nostra felicità.

I nostri 5 sensi, sono le “finestre” con cui il nostro corpo fa esperienza della bellezza del creato, del lavoro, delle relazioni. Quando godiamo di un panorama di montagna, di un lavoro ben fatto, di un abbraccio o un bacio, di un piatto di polenta e baccalà, del vino sincero che dà gioia, della complicità tra amici, di un bel libro, di un sorriso, dell’amore dato e ricevuto, della fatica arida o di un sacrificio fatto, di un successo ottenuto, tutta questa nostra vita concreta, goduta o patita nel corpo, è graditissima a Dio e verrà assunta. Cioè accolta, rispettata e portata a compimento. 

Ogni persona è una storia sacra e così Dio ci accoglie. Egli è felice per noi, la colmerà del suo amore e sarà gioia e pace. 

Il vangelo offre un elenco di azioni con cui Dio prende sul serio l’umanità e fa strada attraverso quell’elenco di verbi concreti…ha innalzato, ha ricolmato, ha soccorso…Ora stiamo solo assaporando qui in terra ciò che troverà compimento e luce in cielo, oltre ciò che quella nuvola sospesa ci fa intuire.

Ecco con quale spirito cristiano, carissimi, godere di questa festa, di tutto quello che dà qualità e gioia a ciò che siamo e ci rende graditi ad un Dio che ci sorride soddisfatto.
Lasciamo padre Germano e i frati al loro scetticismo devoto e bigotto allora e ringraziamo il Tiziano per averci fatto comprendere come sia bello oggi, celebrando assieme l’Assunzione di Maria, averla come promessa di vita, buona notizia. 

La sua pittura coraggiosa, densa di vangelo, ci sostenga oggi nel guardare a noi stessi come a delle vere e proprie opere d’arte, veri capolavori di umanità sacra agli occhi di Dio.

XIXa Domenica t.o. -A

In ascolto del Vangelo secondo Matteo 14, 22-33

Subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Pietro è sempre meravigliosamente “primadonna” e impulsivo. Un po’ fanciullo nel suo “anche io-faccio io-e io?” con i quali spesso si relaziona a valanga contro Gesù. Vuole provare a camminare, vedere se funziona, “vengo anche io” pare canticchiare su Jannaci… e Gesù lo invita: provaci. E infatti ci prova e funziona per un po’…ma la paura e il vento poi lo fanno affondare. Mi fa riflettere: lui vuole seguire Gesù, imitarlo, raggiungerlo e per questo lascia gli altri e la barca. Se è vero che da tradizione la barca rappresenta la chiesa… mi verrebbe da dire che Pietro voglia seguire Gesù da solo, per conto suo, a modo suo, come dice lui, fregandosene, certo la butto giù un po’ rudemente ma… dei suoi compagni di viaggio e di vita. Penso a quante volte noi siamo come lui nella misura in cui pensiamo di essere più bravi, furbi, devoti e intelligenti degli altri e vogliamo essere cristiani come ci pare. Sappiamo noi cosa conviene e prendiamo la tangente: non importa se la chiesa dice, i sacramenti, le messe, il vangelo, il magistero, la teologia dicono-spiegano-raccomandano-consigliano di….. no, so io cosa è giusto, mica siamo ancora nel medioevo. la chiesa è indietro, il mio prete un ebete, le suore son così e il Vaticano son tutti zozzoni e in parrocchia no è meglio andare dove davvero si sente gesùvicino e mi capiscono e si respira un’aria… ecc. ecc. E per qualche metro, come Pietro, riesci anche a stare a galla…ma poi a poco a poco affondi. La paura e il vento…chissà cosa possono essere. Pietro non si fida di quel che Gesù ha detto loro: “coraggio sono io non temete.” Non gli basta, vuole avere lui le prove. E arriva a dire “salvami”. Da me stesso, fondamentalmente…. E si lascia prendere per mano. Penso alla discesa agli inferi, icona famosa in cui Gesù prende per il polso Adamo e con esso tutti i defunti e …svuota…. l’inferno….

Potremmo chiedere cosa della nostra fede e del nostro stile evangelico ci fa somigliare a Pietro che si vuol arrangiare e bastare a sé stesso…

XVIIIa Domenica t.o. A

Tempo di lettura previsto: 3′

Vangelo secondo Matteo, 14, 13-21

Avendo udito questo, (della morte di Giovanni Battista) Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Che pagina meravigliosa: Gesù inizia a fare sul serio. Gli dicono che il Battista è morto, che quindi chi lo aveva preceduto, anticipato, gli aveva preparato il terreno ha fatto una brutta fine. Insomma, adesso basta con la compresenza. Tocca rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Il campo adesso è libero. Quel che doveva fare l’ha fatto, Battista caro, e ora sta a Gesù. E Lui si prende come del tempo, in disparte nel deserto. Ma la domanda religiosa è troppa e quindi cede. Vogliono stare bene. Hanno mille richieste. Cede. Sente compassione: quante volte, mi chiedo, la nostra preghiera inizia abbassando la testa, socchiudendo gli occhi e riconoscendosi oggetto di quella compassione da parte Sua? Non che gli facciamo pena, ma che ci guarda con…passione! E arrivano le prime discrepanze. Come ragionano bene i discepoli: è tardi, siamo lontani, hanno fame sti poveracci…meglio lasciarli andare; scaricare il problema, si arrangino, girarsi dall’altra parte. Non hanno lo sguardo di Gesù. Sanno solo delegare e tirarsene fuori. Il bisogno della folla non li interpella. Facile tentazione il giustificarsi tirandosi indietro. Ragionano bene, in maniera umana. Fino ad un certo punto. Gesù però chiede loro non solo di camminare con Lui ma di condividere insieme la missione. E’ il folle volto di un Dio che vuole avere bisogno della nostra povertà. Non gli serve la nostra logica o l’autosufficienza garantita e ragionata. Sa che condividendo con Lui la nostra povertà, offrendo i 5 pani e due pesci delle nostre miserie…Lui ne farà qualcosa di buono e noi, fidandoci di Lui educheremo noi stessi all’accoglienza di ciò che siamo e alla valorizzazione spontanea di quel che siamo chiamati ad essere. Interessa?