
L’anno scorso a Mumbay in India ho avuto modo di vivere alcuni giorni in un lebbrosario gestito da suore Dorotee: a stretto contatto con lebbrosi di tutte le età, ascoltando le loro storie e vedendo da vicino i loro corpi che perdono pezzi e quindi capacità: mani, piedi, pezzi del viso…non riesci più a fare quel che eri da sempre in grado di fare. Pensate a quando abbiamo il gesso…che disagio.
Il vangelo di oggi ce ne presenta ben 10: diversi dettagli denotano questa pagina di Luca come una catechesi e un annuncio per gli ascoltatori da poco cristiani.
I lebbrosi non potevano essere nel villaggio, perché sappiamo che vivevano da emarginati e reietti, significa che forse erano le persone che vivevano lì e vanno incontro curiosi a Gesù.
Nella Bibbia dieci, come le dita delle mani, significa tutti totalità… Siamo tutti un po’ lebbrosi, abbiamo cioè qualche lebbra o peccato che ci consuma, con cui io mi condanno, mi tengo distante, mi giustifico, perdo come nella lebbra, sensibilità.
Il mio corpo, la mia vita perde col tempo delle capacità innate, se non le coltivo o vivo con superficialità: la voglia o la capacità di perdonare, di accogliere, l’umiltà di mettermi in discussione o farmi da parte, il desiderio di pregare, di essere giusto, premuroso, caritatevole; perdo pezzi di me e alcune sensibilità. Che peccato…
Bello notare la loro confidenza: sono i primi, nel vangelo di Lc a chiamare Gesù per nome: dopo di loro solo il cieco e il ladrone in croce. Non chiedono guarigione ma un gesto di pietà. Guarire dalla lebbra al tempo era considerato impossibile, come risorgere dai morti, quindi non potevano nemmeno immaginarlo. Chiedono attenzione, comprensione, umanità, tenerezza, conforto. Che bella richiesta: nessuna pretesa ma come un diritto…vorremmo essere trattati con umanità, almeno tu accorgiti che ci siamo anche noi!
Nel lebbrosario a Mumbai spesso qualche persona festeggiava il proprio compleanno comprando dei dolci e venendo a fare festa coi lebbrosi, senza conoscerli, solo per portare loro gioia e prossimità. Bellissimo partecipare a queste feste improvvisate scoprendo che non erano parenti ne amici ma volevano solo condividere. Mi chiedo quanto possa farci bene stare con questa stessa richiesta davanti al volto di Gesù…darsi il permesso di chiedergli tenerezza e consolazione.
La guarigione avviene per strada: molto strano, in genere i vangeli raccontano di un Gesù che in pochi secondi compie un miracolo (col cieco, l’indemoniato, il paralitico…)
Qui invece c’è un salto di fede da fare, cfr. domenica scorsa e l’invito a mettersi in cammino. Non fa tutto lui ma ti devi fidare e iniziare a camminare nella direzione giusta, coi tuoi tempi e la sua presenza.
Diceva lo psicanalista Carl Jung che “Il viaggio più difficile di un essere umano è quello che lo conduce dentro sé stesso, alla scoperta di chi veramente egli è.”
La salvezza non è la salute…va scelta giorno per giorno e lui è il nostro salvatore perché ci provoca a questo. Come?
Non si lamenta che nessuno ringrazi lui ma che solo uno renda gloria a Dio, cioè riconosca che è Dio a volerci salvare e non solo guarire. Il samaritano capisce questo, gli altri fanno solo il loro dovere; la relazione salva, le pratiche no. Si rende conto che il senso della vita non viene dalla religione ma dalla fede; 9 giudei pronti ad assolvere precetti e stare davanti a Dio compiaciuti, il samaritano, quindi ancora un lontano e un escluso, viene lodato.
La vera religione non dovrebbe mai spingerci a fermarci compiaciuti di quel che siamo e facciamo, sclerotizzarci, ma piuttosto a camminare continuamente verso la verità. Ci dovrebbe formare non all’obbedienza cieca al passato, ma all’obbedienza appassionata al futuro. Gesù ha detto di essere via, verità e vita.
C’è tutto quel di cui abbiamo bisogno. Una vita intera per stare nella via, la relazione con Lui per frequentare il più possibile la verità di noi, quel che siamo davvero e spesso dimentichiamo o ignoriamo stando a testa bassa.Chiediamo anche noi al Signore di riconoscere con umiltà le nostre lebbre, per iniziare o riprendere un cammino con lui, non di cose da fare ma di strada autentica e liberante da percorrere insieme.