C’hai un pendolo dentro di te! -Omelia 2a Domenica di Pasqua ’24

In questi giorni una notizia mi ha profondamente affascinato, anche perché l’ho subito sentita efficace per ricordarci qualcosa di noi, soprattuto in questo tempo di Pasqua, appena iniziato. 

 Mi riferisco al terribile terremoto a Taiwan, l’altro ieri. Ha fatto un certo scalpore il fatto che il palazzo più alto, 508 metri per più di 100 piani, (almeno 10 v. Gaza Stiore) non sia crollato ma anzi, sia quello che meglio ha resistito. E questo grazie ad un grosso pendolo, dentro, in cima al palazzo. Agendo da contrappeso, sfrutta la sua inerzia per contrastare le vibrazioni orizzontali, stabilizzando di fatto il baricentro della struttura, e riportandola insomma sempre in asse con sé stessa.

(Tra l’altro, bellissimo, l’idea e la realizzazione sono del nostro Veneto spesso anche geniale e intraprendente.)

Spero che questa immagine possa essere efficace per voi per dire come funzioniamo noi cristiani. Cioè come siamo fatti.

Non siamo solo un pezzo più o meno gradevole di carne, non abbiamo nemmeno dentro la lucetta accesa dell’anima spirituale opposta al corpo materiale tipo contenitore o cose così… ed essere cristiani non significa versare sopra questo pezzo di carne, dall’esterno, lo zucchero a velo della fede, delle devozioni o del galateo religioso, e dei buoni sentimenti, no!

Noi, diremo, crediamo nella risurrezione della carne, nella vita eterna e quindi nel fatto che tutto di noi è spirituale e risorgerà come corporeità, storia e memoria. Che abbiamo una luce accesa in noi, anzi un pugno di lievito, dirà Gesù, che ci mette in grado, nella fede, di vivere in maniera nuova. Non più solo biologica ma spirituale. una vita nuova, eterna, diversa.

Dal battesimo, in ciascuno, c’è questo pendolo in noi… stabile è la presenza della Trinità, ci è piantata dentro, la presenza di Cristo risorto, nella nostra coscienza parla Dio attraverso lo Spirito Santo e siamo infatti “dimora” tempio”.. ma che senso hanno ste parole?

Nella 2a lettura, Giovanni ricorda che chiunque crede, sta credendo di essere generato da Dio, 2 volte, lo dice, significa fatti come Lui, indistruttibili, un po’ gli dobbiamo pur assomigliare. 

La risurrezione ci ha donato la vita nuova eterna, dal battesimo, quindi siamo nati e non moriremo mai più.

Questa presenza, in noi, come il pendolo, ci fa vivere con speranza quanto accade. Che non sia qualcosa che ci danneggerà troppo o peggio ci farà crollare ma ..che creerà in ogni momento l’azione contraria per farla ritornare. Non è quello che accade in noi? 

Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede, dice Giovanni.

Dio abitando in noi non ci lascia soli davanti al male che accade. E poi ci aiuta nei terremoti che la vita ogni giorno ci porta a vivere.

resilienza, termine proprio del fenomeno fisico che viene da tempo usato anche per le persone. Siamo da sempre e per sempre oggetto anche noi di scosse orizzontali…come terremoti, quelle che vengono dal nostro confronto o scontro col mondo? Quello che ci ferisce, scandalizza, umilia, disturba,… dalle relazioni, quello che ci ha fatto soffrire, tremare, sentire fragili, sbagliati, falliti…le sentiamo ogni tanto ste scosse? Dio in noi, come il pendolo nella fede, ce le fa accogliere ma poi ci da la forza se vogliamo di rispedirle fuori…morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello, abbiamo detto nella sequenza….

stabilità riporta sempre al qui e ora e non ti fa cadere, magari vacillare, dubitare, ma non ti fa crollare. Ma torniamo nel qui e ora della nostra vita sentendo che il Signore ci è stato accanto e possiamo riconoscersi ed essere stabili chiamandolo per nome, confrontandoci col vangelo, lo stile di vita a cui ci invita, invocandolo, parlandogli nella preghiera nel cuore di quello che stiamo vivendo, della paura delle scosse, anche quelle interne a noi, dalla nostra coscienza, dalla nostra storia, spesso le più dolorose e infide, perché siamo noi i primi a non volerci bene, non accettarci e condannarci, facendoci vivere in schiavitù e testa bassa. Dio padre in noi è come quel pendolo…ad ogni botta che gli condividiamo, ci ricorda che Lui è in noi, siamo figli suoi, ci vuole donare pace, come augura Gesù nel vangelo, ci dona la direzione opposta e contraria alla morte per scegliere non quello che ci farà star bene ma quello che ci farà stare meglio dal suo punto di vista, come figli amati, strumenti del suo amore, testimoni della risurrezione possibile ,giorno per giorno, duello dopo duello, per essere in questo modo così pratico, anche noi, se lo vogliamo risorti nel suo nome. 

Si muore un po’ per poter vivere… Omelia Pasqua ’24

Corrono tutti questa mattina, nel vangelo. C’è da avvisare, chiedere conto, condividere. Lo hanno portato via. Colgono come l’assenza di una presenza, un vuoto, che però rimbomba. Proprio come certe assenze, rimbombano in noi, quando ci sentiamo vuoti o svuotati di vita, mancanti di… Non è possibile!

Le donne, Pietro e Giovanni, svegliati di soprassalto, corrono. 

Un dettaglio mi suggestiona sempre: Giovanni, il più giovane, è il più veloce, arriva per primo, osserva ma non entra. Sembra quasi portare rispetto nell’attendere l’arrivo trafelato di Pietro. O forse non vuole avere fretta. Lo lascia entrare, cede il passo, vai prima tu, consapevole del ruolo e dell’esuberanza del buon Pietro. Chissà se a quell’ora un gallo aveva già cantato il sorgere del sole. Sta di fatto che in questo gesto, forse cortese, Giovanni sceglie di entrare solo dopo, senza fretta, quasi con cautela. Pare che quel momento di attesa gli abbia permesso di riflettere, prendere consapevolezza; entrambe leggono quegli oggetti lasciati così in ordine come segni, ma solo lui, il giovane Giovanni, vide e credette. Mi piace immaginare che, in cuor suo, se lo volesse quasi gustare, quel momento incredibile e prendere consapevolezza della totale presenza di quell’assenza, fissarselo nella mente… nulla sarebbe stato più come prima!

La Pasqua potrà cominciare solo facendo come lui, iniziando a darci qualche momento di consapevolezza. Facendo morire qualcosa che presumiamo per far vivere il nuovo. Altrimenti sarà l’ennesima festa che avremo fretta di metter via, il vangelo lo conosciamo, non serviva spoilerare nulla. “non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”. Come noi, il rischio è che non cambi nulla, ascoltiamo la scrittura, da una vita, sappiamo già tutto da anni. 

Come comperare oggi un uovo di Pasqua: ormai li fanno solo della marca o dell’azienda famosa che già ti fa sapere che tipo di sorpresa vi troverai. Ma non sarà certo più una sorpresa. Che tristezza.

Quel breve momento di consapevolezza permette a Giovanni di iniziare a credere alla risurrezione. È davvero poca cosa, ma…. fondamentale. Mi fa venire il mente il lievito. Poco lievito fa lievitare tanta pasta. La fa vivere. Ne parla Paolo, nella 2a lettura. Un po’ di lievito, per essere pasta nuova. Bellissima immagine. Essere pasta nuova, fresca, nelle mani del Padre, grazie al nostro pugno di lievito, il desiderio di una consapevolezza diversa, necessaria, audace, adulta, libera. Fare la nostra parte.

  I vangeli parlano spesso di lievito, soprattutto in negativo: Gesù chiede di starne distanti, da quello dei farisei e dei sadducei,  cioè l’ipocrisia, la superficialità, la saccente supponenza di chi sa solo alzare le spalle e dire “lo so già, non ne ho bisogno, solite cose, sto bene così”. Facciamo nostra la raccomandazione a non celebrare la festa col lievito vecchio, di malizia, di perversità, continua Paolo…come quelli che non sanno più stupirsi di niente o nemmeno osano farlo, dandosi il diritto a credere o sperare. 

Ci riguarda? far morire, togliere il lievito vecchio che ci rende cristiani col curriculum ma non con il sorriso, indaffarati, appagati ma non liberati. Cristiani a parole, con l’etichetta di chi ha fatto quel che andava fatto, avendo probabilmente dimenticato perché e sopratutto che gusto aveva. Chiediamo, come Paolo suggerisce, lievito di sincerità e verità: la consapevolezza di qualche istante di silenzio da concedersi, del riflettere sulla propria vita a partire da quanto ogni domenica potremo celebrare, poter imparare a sfruttare meglio il tempo, non solo ad esserne inseguiti, o un libro utile per credere con maggiore libertà, un confronto o un colloquio con qualcuno sulla propria vita spirituale, un desiderio di vita diversa cui dare spazio come pure delle domande sincere da custodire senza fretta, per mettere ordine e far fermentare tutto, da capo. Ecco il lievito che sta solo alla nostra responsabilità adulta offrirgli. Gesù annuncia che il regno di Dio inizia proprio così, come un po’ di lievito nel cuore per diventare pasta,… con cui magari essere…pane. Venga il tuo regno, in me, come lievito.

   Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello, ci ricorda bene la sequenza pasquale, molto suggestiva. Non è quello che continuamente accade nei nostri cuori? Abbiamo in noi spinte forti a vivere, crescere, sognare come anche a morire, sopravvivere, dover essere, fare e dimostrare, continuando a recitare la nostra parte. Non è quello che continuamente accade nei nostri pensieri? Quando si accavallano e ci confondono, spingendo le nostre vite a ritmi che ci hanno stancato o a forme che non ci dicono più nulla. Siamo sempre li a combattere o peggio, a combatterci, sentendo che non ne vale più la pena o che non ne abbiamo diritto. Il duello lo ha vinto Cristo per noi, possiamo riconoscere quanto nei cuori e nei pensieri ci vuole morti, vecchi e quanto invece può essere lievito di vita, pasta da affidare, pane cui credere, vivere da schiavi o da figli, ascoltare in noi voci che confermano morte o offrono vita…L’evangelista Giovanni ci doni una sana cura per la nostra fede: diventarne profondamente consapevoli. 

Abbiamo 50 giorni di tempo di Pasqua per  prenderne maggiore coscienza, ne siamo responsabili. Le nostre comunità sono pronte, con diverse iniziative interessanti che condivideremo. 

Facciamo morire in noi quel lievito che non serve più a nulla, chiediamo a Cristo risorto di donarci la coscienza di avere un lievito nuovo, ci farà sentire giovani, perché come cantava, meravigliosa, la Caselli. “Si muore un po’ per poter vivere…”

la risurrezione inizi per ciascuno di noi, proprio da qui

Caro centurione mio… Omelia Domenica delle Palme e della Passione del Signore -B ’24

“il figlio di Dio?” Ma che ne sapevi tu, centurione, di quel che stava capitando? Era solo normale routine. Certo la notte era stata un caos, su e giù tra il sinedrio, il palazzo di Caifa, le chiacchiere di Pilato, le urla degli anziani e degli scribi…e questo capellone strampalato da crocifiggere. Vi siete divertiti, si sa, a torturarlo e prenderlo in giro, ma nulla di diverso dal solito. Forse un po’ più originale. Tutti ne avevano sentito parlare ed anche voi soldati eravate un po’ curiosi. Ma la sua mansuetudine e la dignità che trasmetteva, vi hanno fatto perfino arrabbiare di più. 

Si sa, siamo sempre tutti forti coi più deboli. Avete giocato ai dadi la sua bella veste e vi siete divertiti anche voi a urlare Barabba, tra la folla, tanto era lo stesso…si faceva numero.

In quanto centurione non eri un soldato semplice ma un capo, quindi esperto e anziano del mestiere: abituato alle armi, alle  maniere forti, trattando le persone per quello che conveniva fare, senza tanti pensieri o scrupoli; eri ben abituato alla violenza, magari gratuita, alla prevaricazione, al far soffrire e torturare le persone, se necessario, forse anche per noia o per placare la tua frustrazione. Poco ti importava delle questioni religiose di questi ridicoli ebrei che da mesi ti avevano mandato a sottomettere e controllare, lontano da casa, tu avevi le tue cose…dopotutto era solo lavoro. Che ne sapevi del figlio di Dio.  Eppure da qualche parte questa espressione la devi aver sentita.  Ti è come scappata.  

   Matteo nel suo vangelo, specifica che non eri solo ma anche altri soldati hanno pensato questo. Luca sostiene tu abbia perfino detto che“era giusto”. Mica avevi studiato teologia o fatto catechismo. Quello eri, un duro. Eppure, come il condannato a morte, il ladrone, secondo S. Luca, vedendolo morire così, qualcosa in te si è mosso. Come ti fossero crollate delle certezze e ti fossi sentito interpellato. Lo hai sentito urlare dalla croce che Dio lo aveva abbandonato, forse ne hai riso o ti ha incuriosito vedere la folla tutta presa a sfotterlo…magari ti ha fatto anche pena, come il più idiota dei condannati a morte che vedevi ogni giorno. Forse hai provato…     compassione, il sentimento che più di tutti ci mette, spalle al muro, mentre ci rende ….umani.

E poi, chissà perché, qualcosa in te si è come spaccato. Lo avevi davanti, dice Marco, lì di fronte. E vedendolo morire così, in maniera diversa, unica, hai sentito che “davvero quest’uomo era figlio di Dio”. Si, aveva ragione lui, e tu sei stato il primo ad accorgertene. Sei stato il primo a dichiarare, a voce alta, l’identità di Gesù, che tutto il vangelo di Marco cerca di narrare.

Tu che, in quanto romano eri pagano, abituato a divinità come Apollo, Marte, Nettuno o Giunone…che avrà significato pensare a un Dio con un figlio simile? 

Caro centurione, io ti affido la settimana santa delle nostre parrocchie, di tutti noi cristiani. Se siamo qui stasera, è perché tu sei stato il primo credente della storia. Il ladrone è stato il primo a risorgere, entrando in paradiso, tu, pagano, il primo credente. Com’è strana la nostra religione: che begli esempi abbiamo alla base, ecco i nostri progenitori, in Cristo. pensiamoci

Dona anche a noi il desiderio di fare la tua esperienza: in tutto quel che sceglieremo di vivere, nel modo di farlo, in questi giorni, donaci la tua umile capacità di interrogarci; facci la grazia, dal cielo, di essere curiosi come te, di evitare celebrazioni meccaniche, tanto già sappiamo come va a finire, donaci la voglia di essere cristiani che riconoscono Gesù crocifisso come figlio, nostro fratello, e proprio quell’uomo, che ha sofferto per raccontarci un dio diverso, non da ubbidire o servire ma da cui essere serviti e amati. Donaci ogni tanto di guardarci da quella croce, sentendoci scelti, preziosi, unici, niente di meno.

Donaci, centurione caro, di non darlo per scontato ne di abituarci. Solo allora, con una gioia strana e una pace diversa, anche noi potremo vivere, da lunedì prossimo, come in qualche modo risorti, come tuoi fratelli e sorelle credenti.