J.C., Re dell’Universo -’20

Dal Vangelo secondo Matteo 25, 31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 

Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. 

Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 

Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 

Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 

E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna»

Insomma non ci siamo accorti o continueremo a non accorgerci. Notare, avvedersi, capire, riconoscere, decifrare, vedere, osservare, interpretare, afferrare al volo, cogliere, percepire, far caso, intuire, presentire, rendersi conto, realizzare… in una parola ACCORGERSI. Adoro questo verbo. Ne farei un programma di vita, o al limite della giornata che va ad iniziare. Come anche una “traccia” per rivedere la giornata trascorsa, appendendola all’attaccapanni di Dio.

Dove è scritto che un carcerato, un affamato, un assetato, un malato, uno straniero… sono piccoli? Ad uno dei miei fratelli più piccoli, dice JC. Mi colpisce. Non che il riconoscerli fratelli e sorelle non basti ma… la piccolezza affascina. Perché ne parla? Non basta già aver bisogno? Oppure è questo che ci rende piccoli ai suoi occhi e non solo. Il bisogno fa sentire piccoli? La bellezza è usare un aggettivo neutro, per certi versi, figurato. Tutti possono sentirsi piccoli. Penso al capitolo 11, sempre di Teo: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.” Il contrario (come ci si aspetterebbe!) di sapienti e intelligente potrebbe essere ignoranti ma Lui mette piccoli. Tutti possiamo essere piccoli, in alcune situazioni. Anche il più dotto, forte, sicuro e integerrimo: tutti possiamo sentirci o semplicemente siamo… piccoli. Perché non ce ne accorgiamo? Perché continuiamo a straziare la nostra fede cristiana riducendola a filastrocche religiose da ripetere furibonde, a galatei del sacro, a calmanti che non facciano mai perdere la pazienza, a iperattivismo sociale e poco socievole, a performance cattoliche tradizionali e ci dimentichiamo di accorgerci quel volto a noi prossimo assomiglia tutto a JC? e che Lui così, ci ha tremendamente fregato? ci ha consegnato il volto dell’altro. Piccolo… ma non tanto da non lasciar intravedere l’Altro. O almeno accorgercene….

Domenica XXXIIIa t.o. -A

come gli struzzi o…

Dal Vangelo secondo Matteo 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. 
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. 
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

“Simpatia, generosità, disponibilità…” Che noia la facile applicazione parrocchiale di questo brano: quante migliaia di post-it con su scritto il mio talento da offrire a GGGeeesùùùbbeelllo al caposcuola, durante il deserto o nella preghiera nell’attività o a catechismo. Un’analisi più approfondita (o meno sbrigativa) del testo e qualche traduzione diversa ci offrono spunti diversi su cui sostare, almeno per variare. Innanzitutto quel padrone consegna i SUOI beni mentre le capacità dei singoli sono tanto diverse quanto sottintese, già presenti. Il quantitativo di talenti tradotto in oro e quindi denaro è folle…anni e anni di stipendio solo per un talento. L’invito poi a riceverne ancora altrettanti e prendere anche parte alla festa…come se non fossi più servo ma anche tu padrone. Infatti con tali “cifre”, non si può più parlare di servo. Notate: è come se il padrone volesse trasformare i servi in altrettanti padroni. Insomma… pare davvero che Gesù non sappia più come dimostrare la generosità e la fiducia di Dio Padre nel dare la sua roba a questi tre. L’ultimo servo che ha ricevuto un talento, alla resa dei conti, ci offre quindi la chiave per comprendere l’insieme della parabola. E’ una figura ormai leggendaria, ha tutta la mia stima e comprensione. Con il suo padrone si scusa dicendo di avere avuto paura. Come biasimarlo? Chi di noi non ha mai avuto paura…ma non dei ragni ma di Vivere, impegnarsi, perdere tempo o risorse, di non essere all’altezza o in grado di terminare ecc. ecc. Paura come strumento di disimpegno: il regno di Dio può attendere, intanto ognuno vive per conto suo, in attesa che succeda qualcosa che non disturbi troppo la tranquillità ignava della vita. Anche se avesse ricevuto dieci o venti talenti, egli probabilmente li avrebbe seppelliti allo stesso modo per la gelosia di non fare arricchire il padrone e per non affaticarsi per gli altri. Egli è ottimo rappresentante di chi non si sporca mai le mani perché «non compito suo». Un vecchio adagio trevigiano è “mi no vao a combattar…” Ma la parola su cui mi fermerei brevemente è “so”: il servo è convinto di conoscere il padrone e quindi lo etichetta. So che sei… così e colà, che mieti…che raccogli… quindi…la dinamica è ferma qui e lui vive di conseguenza. Mi verrebbe da dire: ma e tutto il resto? Mi viene da pensare a quanto spesso siamo disperatamente attaccati alle nostre idee su Dio, considerandolo, tutto sommato, un padrone, un ostacolo alla nostra libertà e realizzazione, un tutore, un manager…e vale più quel che credo di sapere, mi hanno detto-insegnato..che quel che tale padrone sta compiendo in termini diversi. Insomma più lui crede al padrone come tale, più si conferma come servo. Più crede alla sua idea sul padrone e non coglie la nuova realtà generosa ed esorbitante di talenti…più resta nel fondo di sé stesso e scava… perché noi poi siamo quelli che non solo toccano il fondo ma…iniziano a scavare. (Skiantos docet). Quando inizieremo a dar fiducia a chi ci annuncia con Lui non siamo più servi (di una certa sua immagine) ma figli?

Domenica XXXIIa t.o. -A

Dal Vangelo secondo Matteo 25, 1-13

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 

«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. 

A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. 

Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. 

Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

In aereo ti chiedono, in caso di emergenza, di indossare per primo la mascherina con l’ossigeno, poi eventualmente di sistemarla ai tuoi figli… Per certi versi è un po’ come l’olio delle lampade. Siamo di fronte ad una grande allegoria. Va colta come tale, nei suoi rimandi evocativi. Gli evangelisti devono tenere a bada le richieste della gente che chiede quando tornerà Gesù? Ci avviamo quindi su sentieri impegnativi. Siamo chiamati a credere infatti che la vita che stiamo compiendo e il mondo in cui viviamo, tempo e spazio, andrà verso un compimento definitivo in Dio. Un incontro. Le dieci vergini rappresentano l’umanità o meglio… la comunità cristiana, la chiesa: pur nella consapevolezza ferita di un risorto già qui presente in tanti modi delicati ma efficaci (la liturgia, i sacramenti, il volto dell’altro, il tabernacolo, la Parola, il mio corpo tempio del Signore dal battesimo ecc. ) sa che ci attende un compimento, una cosiddetta “seconda venuta”. “E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine.” Avete presente? Quindi questa è la direzione, passando ovviamente attraverso lo stipite della morte…ecco qua, gli evangelisti invitano non a sapere cosa e quando ma come si vive nel frattempo. Insomma, posto l’orizzonte di fronte a noi, come vivere oggi. Potremmo parlare di attesa e di vigilanza. Quella lampada accesa mi dice tante cose: innanzitutto la voglia di restare accesi, nell’umile ma audace consapevolezza che si è “poca cosa” come una fiammella…ma preziosa, non autosufficiente perché bisognosa di olio, (come quando i papà vanno ad accendere le candele al cero pasquale nel battesimo delle figlie/i)…Insomma di consapevolezza di sé nel rapporto col Padre. Tenere acceso il desiderio di vivere alla presenza del Signore, cercarlo, lasciarsi riempire e accendere, camminare alla Sua luce, lasciare che la sua Parola illumini il cammino ed il vangelo rischiari prospettive piatte donando profondità e vigore, pur nei chiaroscuri caravaggeschi delle nostre esistenze. E l’olio dice la capacità di vivere questo. Altrimenti cade tutto, la lampada resta solo un soprammobile. Basta cristiani soprammobili, belli da vedere ma vuoti, spenti e freddi. Che lo Sposo, furbescamente in ritardo? ci doni di riconoscere l’olio che solo noi possiamo custodire e non si può né offrire né condividere ma solo -direi-testimoniare. Buon volo…