XIXa Domenica t.o. C ’25

Dal Vangelo secondo Luca (12, 35-40)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. 
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! 
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Il Vangelo della liturgia odierna è molto lungo, io ne riporto solo la parte più breve; vi assistiamo al tentativo di Gesùùùbbbbello di annunciare il rapporto che come cristiani siamo chiamati ad avere col tempo, nella realtà in cui siamo inseriti. Che lotte facciamo col tempo…sempre di corsa, sempre da riempire, agende, calendari, promemoria, post it sul monitor del pc, sul frigorifero, lavagnette… un occhiata ai prossimi ponti per le vacanze, i mille impegni da svolgere, la noia e la depressione, l’ansia e la prestazione…sono tutte legate al nostro approccio con la realtà nel tempo presente. A volte in treno, in un posto pubblico o al ristorante mi guardo attorno e notando che tutti stanno scrollando il loro cellulare con devoto raccoglimento…mi chiedo..“ma che cacchio facevamo 30 anni fa mentre aspettavamo la metro?“. Ecco che allora questa pagina risulta molto importante e pertinente. Siamo cristiani qui e ora, nel 2025 durante (non dopo) Cristo, presente in noi, “attingibile” nei sacramenti, reperibile nella Parola che ascoltiamo a messa o per conto nostro… e poi? Come cristiani cosa pensiamo? Che stile abbiamo nel riempire le nostre giornate e agende? Siamo trascinati nel vortice a testa bassa del fare per… o abbiamo qualche criterio di discernimento, di verità, di qualità per gestire e non essere travolti dal tempo? Siamo, come dire, soli davanti, vs il tempo, in affanno e lotta o … altro? Gesù usa questa immagine sempre un po’ antipatica: Dio padrone-noi servi non suona certo empatica e immediata, lascia sempre un senso di repulsione e distacco. “No, grazie!” Eppure se abbassiamo la guardia e andiamo oltre l’impulso primordiale orgoglioso e orgoglione …possiamo scorgere una frase che a me fa sempre molto bene. La colloco, come spesso altre, tra le fila di quel volto di Dio che non abbiamo ancora annunciato abbastanza… dall’Antico Testamento e che siccome “siamo cristiani a modo nostro” non vi attingeremo mai, restando coi nostri indigesti modi di concepire dio e la religione delle cose da fare a testa bassa o da scrollarsi di dosso prima possibile… l’immagine del servo che fa semplicemente il suo dovere, il suo lavoro, fedelmente e con zelo, nella pace e con passione e che si ritrova servito e riverito dal padrone che si cinge le vesti e si mette a servirli. Penso a Gesù che farà lo stesso durante l’ultima cena, lasciando tutti basiti. Dio che si mette a servirmi, mi porta la cena, mi lava i piedi, mi mette a mio agio… Dio che mi serve, annuncia il vangelo. Già, mi chiedo…a cosa mi serve?

XVa Domenica t.o. ’25 durante Cristo

Scegliamoci con cura, non come cura. 

Dal Vangelo secondo Luca 10,25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Se ti voglio mettere alla prova… quel “maestro” come appellativo è solo ipocrisia. Ereditare? Per farlo… deve morire qualcuno, no? Interessante. Eterna? Se lo è, per definizione, non è mai iniziata né mai finirà: e quindi non inizierà dopo la morte. Non è qualcosa che ora non c’è ma dopo, una volta morti, si comincia a vivere la vita eterna. Niet! Eterna significa “già in corso”: qui e ora, adesso, mentre scrivo, mentre tu leggi, mentre sbuffiamo sospettando siano cose troppo difficili o astruse (lana caprina?) eppure… a volte ho la sensazione sia l’unica cosa di cui abbiamo fino in fondo bisogno e ben più di quanto ne siamo coscienti. Forse la differenza tra noi e i nostri animali o qualsiasi zebra, istrice o facocero è proprio qui. Noi siamo fatti in parte, impastati di eterno..e questo, come un buco in fondo al cuore, ci lascia sempre come insoddisfatti e, pur nel profondo… soli. (I can’t get no satisfaction, cantavano i Rolling Stones) Insomma se è eterna è già cominciata, caro bro’! Tutte le nostre meditazioni trascendentali, i nostri respiri cosmici, l’armonia con l’energia universale, la mindfulness e tante altre forme di meditazione, introiezione, dipendenza, trip, sostanza, sballo… partono, a mio parere, da qui. Siamo impastati di eterno. E possiamo chiamarla vita bella, piena, ricca, unica, spericolata (Vasco docet), fame di bellezza, poesia, arte, infinito…insomma siamo questo. E Gesù bello lo spiega come? “Prenditi cura di lui“. Lui lo ha fatto, in maniera precisa e concreta, descritta maniacalmente da Luca…) ma ora chiede ad altri di proseguire. Prenditi cura, abbi cura di lui. Avere cura… di un libro non tuo, di un vecchio cappotto ancora buono, di una tavola da preparare per qualcuno, di una pianta o della propria salute ed equilibrio interiore, di un vicino di casa o di un collega, di un famigliare o della cassiera che vedo stravolta dai numeri…o semplicemente di chi sta sulle balle… anche solo per sfizio…o ripicca! è come se il prendersi cura desse alla vita una qualità diversa, avere compassione di lui, dice al bro’, Zio GGesuuù. E adesso che si fa?

Domenica XIVa t.o. 2025 durante Cristo

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. 
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Cerco di leggere questa pagina come in trasparenza, controluce, vedendovi tra le righe, in secondo piano, la nostra vita normale, più o meno in parrocchia o quel che è… Sono “reduce” da alcune “verifiche” di fine anno pastorale… come è andata con il catechismo, coi gruppi, coi consigli pastorali, gli scout ecc. ecc. Ma sono anche in continuo e quotidiano ascolto di tante persone che cercano nella parrocchia solo delle performance compulsive para religiose: il funerale per mamma, l’unzione degli infermi per papà, il battesimo per… la benedizione della casa perché una volta si faceva.. tante cose da fare, pratiche ormai irreali, cose da fare ma che si sa già che non devono né possono dare significat, gusto o senso alla mia vita settimanale, concreta, prassi completamente sconnesse alla fede personale, all’adesione ad un vangelo, un supermercato del sacro dove vengo a prendere qualcosa (mai Qualcuno!) che mi rassereni, come un calmante o un amuleto contro “non si sa mai”, qualcosa che la chiesa, il prete, la parrocchia “mi deve”, ne ho bisogno, mi serve, va fatto ma non so perché… se non per…. bo, e ti guardano stupiti. E poi ciao e grazie. Che bella questa pagina allora in cui Gesù da un lato non vuol far tutto da solo, dall’altro manda praticamente ciascuno di noi non a fare ma ad essere qualcuno/a di diverso/a. In quell’elenco di cose da fare e avere o non avere con sé… c’è più l’attenzione esplicita a non dover “sapere cosa dico” ma a come essere. Gesù non spiega cosa devono dire. Ma come devono essere. Quante volte mi sento dire da tante persone, anche in parrocchia, che non sanno cosa dire, non hanno studiato, non hanno esperienza, il prete sei tu, sai tu cosa dire, cosa raccontare… noi facciamo e basta, diamo una mano… ma non annunciamo. Forse perché abbiamo fatto così poca esperienza della Sua salvezza per noi. Una pastorale di cose da fare, di mani da dare ma non di piedi da lasciarsi lavare e di sguardi di pace e misericordia sulla propria esistenza sgangherata da accogliere. Ci conceda il Signore di rallegrarci non dei numeri di gente che viene alle nostre iniziative, di soldi guadagnati per la parrocchia, di persone convertite a catechismo, di oratori o chiese piene di… (chi?) ma perché i nostri nomi ( la nostra storia, ciò che siamo, sentiamo, patiamo, amiamo, speriamo, desideriamo… le nostre ferite e i nostri sogni, l’impegno e la passione che ci abita…sono scritti in cielo. Dio Padre ci conosce per nome, non gli siamo indifferenti. Ha preparato un posto per ciascuno di noi lassù, col nostro nome “riservato” ma anche qui non siamo stati gettati a caso e non siamo raminghi, senza radici né ali… Ci possiamo provare? A far nostro questo Suo invito alla gioia, contro un cristianesimo serioso, rancoroso, invidioso, represso e repressivo, tiepido e superficiale. Che sia proprio la mitezza del tratto, la gioia, lo sguardo sereno la prima cosa da portare nel gregge e nella Sua messe?