Mentre. Omelia “Ascensione” ’24-B

Come un laghetto di montagna, tra due sponde: in mezzo ci buttiamo ora un bel sasso…che smuove tutto…e bagna di novità le due sponde arricchendole di autenticità

da un lato questa mentalità…>>io sono Pratico, concreto, il fare… non idee, principi, chiacchiere, materiale non spirituale…

Altra sponda…>>Non son capace, non sono degno, non son all’altezza, non son prete…    a queste due estreme posizioni-giustificazioni. La buona notizia oggi, come un sasso deciso, per me è solo questa:

mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

è presente, da risorto, mentre noi agiamo, facciamo, creiamo.

Credo sia particolarmente bello ripartire da questo annuncio. Prenderne consapevolezza cioè fidarsi e dargli credito. Provare. Ascende, se ne va, prova della nostra maturità, ci lascia “a casa da soli” ma si rende presente con il dono dello Spirito Paraclito. Mentre noi agiamo Lui c’è e conferma il nostro fare. Nel suo nome, Dove 2 o 3 sono uniti nel mio nome io sarò con loro- Mt18. Impariamo a considerare e usare la parola “mentre”.

Dopo aver invocato lo SS all’inizio di una riunione, o provocati dalla sua Parola: ascolto un brano del vangelo prima di scegliere i canti, o di programmare qualcosa, chiedo a Lui che quanto noi vorremo fare sia (cfr PN) secondo la sua volontà non perché lo abbiamo sempre fatto, sia per costruire il suo regno, non per custodire il rassicurante museo del sacro e del dovuto… sia fatto col desiderio di farlo come chiesa, cioè come singoli come gruppi   come comunità cristiana, di farlo Comunitando insieme, come ho scritto nell’articolo di Voce di Fiera: non aspettando di andare tutti d’accordo, dalla stessa parte, perfetti, degni, meritevoli, avendo capito tutto, di avere il parroco che ci riconosce, dice che siamo bravi ecc  

c’è bisogno di comunità così oggi, non di altri preti. Il futuro è questo. Di battezzati creduti e quindi credibili non di altri preti che comandano decidono e laici “devuoti” che obbediscono. Di comunità che facciano venir voglia di appartenervi e stare bene non di negozi e palcoscenici in cui non c’è più posto per me…

Facendo, agendo insieme si capirà, facendo assieme, protagonisti appassionati di un regno da vivere, mentre..Lui ci confermerà ci insegnerà a creare ed essere comunione. Il metodo, il processo, è già il risultato! perché lasciamo agire lui non noi stessi.

Segni pratici e parole, gesti e parole potenti, nella fede

Altroché “il cristianesimo non è pratico, non è concreto, non è materiale”. Noi siamo la religione in cui si mangia il corpo del fondatore per sentirlo dentro che agisce in noi per stare uniti e fare quel che farebbe lui, cercando di capirlo assieme. O di non ostacolarlo, quella che parte e arriva ai sensi, si mangia, si beve, si profuma, si collabora, si fa pace, si cerca di non essere superficiali, di vivere il creato rispettandolo e promuovendolo, dove si intercettano i diritti e i bisogni degli ultimi, di lasciare il mondo meglio, di fare la giustizia, lottando per il bene comune, non per star bene con noi stessi.

i segni e le parole del battesimo, della cresima ieri per le nostre ragazze… pollice olio parole.

Nel Concilio Vaticano 2, il grande documento DEI VERBUM usa l’espressione diventata significativa..

gestis verbisque  DV 4 

“col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere,”

Dio agisce con noi. Noi vogliamo agire con Lui, nel suo nome?

Omelia 5a Domenica di Pasqua ’24 -B

quadro esposto… (Cristo vite – Lorenzo Lotto) Gesù collega tutti a tutto!

riconoscersi e rimanere tralcio..

tagliare il tralcio è recidere la comunione. pensare di bastare a sé stessi, fare cose ma poi….    la cosa più grave! 3 passaggi

A) origine comune nella mia vita spirituale personale, cioè nel modo di mettermi a pregare, di sentirmi alla presenza di Dio Padre, vivermi così 

-lo SS nella mia coscienza…lo ascolto o ascolto solo me stesso, cristiano a modo mio, come mi hanno insegnato, come mi fa comodo

-il mio corpo tempio dello spirito (San Paolo)  prima delle statue di legno che guardo da fuori…il mio corpo di carne redenta e risorta da Cristo nel battesimo, che mi ha donato la sua vita eterna…. la mia identità, storia, memoria sono sacre davanti a Dio, Sono creato a immagine e somiglianza di Dio. Battesimo e sacramenti… Dio mi ama prima e meglio di quanto faccia io di me

-o le cose le faccio bene o faccio a meno di farle…non è cristiano!

         “Senza di me non potete fare nulla…” modesto!!

B) modo di stare assieme vivere come chiesa

>nella Chiesa

-liturgia…  ci chiede delle cose ma noi siamo più bravi più devoti e decidiamo noi come comportarci

-rapporto con l’eucaristia… lo stesso…idee magiche di Gesù

-contro i sacramenti, perché Dio sarà anche misericordioso ma decido io che non mi confesso, si non so cosa siano ma a me basta ricevere la benedizione, fare la festa, sono cristiano perché lo decido io, me la sento io mica perché sono in comunione col la misericordia del Padre e la risurrezione di Cristo

e allora non ti innesti nel tralcio, non lo fai coi figli ne col matrimonio che chiedi… perché celebri una festa ma nessun inizio di un’appartenenza e una vita nuove, rinnovate.

-Bibbia e padri della chiesa… il vangelo è una buona notizia, annuncia cose belle precise e gustose, liberanti ma io non lo ascolto perché devo fare le mie devozioni private, i miei pellegrinaggi, quello che mi fa sentire sereno e devoto o tranquillo e devuoto. Non importano 2ooo anni di riflessione e pensiero.

-contro il Papa  perché è l’anticristo, perché la chiesa e i cristiani non sono più potenti, manca il latino, il mistero..ecc.

nelle relazioni con le persone

-si sono cristiano perché faccio le mie cose anche se non si perdona e si creano muri

-si son credente ma penso come voglio io, non mi interessa GC e il suo messaggio

-o si fa come dico io o me ne vado, 

Ve la ricordate la Corrida di Corrado ? le facce che faceva…

ognuno andava sul palco a fare le proprie cose per far divertire gli altri…Dio secondo me davanti a certi nostri stili personali o comunitari fa queste facce…

Unica cosa che Cristo ci ha chiesto… se sarete uniti vi riconosceranno, affinché tutti siano una cosa sola (Gv17

portiamo frutto o facciamo solo dei fiori belli ma che appassiranno presto dopo di noi? i frutti nutrono la vita, come il pane dell’eucaristia…. come valutiamo i frutti?

cfr Comunitando… lettera Articolo Voce 

parrocchie sfasciate e divise, pur iperattive, palcoscenici in cui in nome di chissà chi o cosa ciascun gruppo fa le sue cose, si esibisce socialmente ma non è in comunione con gli altri gruppi

problemi di appartenenza e rappresentanza..

i gruppi si sentono rappresentati dal consiglio pastorale e dalle sue decisioni o pensa solo a fare le sue cose? quanto i singoli gruppi si sentono appartenenti al trancio della chiesa comunità cristiana? da cosa si vede? uso gli ambienti, pago qualche dazio, sfrutto per mie iniziative o mi rendo e sento partecipe e corresponsabile?

C) direzione

Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.
Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa
.

Chiediamo al Signore di illuminarci e accompagnarci in questo desiderio di unità nel suo nome, ci trovi umili in questo sogno condiviso di fare assieme a Lui in bene possibile gli uni per gli altri nel suo nome.

Si muore un po’ per poter vivere… Omelia Pasqua ’24

Corrono tutti questa mattina, nel vangelo. C’è da avvisare, chiedere conto, condividere. Lo hanno portato via. Colgono come l’assenza di una presenza, un vuoto, che però rimbomba. Proprio come certe assenze, rimbombano in noi, quando ci sentiamo vuoti o svuotati di vita, mancanti di… Non è possibile!

Le donne, Pietro e Giovanni, svegliati di soprassalto, corrono. 

Un dettaglio mi suggestiona sempre: Giovanni, il più giovane, è il più veloce, arriva per primo, osserva ma non entra. Sembra quasi portare rispetto nell’attendere l’arrivo trafelato di Pietro. O forse non vuole avere fretta. Lo lascia entrare, cede il passo, vai prima tu, consapevole del ruolo e dell’esuberanza del buon Pietro. Chissà se a quell’ora un gallo aveva già cantato il sorgere del sole. Sta di fatto che in questo gesto, forse cortese, Giovanni sceglie di entrare solo dopo, senza fretta, quasi con cautela. Pare che quel momento di attesa gli abbia permesso di riflettere, prendere consapevolezza; entrambe leggono quegli oggetti lasciati così in ordine come segni, ma solo lui, il giovane Giovanni, vide e credette. Mi piace immaginare che, in cuor suo, se lo volesse quasi gustare, quel momento incredibile e prendere consapevolezza della totale presenza di quell’assenza, fissarselo nella mente… nulla sarebbe stato più come prima!

La Pasqua potrà cominciare solo facendo come lui, iniziando a darci qualche momento di consapevolezza. Facendo morire qualcosa che presumiamo per far vivere il nuovo. Altrimenti sarà l’ennesima festa che avremo fretta di metter via, il vangelo lo conosciamo, non serviva spoilerare nulla. “non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”. Come noi, il rischio è che non cambi nulla, ascoltiamo la scrittura, da una vita, sappiamo già tutto da anni. 

Come comperare oggi un uovo di Pasqua: ormai li fanno solo della marca o dell’azienda famosa che già ti fa sapere che tipo di sorpresa vi troverai. Ma non sarà certo più una sorpresa. Che tristezza.

Quel breve momento di consapevolezza permette a Giovanni di iniziare a credere alla risurrezione. È davvero poca cosa, ma…. fondamentale. Mi fa venire il mente il lievito. Poco lievito fa lievitare tanta pasta. La fa vivere. Ne parla Paolo, nella 2a lettura. Un po’ di lievito, per essere pasta nuova. Bellissima immagine. Essere pasta nuova, fresca, nelle mani del Padre, grazie al nostro pugno di lievito, il desiderio di una consapevolezza diversa, necessaria, audace, adulta, libera. Fare la nostra parte.

  I vangeli parlano spesso di lievito, soprattutto in negativo: Gesù chiede di starne distanti, da quello dei farisei e dei sadducei,  cioè l’ipocrisia, la superficialità, la saccente supponenza di chi sa solo alzare le spalle e dire “lo so già, non ne ho bisogno, solite cose, sto bene così”. Facciamo nostra la raccomandazione a non celebrare la festa col lievito vecchio, di malizia, di perversità, continua Paolo…come quelli che non sanno più stupirsi di niente o nemmeno osano farlo, dandosi il diritto a credere o sperare. 

Ci riguarda? far morire, togliere il lievito vecchio che ci rende cristiani col curriculum ma non con il sorriso, indaffarati, appagati ma non liberati. Cristiani a parole, con l’etichetta di chi ha fatto quel che andava fatto, avendo probabilmente dimenticato perché e sopratutto che gusto aveva. Chiediamo, come Paolo suggerisce, lievito di sincerità e verità: la consapevolezza di qualche istante di silenzio da concedersi, del riflettere sulla propria vita a partire da quanto ogni domenica potremo celebrare, poter imparare a sfruttare meglio il tempo, non solo ad esserne inseguiti, o un libro utile per credere con maggiore libertà, un confronto o un colloquio con qualcuno sulla propria vita spirituale, un desiderio di vita diversa cui dare spazio come pure delle domande sincere da custodire senza fretta, per mettere ordine e far fermentare tutto, da capo. Ecco il lievito che sta solo alla nostra responsabilità adulta offrirgli. Gesù annuncia che il regno di Dio inizia proprio così, come un po’ di lievito nel cuore per diventare pasta,… con cui magari essere…pane. Venga il tuo regno, in me, come lievito.

   Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello, ci ricorda bene la sequenza pasquale, molto suggestiva. Non è quello che continuamente accade nei nostri cuori? Abbiamo in noi spinte forti a vivere, crescere, sognare come anche a morire, sopravvivere, dover essere, fare e dimostrare, continuando a recitare la nostra parte. Non è quello che continuamente accade nei nostri pensieri? Quando si accavallano e ci confondono, spingendo le nostre vite a ritmi che ci hanno stancato o a forme che non ci dicono più nulla. Siamo sempre li a combattere o peggio, a combatterci, sentendo che non ne vale più la pena o che non ne abbiamo diritto. Il duello lo ha vinto Cristo per noi, possiamo riconoscere quanto nei cuori e nei pensieri ci vuole morti, vecchi e quanto invece può essere lievito di vita, pasta da affidare, pane cui credere, vivere da schiavi o da figli, ascoltare in noi voci che confermano morte o offrono vita…L’evangelista Giovanni ci doni una sana cura per la nostra fede: diventarne profondamente consapevoli. 

Abbiamo 50 giorni di tempo di Pasqua per  prenderne maggiore coscienza, ne siamo responsabili. Le nostre comunità sono pronte, con diverse iniziative interessanti che condivideremo. 

Facciamo morire in noi quel lievito che non serve più a nulla, chiediamo a Cristo risorto di donarci la coscienza di avere un lievito nuovo, ci farà sentire giovani, perché come cantava, meravigliosa, la Caselli. “Si muore un po’ per poter vivere…”

la risurrezione inizi per ciascuno di noi, proprio da qui