Ciao, ciao feste! Omelia Epifania del Signore -2019

 

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L’Epifania tutte le feste porta via: andatevene pure, allora, che siate state buone o meno, care feste, non importa! Eravate comunque destinate a passare: qualcuno magari non aveva voglia di festeggiare per vari sacri motivi, ma grazie! 

Abbiamo sempre bisogno di voi per staccare, riposare, ritrovarci; andatevene pure, comunque, sarà tranquillamente Natale tutti i giorni perché Dio ha mandato Suo figlio a “condi-vivere” con noi, la nostra vita concreta. E tale incarnazione non è un evento unico, isolato al 25 dicembre o alla grotta ma è un processo avviato, che è continuato, comprendendo l’intera esistenza di Gesù, passando per la croce, fino all’altra grotta, il sepolcro, la risurrezione e la Pentecoste. Gesù è con noi e non tornerà più in cielo, non ci abbandona perché vive da risorto nella chiesa, da 2000 anni!

-Mettiamo via, allora, tutte le lucette, tanto ci è stata donata “la luce del mondo”, che squarcia le tenebre e guida la nostra ricerca di senso, come la stella per i Magi o la nube di fuoco per il popolo di Israele nel deserto, luce che ci offre la possibilità di guardare la nostra realtà illuminata dal Vangelo, da questa prospettiva inedita.

-Eliminiamo parole vuote e superficiali dell’abitudine, le frasi neutre, vaghe da bigliettini tipo “buone feste, auguri! a te e famiglia, serenità e pace! ” perché abbiamo ricevuto il Logos, la Parola, il Verbo di Dio che si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, una parola che è anche azione, promessa, alleanza che riempie i nostri vuoti e scuote le nostre mediocrità, la vera password per incontrare il volto paterno di Dio e vivere da figli; resi così capaci di parole buone, premurose, di dialogo, stima e responsabilità.

-Rimandiamo in Lapponia tutte le renne: tanto il bue e l’asinello potranno ricordarci l’umiltà tenace e la mansuetudine necessarie per accogliere l’iniziativa di Dio per le nostre vite, soprattutto quando l’orgoglio, l’invidia o la superficialità ci accecheranno.

-Buttiamo la paglia e le mangiatoie dei presepi: ora abbiamo le nostre mani, venendo alla comunione, per accogliere Gesù nella nostra vita ed imparare a vivere una fede cristiana che non sia coerenza a valori, fedeltà a tradizioni e conquista di meriti ma incontro vivo con una persona solidale dentro di noi.

-Facciamo scendere i babbi natali arrampicati alle terrazze, perché sarà ben più utile riconoscere che d’ora in avanti è Gesù, attraverso la sua Parola, a voler entrare nei nostri cuori da qualsiasi porta o finestra lo si voglia accogliere. 

-Riponiamo tutte le prelibatezze che ci hanno saziato e fatto ingrassare perché c’è stato dato il corpo di Cristo, vero pane e vero cibo per la vita eterna, che non muore: non fa ingrassare, aiuta ad essere invece sempre più agili, sensibili, umani, rendendoci capaci di amare in modo nuovo, portando nella nostra carne la sua vita divina, la Sua capacità di amare, perdonare, sperare, credere.

-Lasciamo stare tutte le canzoncine natalizie perché potremo tornare a dire “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore”..

-Lasciamo riposare Babbo Natale: ora ai doni ci possiamo pensare noi! nel figlio incarnato abbiamo ricevuto il dono più grande: Lui che si dirà via, verità e vita, renda ciascuno di noi, come siamo, il dono più bello da condividere…soprattutto con gli ultimi e i più poveri di relazioni, dignità e qualità di vita.

-Lasciamo riposare pure la vecchia befana, perché Dio Padre ci ha donato Maria, madre che ci insegna a prendersi cura di Lui in noi, senza minacciare carbone o mandarini per i cattivi ma solo un surplus di amore ad oltranza per convertire i più indifferenti…senza punire ma solo e sempre per convertire e attirare a sé!

-Riponiamo i bellissimi presepi, con tutti i dettagli e particolari storici, culturali e geografici…perché ora abbiamo la nostra famiglia, i colleghi di lavoro, i compagni di classe o spogliatoio, gli amici, i vicini di pianerottolo, gli estranei o quelli che fan qualcosa in parrocchia..per accogliere l’essenziale della nostra fede, non valori, precetti o affanni sociali ma una persona viva, Gesù, di cui prendersi cura e vivere di conseguenza il nostro impegno e responsabilità verso gli altri, il territorio, il creato e il bene comune. 

Abbiamo la nostra coscienza, la memoria e il tempo da vivere giorno per giorno per iniziare a mettervi ordine, evangelizzarlo, illuminandolo con la luce di questa nuova presenza.

Lasciamo perdere i tanti Erode che in noi o attorno a noi vorranno distrarci e non farci vivere tutto questo, uccidendo il bambino che è in ciascuno di noi, capace di sognare, sperare, impegnarsi e stupirsi.

Che il Signore ci sostenga nel lasciare andare queste feste, assieme all’Epifania, per essere noi stessi, come i Magi, manifestazione di una nuova ricerca di senso che inizia nel cuore di quanti si lascino incontrare da Lui.

Custodire, unire i puntini, ringraziare: Omelia S. Maria Madre di Dio 2019- C

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Secondo l’oroscopo cinese il 2019 sarà l’anno del maiale: magari ci fa un po’ ridere ma di questo simpatico animale che sempre ci dà tanta gioia si sa che “non si butta via niente”: significa, se ci pensiamo un attimo, che è tutto buono o meglio, si riesce a trovare comunque qualcosa di buono da mangiare, valorizzare. Forse, con un sorriso, questo può essere un augurio davvero intelligente all’inizio di un nuovo anno, anche se non siamo cinesi. Come fare? per non essere solo ingenui ottimisti! La capacità di ringraziare, che il tradizionale inno del Te Deum ci ricorda, parte proprio da questa consapevolezza. Vediamo ci spiegarci meglio.

  Il vangelo che abbiamo accolto è molto bello: siamo ancora presso la mangiatoia nella grotta con la visita dei pastori. La liturgia ce lo offre in questa festa, Maria Madre di Dio. Cioè?Siamo abituati a considerare Maria una mamma, dà maggior confidenza, ma cambiamo ogni tanto anche prospettiva, ci farà bene: Dio ha voluto avere una madre. Quel Dio di cui tanto parliamo e per il quale ci arrabbiamo o affanniamo. L’arcangelo Gabriele si è rivolto a Maria e le ha chiesto di prendersi cura di suo figlio. E così ciascuno di noi è chiamato a vivere come Maria un’audace “prendersi cura di Gesù” nella nostra vita. Ce lo ha chiesto Lui, è questa la modalità che ha scelto per entrare in relazione con noi: farsi debole, bisognoso, necessitando di noi, donandoci la responsabilità di accoglierlo.  Maria, scrive Luca contemplando la scena, fa due cose particolarmente preziose: custodiva e meditava. Sono due azioni necessarie e importanti.

 Oggi in cui siamo sempre di fretta, in ansia e di corsa, abituati ad aggiornare e scaricare, ad avere chiavette usb piene di dati e hard disk virtuali, cloud… che significa custodire? proteggere, salvare, aver cura, mantenere. La nostra vita è sacra, bella, la nostra fede è viva ma va tutto custodito, altrimenti deperirà senza ce ne accorgiamo. Il tempo, la passione, la calma aiutano ad invecchiare, come il vino e acquisire nuovi sapori e pregio. Pensate alla nostra fede, alla vita spirituale, alla vita di coppia, alle nostre relazioni: tutto va allenato, mantenuto in forma, verificato, custodito..allora migliorerà con noi stessi! Se no fa la muffa!

Meditare poi, letteralmente “mettere in ordine”, trovando una sorta di filo rosso: la capacità di rileggere quello che accade alla luce di Dio e vivere di conseguenza, unire i puntini, apparentemente casuali, per ritrovare un’immagine. Credo sia anche questo un atteggiamento prezioso. Chiedere al Signore la forza di accogliere quanto la vita ci porta, la capacità di comprendere, di riconoscerlo al nostro fianco, scorgendo il bene possibile per noi al momento opportuno, il meglio da vivere nella concreta situazione in cui, assieme a Lui, ci troviamo a stare. Cambiare punto di vista uscendo dall’isolamento onnipotente dove ci andiamo regolarmente a schiantare.

Credo che i due atteggiamenti di Maria ci aiutino a vivere la realtà in maniera più umana, reale, aderente a noi stessi. Ecco come vivere nei confronti di un Dio che ci vuole “madri”, che si prendono cura di noi e di Lui in noi…siamo come lanterne!

  I pastori ci insegnano poi una cosa altrettanto preziosa: arrivano alla grotta e non sono preoccupati di rassicurare subito Gesù che saranno bravi e puri ma sanno gustare la gratitudine e lo stupore per quel che viene loro concesso. Non se ne sentono indegni, non rifiutano, non fanno finta di nulla ne si preoccupano subito di cosa dover fare. Erano abituati ad essere considerati maledetti e indegni..figurarsi se per una volta non sanno dire solo grazie, che bello e gustare questo dono prezioso. Quando è l’ultima volta che abbiamo detto un grazie di cuore per una cosa magari scontata e normale?   Cercare di vivere questi 3 atteggiamenti, custodendo nel cuore la presenza di Gesù, come Maria, ci potrà far uscire a poco a poco dalla logica della Legge, di cui parla la 2a lettura e accogliere in noi il dono dello Spirito, per riconoscere Dio come un padre, l’adozione a figli amati. Ci potrà sostenere anche concretamente nel costruire la pace, con saggezza e verità, quella che papa Francesco nel suo messaggio per la giornata mondiale riconosce fondamentale con sé stessi, gli altri e con la nostra casa comune, il creato. Parla, praticamente solo lui ormai, di interdipendenza degli esseri umani e di responsabilità reciproca.

Credo sia necessario per un cristiano adulto e sveglio oggi, poter meditare queste parole, ci aiuteranno a custodire, mettere ordine e ringraziare. Personalmente è anche questo il mio personale augurio per ciascuno di noi per questo nuovo tempo che ci si apre davanti; in questo modo, forse riusciremo a non buttar via niente di quanto potremo invece accogliere nel Suo nome.

Trinità, Presepe, “living”… Omelia Santa Famiglia 2018 – C

 

 

 

Chi prepara il presepe in genere fa molta attenzione ai particolari: le montagne, le figure presenti, la conformazione delle case, gli strumenti dei lavori, luci e accessori negli interni, dettagli sempre più precisi. Potremmo dire che è tanto più bello ed efficace più riesce a descrivere con cura e fedeltà i riferimenti storici, geografici e culturali del tempo di Gesù: si vuole realmente, forse in maniera inconsapevole, ricordare che Gesù si è davvero incarnato in un tempo e uno spazio precisi, reali. Non è nato dal nulla o da un uovo o per magia ma si è fatto storia in mezzo a noi. Dio si è voluto servire di una ragazzina e del suo fidanzato. Senza i loro consensi complementari e il rischio che hanno corso (Giuseppe di fatto avrebbe dovuto lapidare Maria perché infedele!) non ci sarebbe stata storia sacra. Dio non è uno che si arrangia. E questo lo dovremo ricordare a partire dal segno della croce, che ci ricorda sempre una cosa che forse diamo per scontata: quando diciamo Dio, noi diciamo per certi versi una relazione, come una famiglia. Il Padre, il Figlio, lo SS, che è l’amore che li lega e alimenta. La Trinità ci ricorda che Dio è solo il “cognome”, i nomi sono 3 diversi, ciascuno a servizio dell’altro. Come Maria e Giuseppe assieme a Gesù.

Questa famiglia di Nazareth non ha nulla di speciale: anzi…e non solo per la solita ormai retorica che erano immigrati, o giovani o poveri e sprovveduti…Eppure essa porta un messaggio a tutte le nostre famiglie, l’annuncio che è possibile una santità non solo individuale, ma una bontà, una santità collettiva, familiare, condivisa, un contagio di santità dentro le relazioni umane. Santità non significa essere perfetti; neanche le relazioni tra Maria, Giuseppe e Gesù lo erano. Non significa assenza di difetti, ma pensare il vangelo e tradurlo, con fatica e gioia, in gesti e atteggiamenti. Ora il succo del vangelo è l’amore. In quella casa dove c’è amore, lì c’è Dio.  E non parlo di amore ideale ma dell’amore vivo e potente, incarnato e quotidiano, visibile e segreto. Che sta in una carezza, in un cibo preparato con cura, in un soprannome affettuoso, in un cassetto pieno di calzini puliti, nella parola scherzosa che scioglie le tensioni, nella pazienza di ascoltare, nel desiderio di abbracciarsi. Non ci sono due amori: l’amore di Dio e l’amore umano. C’è un unico grande progetto, un solo amore che muove tutto e tutti.

Scese con loro a Nazaret e stava loro sottomesso. Gesù lascia i maestri della Legge e i loro discorsi su Dio e va con Giuseppe e Maria che sono maestri di vita. Ha fatto tutta la gavetta con noi…Per anni impara l’arte di essere uomo e credente guardando i suoi genitori vivere: lei teneramente forte, mai passiva; lui padre non autoritario, che sa anche tirarsi indietro. Come poteva altrimenti trattare le donne con quel suo modo incredibilmente libero?  Le beatitudini Gesù le ha viste, vissute, imparate da loro: erano poveri, giusti, puri nel cuore, miti, costruttori di pace, con viscere di misericordia per tutti. E il loro parlare era: sì, sì; no, no. Stava così bene con loro, che con Dio adotta il linguaggio di casa, e lo chiama: abbà, papà. Che vuole estendere quelle relazioni a livello generale e dirà: voi siete tutti fratelli.

Insomma, dalla Trinità alla santa famiglia il nostro Dio si offre sempre e solo attraverso una relazione come chiave e contesto di vita. E’ qui che possiamo incontrarlo. Purtroppo oggi si respira tutto tranne che attenzione alle relazioni, in particolare in famiglia.

  Ciascuno di noi proviene da una famiglia e la porta dentro di sé, nel bene e nel male. Ciascuno di noi ambisce a crearsi una famiglia o meglio a far fiorire l’amore ed il senso della propria vita in maniera generativa, prolungando da sé e attraverso di sé il proprio episodio di vita in questa terra e in questo tempo.

Eppure questo tempo, il nostro presepio, vive un momento faticoso per la famiglia, la continua scandalosa assenza da parte della politica di agevolazioni sociali, economiche e lavorative, i problemi enormi di denatalità che condizioneranno pesantemente e drammaticamente il futuro di tutti…e una società sempre più chiusa e anziana. Con un sorriso ma…Pensiamo alla tv degli ultimi decenni: i Robinson, i Jefferson, la famiglia Bradford, Arnold, la famiglia Addams, Sandra e Raimondo Vianello, i Cesaroni, i Griffin, i Simpson…la famiglia era luogo di vita, scambio, realtà di sentimenti, scelte, cose belle e brutte, era un riferimento. Ti ci riconoscevi, con un sorriso in quella sorta di piazza dove le vite di ciascuno si rinviano e completano a vicenda. Dove ciascuno è parte di qualcosa più grande che lo integra e sostiene. Non ci scappi e impari, come Gesù a Nazareth, ad essere te stesso..da li siamo arrivati a qualcosa oggi di ben più tragico con uno strisciante trionfo dell’egoismo..molti studiosi indicano come una pazzesca deriva preoccupante dell’individualismo a cui ci stiamo educando o assuefacendo…la solitudine spaventata ed egoista di chi scelga di stare da solo o meglio di gestire le relazioni senza giocarsi fino in fondo. Nessun impegno, nessun dovere, solo vie d’uscita. Credo che emblematica sia allora la pubblicità di quel famoso cuoco che rientra nel suo “living” (forse perché pare tutto tranne che una casa reale) dopo una lunga giornata di lavoro, dove può essere finalmente quello che è,

…. una persona sola, attesa da nessuno.

E’ questa la società che vogliamo? un mazzo di individui soli, furbi, che trattano tutti come oggetti sentendosi al centro del mondo? solo diritti e capricci? non è ne umano ne tantomeno cristiano…Chiediamo al Signore di benedire le nostre famiglie così belle ed imperfette, gli sforzi quotidiani per renderle umane e socievoli, le fatiche che portano a nuove risorse, le croci che uniscono, le soddisfazioni che allargano il cuore.

Siano il presepe più bello e dettagliato in cui continuare ad accoglierlo e riconoscerlo presente, ci doni per questo la sua luce e la sua forza.