Dio non è un ventriloquo … Omelia XXXIIIa domenica t.o. C

  Magari ce lo ricordiamo alla tv, erano gli anni 80, noi del ’75 ne passavamo di tempo davanti alla tv: si chiamava Rockfeller, avete presente? Non il magnate dell’economia americana ma un pupazzo, quel corvo scorbutico, col frac bianco e nero e un enorme becco giallo, che parlava e faceva ridere, animato  dall’artista spagnolo Moreno, che era il ventriloquo. 

Non se ne vedono nemmeno più di ventriloqui..chissà oggi cosa direbbe un bambino dei nostri a vederlo. Io faccio parlare un pupazzo senza darlo a vedere, tenendo la bocca chiusa ma …un po’ come Topo Gigio.  

Ecco il vangelo ci dice più o meno una cosa simile. In che senso, mi chiederete? Vediamo un po’, dall’inizio.

  Gesù dipinge un contesto religioso, sociale e culturale molto avverso ai discepoli, cioè all’annuncio della fede, fatto di resistenze e contrarietà. Non credo sia molto diverso da quello in cui spesso siamo oggi, non solo per guerre ed emergenze, crisi politiche, valoriali, bei tempi passati e confusione ecc. ..ma viviamo tutti un contesto non più così cristiano e scontato dal punto di vista religioso… per una serie di cause e con una serie di effetti piuttosto evidenti.

   Ecco ad es. quanto Gesù denuncia innanzitutto all’inizio di questa pagina, quando fa notare a chi sta osservando le belle pietre e i doni votivi esposti al tempio…che non ne resterà nulla. 

Quasi a dire che un certo modo apparente di considerare la religione, la fede, le devozioni…resteranno in superficie e non daranno significato, cose appariscenti, che magari stupiscono o creano consenso e illudono dando consolazione…ma non ti danno una qualità di vita diversa, non ti donano salvezza e speranza.

 E dice allora quella cosa che ci coinvolge tutti, come cristiani, al di là delle abitudini,  spesso un po’ ipocrite: perseguitati, incarcerati, condannati…ok. magari oggi non è così (qui in Italia, ma in tante parti del mondo si purtroppo) ma credo sia capitato a tutti di essere presi in giro o guardati con commiserazione e pena se dici di andare ancora a messa, frequentare la parrocchia, fare delle esperienze di volontariato, credere in Dio o nella risurrezione, credo abbiamo fatto tutti a volte fatica a dire a qualcuno che essendo cristiani noi…e abbiamo scelto il silenzio o un’alzata di spalle colpevole ed indifferente. 

Ecco in quel momento, Gesù pare allora ricordarci che come cristiani c’è qualcosa da dire, fosse anche una parola di consolazione, speranza o un gesto di premura e di carità o un sorriso mite. Abbiamo almeno questa consapevolezza e desiderio? Ma soprattutto che, per farlo davvero, non basta dire cose (magari in maniera moralistico o di condanna) altrimenti saremmo anche noi ventriloqui, che parliamo per sentito dire, perché ci han detto che era così o siccome abbiamo un certo ruolo o come tanti politici e non solo che parlano discorsi fatti da altri, senza magari nemmeno sapere cosa significhi…

ma…soprattutto per dire davvero qualcosa bisogna.. avere qualcosa da dire… ai nostri figli che magari non vogliono più seguirci in chiesa o andare a catechismo, cosa diciamo? raccomandiamo o raccontiamo qualcosa di noi? qualcosa che in noi, quel credere ha compiuto, significato e orientato?

Noi non vogliamo essere come chi parla per sentito dire e nemmeno crediamo in un Dio che ci tratta come burattini e ci parla sopra…ecco l’ atto di fede… il Signore parla in me e attraverso di me, cioè la mia vita, non fa il ventriloquo.

Ha bisogno delle mie labbra e del mio cuore per parlare alla gente.

Cosa abbiamo da dire del nostro rapporto con Dio “avrete allora occasione di dare testimonianza“..oggi in questo nostro contesto così complicato, forse non è più scontato essere cristiani come 40 anni fa..si tratta di essere testimoni di qualcosa che è accaduto in noi perché l’abbiamo permesso a Dio, che col suo perdono, la sua Parola, la preghiera, la carità ci ha toccato il cuore e ri orientato la ns vita…  “Io vi darò parola e sapienza”a noi stessi, agli altri come credenti nelle nostre comunità cristiane, agli altri come territorio nel nostro contesto. Cosa abbiamo da dire, cioè raccontare ed annunciare?Quale esperienza di vangelo ci ha toccato il cuore e perché, in questi anni?

Fidiamoci e chiediamolo come dono di consapevolezza e di libertà, “Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”  cioè nulla cioè di quel che siamo stati, siamo e saremo, nel suo nome, anche solo con un sorriso o un gesto premuroso per l’altro, andrà sprecato e soprattutto non ne parleremo più, come rockfeller, da ventriloqui …per sentito dire.

“La morte dall’interno” – Omelia Commemorazione dei fedeli defunti ’25

La morte è davvero un’esperienza sensoriale: il profumo forte dell’incenso in chiesa, mentre fa le capriole verso il cielo, quello dei fiori che compriamo o della rosa che deporremo nella buca, 

il sapore delle nostre lacrime che scendono dalle guance,

il rumore del trapano che chiude le viti sulla cassa, il suono dell’organo, i canti un po’ mesti, il contatto col legno della bara, che carezziamo, sfioriamo o baciamo, il raso chiaro della sua imbottitura all’interno, il corpo freddo di chi già ci manca e le gocce di acqua santa che ci piovono addosso, il vedere tantissima gente che ci viene incontro, le foto da scegliere per l’epigrafe o da tenere in mano come compagnia, quel volto ormai spento da vedere voracemente per l’ultima volta, finché il coperchio della bara si chiude implacabile.

La morte è davvero un’esperienza sensoriale, i nostri 5 sensi ne sono coinvolti, spesso travolti.

Quanti ricordi sono impressi in noi; sono quanto la morte ci ha lasciato dentro, l’esperienza che ne abbiamo fatto, il modo in cui ci ha raggiunti e spesso abbattuti.

Oggi partiamo da questi ricordi, da come abbiamo attraversato i giorni del lutto per poi ripartire, piano piano, come spesso ci viene suggerito, al di là del vero ma banale “bisogna andare avanti”.

Facciamo tutto un conto e offriamolo al Signore. Assieme alla vita condivisa e a quella che ci è rimasta da vivere senza quella persona. 

Ieri e oggi, i nostri santi da celebrare e i nostri defunti da commemorare, abbiamo l’opportunità di guardare alla morte dal lato interno, dal punto di vista di Dio per provare, con fede, a balbettarne qualche aspetto buono per noi. Ne sappiamo poco, è vero ma quel poco è bello sperarlo in maniera consapevole! 

  Allora, ecco, dice Giovanni nel vangelo, la sua volontà: che nulla vada perduto. “che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato”.. Gesù ci racconta come Dio gli abbia affidato l’esperienza della nostra vita e morte. Ci annuncia che Dio ci ha dati a lui. (“Egli mi ha dato”, sta parlando di noi, delle nostre identità e vite!). Riusciamo a contemplarci così? Nel pensiero e nelle mani di Dio, nel suo cuore. Dio ci affitta e affida a Gesù: e questo per farci vivere sempre più da risorti, senza più paura di morire o non vivere. La relazione con lui, mediata dalla chiesa in tanti modi, ci dona la vita eterna. “Abbia” significa un desiderio possibile adesso, non è al futuro, ma al presente. E verremo risuscitati. Credo sia bello oggi tenere assieme come sempre le due metà di questa festa, tra defunti e santi, chi ci ha preceduto. Possiamo sentirli accanto ma sentire anche la nostra vita accanto a Lui. La comunione con loro si rinforza proprio durante la messa che nella fede noi celebriamo assieme a loro, facciamoci caso. Sono solo da un’altra parte stiamo facendo la stessa cosa, perché sono vivi, sono con il Padre e ci guardano qui a messa mentre li invochiamo.

Abbiamo parlato dei 5 sensi ma anche la nostra immaginazione spirituale è fondamentale oggi per credere.

Chiediamo al Signore di non dare per scontata questa comunione, di donarcene una maggiore consapevolezza col desiderio di tenerla viva nei nostri cuori. Penso per questo a quanto ha detto un famoso teologo francese:

“Non siamo esseri viventi destinati alla morte, ma esseri mortali destinati alla vita!” (A. Fossion)

Omelia TUTTI I SANTI ’25

  Dei santi sappiamo praticamente tutto cioè niente. Non son solo quelli del calendario, ci son quelli della porta accanto, sono in cielo in compagnia di Dio, non lo erano nati ma son stati riconosciuti dalla gente e o dalla chiesa. Ognuno sceglie i propri, ce ne sono intere squadre per cui fare il tifo, scegliendo il proprio eroe o coltivandone una conoscenza per cui ad ogni occasione o ad esempio lavoro ci sia un santo adatto, più efficace. E Santa Rita per i miracoli impossibili, matrimoni difficili, madri e mogli sofferenti e donne che desiderano avere figli e  Santa Barbara patrona dei VDF, Sant’Antonio patrono di poveri, affamati, viaggiatori, donne incinte e oggetti smarriti, mentre Sant’Antonio Abate è protettore degli animali, dei contadini, dei macellai e del fuoco. Insomma ce n’è per tutti i gusti, fino forse….a banalizzare la santità. Come allontanandocela. Perché rischiamo di farne un mercato. Anche perché nessuno di noi si considera un santo, anzi, sa sempre ben schernirsi di ciò…mica lo è…

Sarà per questo che sia il Concilio Vaticano II da 60 anni che il magistero dei papi ci tornano spesso.

È dunque evidente che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano. (LG 40)

   Papa Francesco in Gaudete et exultate al n. 32 “Non avere paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario, perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere. Dipendere da Lui ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità.”.. parole bellissime su questo tema…

    Vi invito a leggere quanto sentiremo poi proclamare a nome di tutti nel prefazio, all’inizio della PE e che può accompagnarci a comprendere meglio alcuni dettagli di tale santità per noi:

  verso la patria comune: noi qui sulla terra siamo in prestito, stiamo giocando in trasferta, non siamo stati creati e pensati per rimanere qui. Certo qui ci misuriamo con il dono della vita che Dio ci ha offerto e siamo chiamati a portare frutto, mica ad aspettare con le mani in mano ma essere sale e luce del mondo!

  Siamo davvero pellegrini sulla terra: da tempo ormai molti di noi hanno l’ossessione dei passi da fare in un giorno, contandoli con l’app… sarà per questo che passeggiare fa bene ma che l’andare a piedi e fare strada aiuta, pensate al successo sempre crescente per pellegrinaggi a Santiago di Compostela o altro… noi lo siamo per opera di Dio ben più di quanto si possa riconoscere… 

sorretti dalla fede… se no stiamo per terra come un sacco vuoto a fare nulla. Affrettiamo il nostro cammino  oddio…

i santi stanno vivendo una sorte gloriosa, celebrare la città santa…Gerusalemme come nostra madre,  cioè siamo felici di avere una direzione e una meta e ritrovarci un giorno, dove i santi non sono tutti seri e devoti perché perfetti o imperturbabili ma assemblea festosa… come noi spesso, no? certi musi qui in chiesa…perché glorifica in eterno il suo nome… una lode perenne, un feston. Non è facile, già da oggi pomeriggio: quando ci sbarazzeremo in fretta della festa dei santi per andare in cimitero e ricordare i defunti… che effetto ci fa credere che i nostri cari defunti siano parte di un’assemblea festosa? 

nella nostra debolezza…quanto è vero: le nostre scuse, le giustificazioni, gli alibi, quando ci sentiamo come Calimero perché vorremmo essere considerati di più o ci sentiamo sbagliati… ci ricordiamo dei santi solo grazie al Halloween, per un’apologetica permalosa sempre un po’ retorica con cui diventiamo forse paladini di una cristianesimo che altrimenti ci esalta solo quando a Roma viene santificato l’ultimo caso che ci faccia sentire ancora sul carro di chissà quale vincitore, come chiesa che riempie le piazze, strappa consensi ma resta di fatto, forse un po’ sterile di fronte al mondo.

Sono “modello e sostegno”. non solo li a raccogliere le nostre richieste ma vorrebbero ispirare il nostro agire, lo stile cristiano evangelico della nostra vita quotidiana

Chiediamo al Signore che ci doni il desiderio di approfondire quanto ogni domenica la liturgia ci offre come opportuna consapevolezza nel vivere da beati quanto Lui ci chiede di accogliere.