Domenica XXVIIa t.o. ’21 -B

Attrezzati di consapevolezza….

Dal Vangelo secondo Marco 10, 2-16

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro
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Oggi tocchiamo un ambito delicato, fraintendibile e ..mai come in questo tempo, controverso. O meglio…strumentalizzato. Siamo davanti alla pagina in cui Gesù ricorda il sogno, desiderio originario di Dio per l’uomo e la donna. Il libro della Genesi che JC ricorda, con l’immagine della carne e del lasciare. Quante volte preparando tante coppie alla celebrazione del sacramento del loro matrimonio ho ricordato loro che già 3500 anni fa… avevano capito era importante lasciare il padre e la madre d’origine. Che non vuol dire buttarli nell’umido. Ma riconoscere che col matrimonio si è costituita una nuova famiglia, per scelta…e questo, per la propria salute, equilibrio e libertà, comporta il lasciar andare… metterli in secondo piano, medaglia d’argento sul podio. Ma dopo. Prima c’è il noi tutto da costruire. Da notare, dettaglio, è comunque fatto “di carne”, cioè concreto (cose semplici su cui accordarsi, sintonizzarsi, sopportarsi, decidersi, misurarsi….) ma anche fragile, volubile, delicato, ambiguo, orgoglioso… La carne poi dice anche abbondanza: labbra carnose, essere in carne… ecco allora il senso di una pienezza da assaporare, da gustare, in cui riconoscersi. Pienezza significa la promessa che Dio ha impastato nei nostri cuori creandoci. Siamo fatti per una vita piena, bella, vera, liberata e liberante, non magra e a basso consumo, di piccolo cabotaggio. La pienezza totale l’avremo in cielo, dopo la morte, con l’incontro definitivo con la luce del Suo volto che ci farà sentire a casa e in pace… ma nel frattempo è qui, nella nostra carne che siamo chiamati a vivere e donare esperienze ed eventi, gesti e dettagli che ci facciano sentire bene, fortunati, amati, scelti e preziosi. A casa… il resto è facile, basta immaginarlo.

XXVIa Domenica t.o. B -’21

Fantozzi per salire…fa scendere tutti!

Dal Vangelo secondo Marco 9, 38-43.45.47-48

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.
Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

“Facciamo due comunità diverse…!” cantava Vasco Rossi, quasi 25 anni fa, nella canzone “Mi si escludeva”. Ma questa era la goccia di almeno 3 anni fa. Perdo colpi! Questa pagina ci costringe ad un brusco cambiamento di umore e prospettiva: tanto è mite e sereno, rassicurante l’inizio, quasi un po’ “volemose bbbene”, quanto quasi violento e scomposto il seguito. Macina al collo per affogare, tagliare e togliere pezzi, gettare nella discarica (Geènna); verrebbe da chiedersi, ma: “è lo stesso Gesù?”. Certo. A dire il vero la pagina di oggi è un collage e non una lettura continua a cui rimando. E questa è la prima cosa per comprendere a pieno il senso (anche di fare collage liturgici!). In seconda battuta possiamo vederci la passione, l’attenzione, il richiamo forse paradossale, iperbolico per dire valore e significato della testimonianza da custodire. Ma il bicchier d’acqua è bellissimo. E poi il richiamo al noi. E quindi loro. E allora gli altri. Le etichette, le diverse, necessarie, inevitabili appartenenze che si fanno asfittiche. Nazionalistiche. Scioviniste. Non ci seguiva. Forse, loro che cercavano con caparbia miopia i primi posti, vogliono far scendere qualcuno dal carro dei vincitori perché si sentono occupati. Vogliono il monopolio. Quante volte nelle parrocchie incide più il “noi” contrapposto che il noi comune. E questo perché si è perso di vista non solo il senso ma anche il valore che ci unisce all’ombra del campanile. Un principio di divisione, separazione, supremazia o chiusura fiera su di sé e le proprie cose che logora, scandalizza, e soprattutto non c’entra una benemerita “mazza” con la chiesa stessa. Va be… Per dire. Il cristiano non ha il monopolio del bene. Non si deve essere credenti per essere solidali, filantropici, volontari. No per fortuna ma spesso nelle nostre parrocchia si percepisce. E anche la chiesa a volte lo testimonia. La questione è sul motivo per cui lo fai. Riconoscere che quella persona è di Cristo. Non come condizione ma come lettura di fede. Riconosco Cristo dietro il bisogno con cui quella persona mi cerca. Al di là di appartenenze e battesimi e certificati: quella persona, magari non lo sa né gli interessa, è fatta a immagine e somiglianza di Dio… e Cristo è morto anche per lei. Questa mi pare la prospettiva più audace e devastante con cui raffrontarsi in questa domenica. Fa tremar le vene ai polsi e mancare il respiro, perché forse troppo difficile ed esigente. Prospettive. Ma impegnano tutta la vita nella realtà e nella convinzione da scegliere più possibile giorno per giorno. Vengono quasi i brividi…le vertigini…meglio andare a bere un bicchier d’acqua.

Domenica XXVa t.o. ’21 – B

Dal Vangelo secondo Marco 9, 30-37

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Non è che questa domenica le cose vadano poi meglio della scorsa, no? Le mie riflessioni su Pietro e Gesù (di questo si tratta NON DELL’OMELIA CHE TENGO NELLA MESSA come qualcuno sottolinea!!) han destato forse qualche sorriso amaro…o un sottile scandalo…ma oggi le cose non sono migliori. Quel che Gesù rimproverava a Pietro, se lo sente riconfermare dai discepoli, che evidentemente hanno capito niente di quel che Pietro stesso si è sentito rimproverare…Quindi Gesù conferma di essere un pessimo “responsabile del personale”, avendo assoldato questa dozzina di “bambacioni” che appena gira il naso, stanno lì a vedere chi è il più bravo o giù di lì…Come a scuola quando il prof usciva un attimo dalla classe… E non ascoltano altro che loro stessi ed il bisogno compulsivo di riconoscimento, approvazione, di salire o non scendere dal carro dei vincitori, li confonde e rende sordi e ciechi. In effetti la pagina non ha bisogno di grandi commenti. Penso dica bene quanto noi spesso rischiamo, molto religiosamente, di voler essere cristiani-credenti da soli, cioè non solo “a modo mio”, “per conto nostro” (autentiche bestemmie…) ma senza essere in relazione con il Padre. Se non vivendo la fede in un dio di fronte al quale rispecchiarci per sentirci bravi in quanto devoti perfetti generosi e impegnati…(un dio così funzionale ai nostri bisogni) o nascosti in un angolo con le nostre quattro certezze e l’inerzia (un dio così è un soprammobile, inutile!). Oggi Gesù mettendo al centro quei bambini ci annuncia che non si è cristiani né come ci va né da soli. Ma siamo sempre una famiglia di fratelli e sorelle nel suo nome che soprattutto-innanzitutto celebrando la messa assieme, sono accolti, creduti e mandati. Così come siamo. Anche spesso interessati più all’apparenza o al sonnifero che all’annunciare quel di cui abbiamo fatto esperienza. Anzi spesso…crediamo a tutto e a tutti meno che a quel che Lui pensa e ci annuncia di noi. Il Signore ci invita a riconoscerci da Lui creduti prima di dirci credenti o sperare di essere credibili. Che potrà mai significare?