Gesù ti accende… Presentazione al Tempio – 2020 A

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Che brutto quando qualcuno non mantiene una promessa: insiste, ci rassicura ma poi ha solo parlato invano. Che delusione da piccoli, forse più puri e idealisti, che un “grande” non fosse di parola…sentirsi presi in giro, non considerati: vi è mai successo?

 L’A.T. ci offre un volto di Dio che promette continuamente: ad Abramo, Mose, al popolo d’Israele: sappiamo poi che il messia promesso era atteso, salvatore, da tutto il popolo, i profeti lo continuano ad annunciare fino a Betlemme: non era quel che ci si aspettava e sappiamo come è andata. Quindi il vangelo di oggi, 40 giorni dopo Natale: Maria e Giuseppe arrivano al tempio per rispettare la tradizione ebraica di presentare a Dio qualcosa per il dono del figlio. Simeone alla fine della sua lunga vita, può così riconoscere in Gesù, il compimento delle sue attese, ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace…muoia felice insomma; i miei occhi han visto la tua salvezza. Si è realizzata la promessa fatta nell’AT che Dio ci avrebbe raggiunto per donarci vita nuova.

  Questi versetti la liturgia li offre nella preghiera di compieta, con la quale si può terminare la giornata. Ci invita cioè ad affidare quanto accaduto quel giorno al Signore, cercando di ricordare se quella salvezza da Lui promessa, io l’abbia cercata o colta nella mia vita quotidiana..molto bello! Ci fa presente che non possiamo dirci cristiani senza desiderare di essere salvati. Lo diciamo salvatore ma come riesce a salvarci e da cosa durante il giorno? Lo possiamo scoprire permettendogli di illuminare le nostre coscienze le scelte che compiamo. Cristo luce del mondo, il cero che la notte di Pasqua entra nella chiesa buia, inizia la veglia pasquale e tutti accendono le candele; a quella stessa luce i papà attingono la luce della fede battezzando i loro figli…

Le candele che ci porteremo a casa in questa festa (da cui il latino e l’italiano candelora..) ci ricordano che non abbiamo tra le mani nessuna oggetto magico ma la fede in Gesù, la relazione con Lui ci rende cristiani. Simeone infatti nel vangelo continua dicendo… luce per illuminare la genti. Per quello benediciamo le candele. Abbiamo bisogno, a 40 giorni dal Natale, di portarci a casa la luce di Gesù. In realtà essa è già in noi dal battesimo. Ci invita a riconoscere che il suo stile di vita e la sua Parola possono illuminare le nostre vite e aiutarci a cogliere la realtà in modo diverso. Nella fede chiediamo al Signore quanto ci ha promesso: illuminarci con la sua Parola, darci speranza e sostegno.

La tradizione ci consegna l’usanza di poterla accendere nei momenti di mal tempo, difficoltà, fatica, sofferenza, malattia. Come un faro che illumini una notte di tempesta in mezzo al mare. Aiutando le barche a riconoscere dove sono, a non smarrirsi né disperare, per ritrovare la direzione giusta e rientrare nella pace del porto, a casa. Che bello allora pensare di poter accendere queste candele in casa nostra appena sentiamo avvicinarsi la burrasca di una lite, una fatica, di una crisi o un silenzio chiuso, un fraintendimento.

Accendere la candela, lasciarla li come segno, invocazione, vieni Signore Gesù, illumina quanto stiamo vivendo, donaci le parole e gli atteggiamenti giusti, mostraci il valore di quanto ci sta dividendo o mettendo contro…la tua luce ci aiuti a riconoscere la verità di noi e le cose fondamentali.

Allora sarà utile non solo per i temporali, come tradizione ma per i momenti di burrasca in famiglia, tra di noi. Ecco la luce che Gesù vuole portare, per aiutarci a guardare la realtà non in modo umano, orgoglioso, superficiale, ferito…ma come la guarda Lui, in modo divino. Noi siamo creati per quello, per diventare come Lui, illuminati, tra l’altro uno dei primi nomi con il quale i cristiani, non ancora chiamati così, venivano riconosciuti e indicati, gli “illuminati” appunto. Ricordate quei rosari di plastica fosforescente che si vedono al buio? Più si riempivano di luce, più poi al buio potevano illuminare. 

Siamo luce viva nella misura in cui ci lasciamo da Lui illuminare. Come quei piccoli rosari di plastica, chiediamo al Signore di lasciargli illuminare quello che siamo da dentro; solo così potremo illuminarci e risplendere a vicenda nel suo nome, come delle candele che portano a compimento la nostra salvezza. 

E Dio Padre mantiene sempre tutte le sue promesse.

“Presentazione del Signore” A-2020

 

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Tempo lettura previsto: 5 minuti

In ascolto del Santo Vangelo secondo Luca 2, 22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazioned’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto lamorte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre igenitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli loaccolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace,secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti ipopoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Qualche stuzzichino… per gradire: brano lungo, intenso, molto descrittivo. Gesù è “attore non protagonista”. La sua vita viene presentata già come un programma di vita, per certi versi. Allora i suoi genitori, poveri in canna, fanno quasi tenerezza nell’adempiere, a 40 giorni dalla nascita (per noi 40 giorni dopo Natale), la tradizione ebraica dell’offerta per il figlio primogenito. Stanno dicendo che quel figlio è un dono di Dio. In loro potremmo chiederci se anche noi in questi 40 giorni abbiamo sentito la nostra vita come “oggetto” di quel dono. Dio ci dona suo figlio e noi siamo destinatari di un dono immenso. La nostra fede parte da qui?

Inoltre le parole del vecchio Simeone e poi Anna. Dio ha mantenuto le sue promesse. Che bello, possono ritirarsi. Hanno fatto quel che dovevano. Affascinante questa prospettiva: Dio mantiene le sue promesse, non esaudisce le nostre preghiere (Bonhoeffer). La nostra fede ha una componente di attesa? la consapevolezza di un “gap”… umano, fatto di ricerca, distanza, approssimazione ma quindi fiducia e sequela?

Infine questa domenica si celebra da noi la famosa “candelora”. Siamo “fora” dall’inverno? o siamo solo “fora” strada in tante cose della nostra vita? Secosì fosse, nessuna paura, quella candela è direzione, luce e responsabilità, dono e speranza di pace e cammino fiducioso. Ciascuno di noi ha ricevuto quella luce nel proprio cuore. La luce è in noi, custodiamola nell’ascolto, non cerchiamola in flebili bagliori o effervescenti fuochi d’artificioso rumorosi ma invadenti. Siamo già stati salvati e illuminati…proviamo a scegliere di far brillare quel figlio in ciascuno di noi.

Mandami il tuo curriculum… Omelia IIIa t.o. A-2020

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Natale e incarnazione presepio bambino-fatto, 30 anni di lavoro anonimo immerso a Nazareth-fatto, battesimo-fatto, inizia o no la missione: del resto, son venuto per questo! Dunque…”convertitevi perché il regno è vicino.“Cambiate stile di vita. Interessante. il “salvatore”, deve salvarci.. “sono venuto perché abbiano la vita in abbondanza”..Gv., “sono la luce del mondo, la via la verità e la vita”, ci ricorda… bravo, e quindi? questo inizio che Matteo descrive ci dice 2 cose importanti:

1a) Non ha detto “desso son qua mi e me rangio, fasso UTO mi…” no. La chiesa nasce da qui e la comunione tra i battezzati è il primo biglietto da visita che le dà identità e credibilità. “Se sarete uniti vi riconosceranno”. Noi invece come nella 2a lettura vorremmo sempre dividerci ad ogni occasione: noi siamo di Paderno, noi di Merlengo, io faccio gruppo da sola, lui si arrangia, ognuno per sé e Dio per tutti, facile. Addio comunione, importante è fare a modo mio. Addio chiesa. Importante è la mia prestazione…o così o niente. Come venire a comunicarci però all’unico pane spezzato per noi? Se poi non ci interessa vivere in comunione che fa rima concretamente con collaborazione?

2a) E dove fa a prendere gli aiutanti?  in chiesa tra i devoti molto religiosi…no; in parrocchia tra i preti e gli impegnatissimi delle mille iniziative di aggregazione sociale…no! in seminario o nelle facoltà di teologia, bibbia, liturgia…no! nei santuari …no, nelle migliori aziende che selezionano esperti di comunicazione, strategie di marketing, esperti di PNL e problem solving..no, Né meriti né competenze, intanto. Sto insulso.

Ha iniziato a camminare in riva al mare e ha chiamato gente che stava lavorando, con famiglia a casa e preoccupazioni a carico. Questo ci dice il vangelo. Tutti gli apostoli, i 12, i primi convocati…sono dei lavoratori. E’ la loro vita non la loro religiosità ad interessare a Gesù. Ci abbiamo mai pensato? non sono puri, perfetti, nemmeno credibili (alcuni di essi, poi…) ma la loro umanità è lo strumento che Gesù sceglie.

Noi rischiamo da decenni di vivere il contrario. Siamo cristiani nella misura in cui si viene sempre in parrocchia a far tante riunioni, ciascuno per conto proprio, poi la messa, qualche altra performance…ma chi di noi sente di essere chiamato ad essere cristiano nel luogo di lavoro? Ad essere cioè differente…rispetto magari alla media. cioè dal lunedì al sabato, con quei colleghi, quel ritmo, quell’ansia e preoccupazioni, quelle mansioni e quei capoufficio. Lì siamo chiamati a far vivere una differenza cristiana. Una potenza di amore che solo il vangelo ci indica, lo Spirito Santo ci comunica e la risurrezione ci offre.

Allora la parrocchia sarà sempre meno palcoscenico ma più palestra, anzi autogrill, in cui accostare per fare il pieno e ripartire a vivere nel mondo, lavoro, famiglia, strada, lì dove il Signore ci invita a offrire la qualità di vita cristiana…provocando col nostro stile le persone a dire..ma come fai a viver così? profumo di vita

La domenica della Parola, che da oggi celebriamo nel mondo, voluta da Papa Francesco ci ricorda proprio questo. Da anni ascoltiamo ogni domenica almeno 3-4 pagine della Bibbia. Ci viene annunciato un preciso volto di Dio per noi; siamo chiamati a risciacquare di continuo la nostra percezione di lui e della fede dentro il vangelo, buona notizia di vita. Ci provochi, consoli, illumini. Quella salvezza che il Signore Gesù è venuto a portare passa anche attraverso la Parola che rivolge per convertire la nostra vita (1) e siamo chiamati ad accogliere come comunità. Non ci salviamo da soli, non serve essere individualisti, ma siamo affidati gli uni agli altri. La nostra umanità concreta è unico strumento che abbiamo per amare, manifestare di essere Suoi figli e vivere tra noi. Ecco la comunione della chiesa, il termometro della nostra fede, la luce che in un mondo solitario e individualista, possiamo ancora far brillare.