Spugna o timbro? Omelia XXXa to C-2019

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Forse dopo aver ascoltato questa parabola possiamo quasi tirare un sospiro di sollievo, facendo tutti il tifo ovviamente per il pubblicano e pensare magari: “Beh, per fortuna non sono come il fariseo!”. La parabola ci spiazza portandoci proprio qui, sull’orlo della consapevolezza che, in tal caso, ci stiamo comportando proprio come lui: pronti a condannare negli altri un atteggiamento che appartiene anche a noi! Fregàti!

1) Cosa portano di sé stessi venendo a pregare?

-Il fariseo inizia ringraziando Dio: ma di cosa? Non certo perché è padre misericordioso e generoso o il Creatore della vita, no. 

Sa dire solo “io-i-o”: porta l’elenco dei suoi meriti e il sentirsi migliore; presenta il proprio palmares religioso di cose fatte per dio e il suo pedigree di praticante devoto, indaffarato, migliore di…ma, occhio! Benedice maledicendo, loda Dio etichettando i fratelli, condannandoli. Si può pregare così? Magari prima o dopo la messa (a volte anche durante) sparlando e lagnandosi come bambini capricciosi e viziati, adulti inaciditi, superficiali? 

-Il pubblicano porta solo la consapevolezza di non aver meriti da rivendicare: tutti sanno chi è, come vive. Offre la propria miseria, il bisogno di non essere giudicato, la speranza di venire accolto e perdonato, con pazienza e umanità, trovando pace e consolazione.

2) Di cosa hanno bisogno?

-Il fariseo ha bisogno, come dire, solo di un timbro che confermi quanto è bravo, giusto e a posto.

-Il pubblicano ha bisogno solo di essere riempito: è vuoto, sarà quello che è in grado accogliere. Come una spugna.

3) In che modo si mettono a pregare?

-Il fariseo si affida alla bontà del suo fare e del “non essere come gli altri” e per questo la sua preghiera non è un dialogo confidente col Padre ma un monologo interiore: “pregava tra sé”, cioè se la fa e se la mangia; non chiedendo nulla a Dio, non riceverà nulla!

-Il pubblicano si affida alla bontà di Dio e gli mostra il cuore. Si batte il petto, come noi nel Confesso a Dio: sta quasi indicando “il colpevole”. Il cuore è la sede dei nostri affetti, dove decidiamo e scegliamo, in balìa magari delle nostre fragilità, per paura o con orgoglio…mendicando affetto e riconoscimento.

4) Quale volto, immagine di Dio hanno nel cuore?

-Il fariseo non chiede a Dio di essere resto giusto ma solo che confermi che lui è a posto, cerca un notaio che timbri la sua dichiarazione e magari gli batta anche le mani.

-Il pubblicano non ha nemmeno coraggio di alzare lo sguardo. 

Sa che Dio conosce il suo cuore, può tutto, lo ama e perdona.

   Detto questo facciamo attenzione: Gesù non dice che il pubblicano era buono e il fariseo cattivo o bugiardo.

Ma solo che il pubblicano fu giustificato cioè fu reso giusto da Dio, guarito, perdonato e salvato; mentre il fariseo se ne tornò a casa sua come prima, con le sue innegabili opere buone ma senza che Dio sia riuscito a scalfirlo, a renderlo giusto. Senza averlo incontrato! Il suo errore è di collocarsi di fronte a dio in modo scorretto, a partire dalle proprie opere, pensando sia sufficiente. Ma così Dio è superfluo. Quanti vivono con l’idea che dio tutto  sommato non serva a nulla? Si sta bene lo stesso. Oppure va adorato, praticato, tenuto buono ma non ha nulla da offrire alla mia vita. Posso frequentare parrocchia, ricevere sacramenti e avere tanti incarichi pastorali ma…per chi? Rischio di essere un ateo devoto o un impegnato socialmente in parrocchia. Attenzione a ritenerci cristiani solo perché facciamo per la parrocchia…così cerchiamo un timbro? Lo siamo solo innanzitutto se la parrocchia, come strumento del Padre, può fare qualcosa per noi: farci crescere nella fede, nella speranza, nella qualità di vita: se riesce a farci incontrare il volto di Dio!

Di fatto potremmo dire…una cosa delicata: il fariseo è molto religioso ma si relaziona con dio o meglio la sua idea di dio.

Il pubblicano ha la gioia di lasciarsi raggiungere dalla misericordia del Padre, quello vero. Noi non siamo chiamati a credere in dio ma nel Padre di Gesù, l’unico che ci mostra il volto vero di Dio non quello presunto. Il fariseo non deve rinunciare alla sua vita irreprensibile, va bene quel che fa, è anche troppo…ma alla falsa immagine di Dio che porta dentro. E noi con lui, per non essere come i destinatari di questa parabola che Luca ben definisce…avevano intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri.

Che il Signore ci doni l’umiltà di non presumere di noi e il desiderio di confidare in Lui.

Domenica XXXa to C-2019

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Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare, perché poi ci si sbaglia su tutto, sull’uomo, su noi stessi, sulla storia, sul mondo (D. M. Turoldo).

Tempo lettura previsto: 4 minuti

In ascolto del Santo Vangelo secondo Luca 18, 9-14

Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

“Intima presunzione”… “Essere giusti”… “disprezzare gli altri”: mi fa morire, Gesssùùùbbello! Credo siano tre passaggi del suo discorso parabolico ai più che ci fanno così bene. Non servirebbe nemmeno leggerla, la parabola. Fermarsi al motivo per cui la inventa e proclama credo sia ben più che sufficiente. Ci riguarda? ci è mai successo di sentire dolciastra nel fondo del cuore o sulla punta delle labbra questa sensazione? Disprezzare poi si può coniugare in tanti modi: basta anche uno sguardo o un sorriso beffardo, un pensiero rapido, un movimento inconsulto delle labbra o del naso che si arriccia. Con che consapevolezza ci mettiamo a pregare? che volto di Dio sentiamo (non pensiamo) di avere davanti – dentro? Cosa vuole  dire per me essere giusto? rispetto a cosa? dove è scritto nel vangelo di doverlo essere?

Quanto ci farebbe bene credo sostare su queste espressioni e sul volto misericordioso di Gesù che ha bisogno di ricordarci, pur con una carezza contropelo, che così non va, non si va da nessuna parte e non si incontrerà mai il volto del Padre. Forse si sentirà addosso il volto di dio ma non del Padre.

Pregare? Omelia XXIXa t.o. C-2019

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(Questa immagine è usata da molti per indicare una preghiera. In realtà, è solo un gesto che simboleggia il dire “grazie” e che è ampiamente utilizzato nella cultura giapponese, esattamente da dove vengono tutte queste emoticon.)

A cosa serve pregare?

1- A perdere la fede! Ho pregato tanto, ma non mi ha ascoltato, cioè accontentato: quel famigliare è morto, quel dolore mi ha toccato, quindi basta non credo più…Dio mi ha abbandonato, è cattivo, estraneo, distante. Essere cristiani è inutile.

2- A fare il proprio dovere verso Dio: è un obbligo morale a cui si è stati educati, bisogna, mattina e sera, frasi belle ma distanti dalla mia vita concreta, quasi una bella filastrocca…Dio è assente!oppure sono molto devoto e bravo, prego bene, vengo a messa, Dio sarà soddisfatto (penso) e così siamo a posto tutti e due.

3-Bo, non lo faccio mai. Che significa? Cosa c’entra? il 80-90% dei nostri cresimati di 2a media non lo fa, non l’ha imparato in famiglia; o le persone che chiedono o pretendono sacramenti (battesimo, matrimoni, funerali) non lo fa perché non serve pregare o venire in chiesa per riceverli, sono riti tradizionali da compiere, nemmeno credere in Gesù, nel vangelo o nello Spirito Santo: la fede è ridotta a galateo sociale o volontariato. Son tanto religioso ma non cristiano. Al limite penso che pregare sia prendersi momenti di riflessione, solitudine, e silenzio. 

Ma con chi? per cosa? si rischia di parlarsi addosso.

4- È la misura della propria fede; la misura non è “prego tanto” ma a cosa ti serve? come? che volto di Dio ti fa incontrare?

Certo che però ascoltando le letture di oggi mica ci viene voglia di farlo. Pregare sempre, dice Gesù, star con le braccia al cielo tutto il giorno come Mosè nella prima lettura? uffa…che fatica, non ho mica tempo anche se sarebbe bello, giusto, doveroso farlo. 

Come si fa a pregare sempre? Serve stordire Dio di pateravegloria tormentandolo come la vedova col giudice? Come è possibile lavorare, portare i figli a calcio, fare la lavatrice, studiare, mangiare, pulire i bagni e aver tempo di pregare? Vediamo di capirci un po’: pregare non significa dire le preghiere, ripetere filastrocche a memoria che non coinvolgono gli affetti o lo stile di vita. Gesù stesso ci ha messo in guardia: «Quando pregate non moltiplicate parole, il Padre sa…» (Mt 6,7). Pensiamo a Mosè nella 1a lettura: stare rivolti verso Dio e assieme, sostenuti!

Pensate alle braccia alzate del sacerdote durante la messa, sono a nome di tutti voi: assieme stiamo offrendo a Dio la nostra vita ma anche accogliendo la Sua potenza per tutti. É sempre NOI, non “io faccio per te Gesù e loro assistono in silenzio allo spettacolo.”

  Pregare è come voler bene, c’è sempre tempo per voler bene, non serve un momento a posta mattino e sera: fai quel che fai ma con uno stile e un motivo diverso dal farlo per fare. Una tavola preparata da un cameriere in trattoria o da una mamma per i propri figli, forse può apparire diversa. Se ami qualcuno, lo ami giorno e notte, senza smettere mai. Vivi come alla sua presenza. Così è con Dio: pensi a lui, lo interpelli, e da te qualcosa si mette in viaggio verso l’eterno, scrive Ronchi. E perché serve farlo?

Non si prega per convincere un Dio capriccioso a cambiare idea o trasformare la realtà. Prego per iniziare (mentre eran in cammino i lebbrosi iniziano a salvarsi!) a guardarla come la guarda Dio, con lo stesso amore, passione, misericordia, attenzione, premura..per tentare di comprenderla come fa Lui. Del resto se è vero che siamo stati da Lui creati a Sua immagine e somiglianza, dovremo pur a poco a poco assomigliargli sempre di più, se non nelle sembianze almeno nel modo di pensare, giudicare…e amare.

Prego per non sentirmi solo con me stesso e soccombere ai miei ragionamenti e schemi mentali; per non perdere la testa e illudermi di avere sempre ragione e diritti; prego perché così divento più umano e scopro la verità di me, non quel che mi viene spontaneo, prego per imparare a dire grazie e sentirmi diverso, fortunato.

 È un atteggiamento interiore di dialogo fiducioso con la propria coscienza in cui il Signore abita e nella quale ci parla, attraverso lo SS..sussurrandoci sempre il meglio per noi qui e ora. Non il nostro bene ma il Suo meglio. É vivere alla Sua presenza. Prego non per essere esaudito da Dio ma perché io comprenda che Lui sta mantenendo le sue promesse. Ecco a cosa serve pregare e perché allora dirsi cristiano è una relazione d’amore, non un impegno.