Tuca, tuca, tuuuca..! – Omelia Xa T.O. – Anno C –

Chissà che cosa è successo, poi..
I miracoli di Gesù: risuscitare, far vedere di nuovo, guarire malati, zoppi, muti.. sono sempre un argomento delicato: l’ha fatto? Sono solo degli esempi, dei segni.. perchè così pochi? E poi?
Non so voi, ma mi provocano sempre un’istintivo desiderio di recriminare e batter cassa. Penso ad un elenco di persone morte, di sofferenze, di fatti e ingiustizie di cui chiederGli conto. Di “perchè, dov’eri, come hai potuto, ti insegnerei io il mestiere..” 
Mi fanno a poco a poco sbattere il muso contro l’idea e l’immagine che mi sono creato di Dio.
Poi mi rassereno e pur ammettendo che evidentemente Lui qualcosa abbia realizzato.. inizio a sollevare lo sguardo dal testo per gustarne l’orizzonte più ampio e il messaggio più vero e attuale; giusto per non restarne amareggiato, invidioso o scettico.
Anche perchè poi.. per quanti miracoli Gesù abbia fatto.. l’unica cosa che non ha ne migliorato ne guarito è stata la memoria di quelli poi.. che se ne andranno.. urlando “Barabba”!
Eppure lo avevano visto, toccato, ascoltato, seguito.. tradito, rinnegato, crocifisso, abbandonato. In una parola: scelto.
Ci sono alcune sfumature di cui non si può non tener conto in una pagina come questa, proprio per comprenderne il messaggio per noi.. non per ascoltarne la semplice cronaca.
E’ vero: il ragazzo viene fatto risorgere, come Lazzaro.. ma nessuno dei due vive ancora. Lazzaro e il figlio della vedova sono morti nuovamente. Non li abbiamo qui immortali tra noi.
Allora il vero miracolo non é stato impedire la morte.. perchè di fatto questi sarebbero morti due volte.. alla faccia! Ma poter guardare alla morte stessa in un modo diverso.
Il ragazzo, dice Luca, si pone a sedere e inizia a parlare: reazione un po’ strana, non trovate? Ma la posizione seduta era quella del maestro, e anzi del vincitore. La assumerà nel giorno di Pasqua l’angelo che farà rotolare via la pietra dal sepolcro.. vi si porrà a sedere sopra, racconta il Vangelo di Matteo.
La vittoria che il Signore ha riportato sulla morte non consiste nel ritardare di qualche anno l’uscita da questo mondo. Non siamo immortali, la vita é un ciclo naturale. Ma é il dopo ad interessarci perchè solo quello orienta il senso della stessa vita terrena. E allora non é questione di essere o meno immortali, ma eterni.
Gesù ha vissuto l’esperienza umana fino in fondo, é passato attravero il sepolcro, non per ritornare a questa vita, ma per entrare definitivamente in quella del Padre. Non come uno cadavere rianimato, ma come un risorto. Una nuova vita, una nuova relazione, una nuova speranza.
Il gesto da lui compiuto in favore della vedova é il segno di questo prodigio immensamente maggiore che egli compie per ogni persona che muore.
Quel ragazzo é risorto. E’ in una relazione nuova con la madre, si dice..”restituito!”. Un figlio morto mica fa venir meno l’identità di genitore. Anzi. Ma se non ci fosse risurrezione, la vita finirebbe, il defunto sparirebbe.. e la donna non sarebbe più ne madre ne moglie. Solo la risurrezione ci permette di non perdere l’identità d’amore che abbiamo conquistato e vissuto fino in fondo.
Di non tornare indietro, ma guardare avanti. Ma da dove eravamo partiti? Dalla morte? No.. vedendola.. dice Matteo.
Bello sto Gesù che prova compassione, che si ferma, incoraggia. E’ il dolore della madre a commuoverlo, non la salma del ragazzo. La vita accartociata della madre non il corpo morto.
Una grande compassione.. il verbo greco parla di un dolore viscerale provato, come doglie del parto: indica un sentimento così vivo e intenso che gli evangelisti lo riservano per indicare le emozioni solo di Dio e di Gesù.
Dio vuol dare speranza e consolazione alla vita nel dolore, non lottare contro la morte. Cerca la madre..
Bello il gesto concreto eppure misterioso del toccare la bara. Mi affascina. Penso al nostro bisogno di toccare, magari un prodotto prima di comprarlo, per esserne più sicuri, conoscerlo meglio. Penso a Papa Francesco che quando passa tutti lo vogliono tocccare, stringere.. penso al modo in cui nei tanti funerali che celebro la gente si metta a toccare, carezzare, baciare la bara del proprio caro. Mi incanta ogni volta. E’straziante, ma drammaticamente e meravigliosamente umano anzi sacro.
Poi noi ci sbracciamo per la razionalità, la logica, la scientificità ed il rigore, per quel che possiamo vedere, toccare e sentire.. eppure poi.. proprio quest’ultimo aspetto lo viviamo in modo drammaticamente umano, disperato, quasi irrazionale.
Un bisogno ancestrale, profondo, insopprimibile in noi.. toccare, avvicinarsi, trattenere, comprimere, nutrirsene, toccare é come far passare vita e storia per quei polpastrelli.. quasi che mentre tocco e stringo quel legno (la foto, un oggetto.. ) il tempo si fermi e si possa ristabilire una relazione tra me e ciò che tocco, quasi a ridare, a scambiare vita, fosse anche solo per un istante..
Quasi che toccando potessi passare la mia vita, qualcosa di me per ricevere per l’ultima volta un po’ di quel mio caro defunto.
Gesù tocca la bara: gesto scorretto e scandaloso a quel tempo, ben sapeva che lo avrebbe reso formalmente impuro e deprecabile. Ma con quel gesto Cristo stesso libera la morte dall’ombra tetra di paura e disperazione che l’avvolgeva. E che sporca di continuo le nostre vite..
E allora penso all’eucaristia, dove per fede noi riceviamo il corpo di questo Cristo risorto. Non siamo noi ad accoglierlo.. é innanzitutto Lui a toccarci, a venire a toccare le nostre vite, ad entrarvi per portare vita nuova, speranza, misericordia.
Lasciamoci toccare da Gesù.. facciamogli spazio, offriamogli le zone morte della nostra esistenza.. abitate dal non senso, dal vuoto, dal senso di fallimento o smarrimento.. sentiamo anche su di noi quella sua grande commozione. Dio ha a cuore l’umanità, nessuno escluso, nessuna morte esclusa. Il nostro primo atto di fede é accogliere il suo volto di misericordia, la sua preoccupazione e apprensione per le nostre vite. La sua volontà di ridare vigore, forza, luce e speranza alla nostra esistenza, perchè lo commuove, perchè é preziosa ai suoi occhi, perchè sente che se non é condivisa con Lui. Preghiamo perchè ci illumini e ci doni un cuore  docile nel lasciarci toccare e ridare vita da Lui. Così allora, come il popolo del Vangelo potremo davvero glorificare Dio perchè ha visitato e continua ogni giorno a farlo, il suo popolo.

Xa T.O. – Anno C

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Lettura dal Vangelo secondo Luca 7,11-17
In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Chissà che cosa è successo, poi..
I miracoli di Gesù.. far risuscitare, far vedere di nuovo, guarire malati, zoppi, muti.. mi provocano sempre un’istintivo desiderio di recriminare e batter cassa. Mi fanno a poco a poco sbattere il muso contro l’idea e l’immagine che mi sono creato di Dio.
Poi mi rassereno.. e pur ammettendo che evidentemente Lui qualcosa – e non solo – abbia realizzato.. inizio a sollevare lo sguardo dal testo per fiutarne l’orizzonte più ampio e il messaggio più vero e attuale; giusto per non restarne amareggiato, deluso, invidioso e scettico.
Anche perchè poi.. per quanti miracoli Gesù abbia fatto.. l’unica cosa che non ha migliorato è stata la libera memoria di chi poi se ne andrà o urlerà “Barabba”.. eppure lo avevano visto, toccato, ascoltato, amato, accompagnato.. tradito, rinnegato, crocifisso, abbandonato.
Bello sto Gesù che prova compassione, che si ferma, che incoraggia e che poi.. “restituisce alla madre”.
Bello il gesto concreto eppure misterioso del toccare la bara.
Penso al nostro bisogno di toccare, al modo in cui nei tanti funerali che celebro la gente si metta a toccare, carezzare, baciare la bara del proprio caro.
Poi ci sbracciamo per la razionalità, per la logica, per la scientificità, per quel che possiamo vedere, toccare e sentire.. eppure poi.. proprio quest’ultimo aspetto lo viviamo in modo drammaticamente umano e irrazionale.
Un bisogno ancestrale, profondo, sanguigno in noi.. toccare, avvicinarsi, trattenere, comprimere, nutrirsene, far passare vita e storia per quei polpastrelli.. quasi che mentre tocco il tempo so fermi e si stabilisca una relazione tra me e ciò che tocco, quasi a ridare vita, a creare vita, fosse anche solo per un istante..
Lasciamoci toccare da Gesù..
Come? Con cosa? Dove? Quando?

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