Xa T.O. – Anno C

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Lettura dal Vangelo secondo Luca 7,11-17
In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Chissà che cosa è successo, poi..
I miracoli di Gesù.. far risuscitare, far vedere di nuovo, guarire malati, zoppi, muti.. mi provocano sempre un’istintivo desiderio di recriminare e batter cassa. Mi fanno a poco a poco sbattere il muso contro l’idea e l’immagine che mi sono creato di Dio.
Poi mi rassereno.. e pur ammettendo che evidentemente Lui qualcosa – e non solo – abbia realizzato.. inizio a sollevare lo sguardo dal testo per fiutarne l’orizzonte più ampio e il messaggio più vero e attuale; giusto per non restarne amareggiato, deluso, invidioso e scettico.
Anche perchè poi.. per quanti miracoli Gesù abbia fatto.. l’unica cosa che non ha migliorato è stata la libera memoria di chi poi se ne andrà o urlerà “Barabba”.. eppure lo avevano visto, toccato, ascoltato, amato, accompagnato.. tradito, rinnegato, crocifisso, abbandonato.
Bello sto Gesù che prova compassione, che si ferma, che incoraggia e che poi.. “restituisce alla madre”.
Bello il gesto concreto eppure misterioso del toccare la bara.
Penso al nostro bisogno di toccare, al modo in cui nei tanti funerali che celebro la gente si metta a toccare, carezzare, baciare la bara del proprio caro.
Poi ci sbracciamo per la razionalità, per la logica, per la scientificità, per quel che possiamo vedere, toccare e sentire.. eppure poi.. proprio quest’ultimo aspetto lo viviamo in modo drammaticamente umano e irrazionale.
Un bisogno ancestrale, profondo, sanguigno in noi.. toccare, avvicinarsi, trattenere, comprimere, nutrirsene, far passare vita e storia per quei polpastrelli.. quasi che mentre tocco il tempo so fermi e si stabilisca una relazione tra me e ciò che tocco, quasi a ridare vita, a creare vita, fosse anche solo per un istante..
Lasciamoci toccare da Gesù..
Come? Con cosa? Dove? Quando?

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