«Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore Dio – in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore». (Am 8,11)
In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Il pane è fatto per essere mangiato, mica contestato. È lo “street food” per antonomasia: la ricreazione a scuola col panino con l’uvetta, la merenda pane e nutella, il panino al volo quando hai fame e non hai tempo, il fantomatico “pranzo al sacco” coi panini lussuriosi grondanti maiale avvolti nella stagnola… e tutti i suoi derivati, a base di pane, dal toast al tramezzino, passando per la focaccia e il trapizzino. Insomma… non ci sono scuse per non mangiare. Jc aveva visto lungo. Lo chiamiamo “fare la comunione”, “andare alla comunione”: due espressioni popolari, tipiche, secondo me bellissime, cariche di significato. A volte ho la sensazione che troppa gente si accosti con incoscienza ed inconsapevolezza all’eucaristia. Come pure che tantissimi non si accostino per motivi superficiali, banali, contestabilissimi… cioè che basterebbe disinnescare in un dialogo qualche “pippa mentale religiosa” e si potrebbe tornare a fare merenda. Credo che l’espressione “andare alla comunione”, cui la liturgia ci invita, nella Parola e nel Pane, sia l’invito più bello…dovrebbe debellare quasi tutte le pippe mentali. È un invito, come fai a dire di no? al limite solo per comodità. Ci attira a se. Invito ad una relazione “nutriente”, per stare bene. Non un premio, non qualcosa da meritare ma da fare. Infatti ecco il “fare” la comunione: qualcosa di cui hai bisogno di cibo (nutrimento, forza, coraggio, audacia, sostegno) per farla, cioè costruirla, assemblarla, sceglierla, costruirla, incoraggiarla… andiamo alla comunione, per fare costruire comunione. Mica per meritare Gesù. Ma perché ci chiede questo. “Corpo di Cristo” forse non è solo una dichiarazione di quel che stai per mangiare… a cui dire “ok, amen (lo so!); magari è anche un invito. Diventa, sii, scegli di essere corpo di Cristo. Cioè parte della squadra. Nessun becero intimismo devuoto. Ma guardarsi attorno e sentirsi parte di un tutto più grande che dà senso a ciascuno. Diventiamo tutti parte del Corpo di Cristo che non ha altri mezzi, altre membra, altri strumenti che noi. Lui si scioglie in noi per trasformarsi in noi, in gesti, sguardi, sentimenti, attenzioni, premure, scelte. Si, noi. Preti, suore, genitori, fratelli, sorelle, cognate, nuore, maritimoglicompagnicompagne, lavoratori, studenti, disoccupati, sani malati, di destra o sinistra, per la mortadella o il crudo, vegetariani o sovrappeso. Siamo solo noi, direbbe Vasco. Lui ha solo noi: JC si affida a noi, perché rifiutarsi di mettere la maglietta, fare riscaldamento e scendere in campo? Il pane si fa Corpo, il corpo impara a farsi pane. Funziona così. Chiediamo al Padre di attirarci a lui: di riconoscere in noi e attorno a noi, sia nei volti, che nelle storie, che nei dettagli (il vento, il tramonto, un buon libro, un dettaglio) che lui ci attira a sé. Epressione bellissima. Non siamo noi che cerchiamo Dio, che vogliamo capirlo, spiegarlo, giustificarlo… trattandolo di fatto come un argomento o un oggetto o una teoria. Noi siamo cristiani perché di fatto già umanamente “bucati” ma circondanti da un Dio che ci attira a sé in mille modi diversi. Uno su tutti: la libertà di accorgercene, decifrarlo, fidarci e … diventare buoni come il pane.
In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
L’inaugurazione di un negozio, dopo la benedizione, un buffet spaventoso ad una festa, gli antipasti del matrimonio serviti in piedi nel parco, il rinfresco successivo ad un convegno, il banchetto prima di una cena, in un momento di festa qualsiasi. Ogni volta che vedo uscire il vassoio di calde e croccanti olive all’Ascolana, io penso sempre “E adesso scatenate l’inferno”… e, senza dare nell’occhio, mi ci avvicino in balia del più basso istinto belluino. Ad un rinfresco non si fanno prigionieri. Ad un rinfresco, ammettiamolo, diamo il peggio di noi: non esistono più parenti, amici, ospiti o invitati. Solo avversari, anzi, peggio…nemici. In un rinfresco esistono solo nemici. Credo sia da qui, dalla nostra più inconscia debolezza gastronomica che dobbiamo ascoltare questo vangelo. Anche Gesù è circondato da chi lo segue solo perché ha mangiato a sbafo fino a saziarsi…e che poi, riluttante, fa finta di non capire e protesta con innocenza dicendo che dopo tutto “i nostri padri hanno mangiatola manna”… con una malcelata invidia. Il Vangelo è tutto qua: assumere la consapevolezza che passa tra la ricerca spasmodica di “segni” e il bisogno religioso devuoto compulsivo di “fare le opere del Padre”. Insomma: pur di non accettare lo scandalo e la pochezza di Gesù sigillo, si farebbe qualsiasi cosa. Serve solo credere in Chi è stato mandato. E che dà la vita per te, per tutti…e a sbafo. Ecco il pane della vita. Il nutrimento. Non la soluzione. Il cibo, non il risultato, l’equipaggiamento, non la risposta. Lui si fa cibo per diventare intimo a noi stessi e trasformarci in Lui. Non siamo noi che lo mettiamo in un angolino dentro al nostro cuore ma diventiamo parte di Lui, del Suo corpo. Equilibrio non facile, passaggio non immediato…ma almeno non ci saranno più nemici ostili, pronti ad usurparci il vassoio di olive all’Ascolana e trangugiarsi l’ultimo calice di prosecchino fresco alla faccia nostra. Ma è questo il senso più profondo di quel prodigioso e disilluso “amen” che tra stasera e domani saremo chiamati a dire durante la messa. Che il Signore ci doni vassoi pieni di… questo pane, per non avere più fame-sete, domande e urgenze, dubbi e perplessità. Nei prossimi giorni cerchiamo di far risuonare in noi l’atto di fede che siamo diventati, assieme, corpo di Cristo e…
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
Lo scandalo: significa letteralmente “pietra di inciampo”. Ti fa vacillare, perdere l’equilibrio e magari cadere. Gesù è così per loro. Troppo scontato, famigliare, vicino. Mi pare di sentire tutte le occasioni in cui mi capita di trattare con eccessiva confidenza la Scrittura: ah, sì, quella pagina…oh, certo, questo salmo, com’è bello; carina quella parabola dove ci dice che… ah, ecco le beatitudini, un pizzico di senape, qualche giglio del campo, un po’ di pesce arrostito, due farisei permalosi, un po’ di folla che insegue, i discepoli che chiacchierano, una frase ad effetto, un cieco che ci vede e.. il gioco è fatto. Stiamo addomesticando il Vangelo. Ci scandalizza? no? appunto. Non è più inedito, inaudito, inesplorato; non è più buona notizia. Qualcosa non va. Magari siamo ancora i cristiani che sentono di dover “rispettare tutti”. Ma non è così. Il rispetto non è un valore per noi cristiani. SI, avete letto bene. Nel Vangelo, JC dice che siamo chiamati ad amare anche i nemici. Non a rispettare. Si rispettano i confini. Le regole. Le persone si guardano con amore e si cerca di trattarle con premura, come direbbe Mt7 ..come vorremmo essere trattati noi. Altro che… fateci caso. Quando uno invoca in una discussione il rispetto, in genere alza le mani… come per arrendersi. Ecco perché non vorrei nessuna aggravante di reato e nemmeno nessuno decreto che distingua categorie di persone da proteggere più di altre. Non basta il valore di persona? O tipo quando sbaviamo di frasi motivazionali tipo che la mia libertà finisce dove inizia la tua ecc. ecc. Ma questo non è il Vangelo. Oppure quando diciamo che se uno ha un problema con me, può venire a parlarmi, io lo accolgo. JC ci dice che se sospettiamo che qualcuno abbia qualcosa con noi..siamo noi a doverlo cercare. E che, si ok, la guancia da porgere la sappiamo, ma dare più di quel che ti viene chiesto, es. il mantello… oppure di fare un km in più con chi ti … Insomma: quanto ci fa bene ogni tanto ripensare al rischio di annacquare il messaggio cristiano sciroppandolo di buoni sentimenti, volemosebbbene, rispetto, diopatriafamiglia, direlepreghiere, farelacomunione, perdonare tuttoatuttisubito… JC ci conceda pagine indigeste e parabole scomode, il desiderio di strapparle dalla Bibbia, Gocce da glissare e la sensazione che va bene lo stesso se percepiamo una distanza da Lui e dal suo messaggio. Non è condanna. Ma solo strada da fare. Non stiamo inseguendo nessuno. Non abbiamo i punti da raccogliere per i piatti in ceramica al supermercato. Abbiamo solo uno che non deve solo e sempre somigliarci, pensarla come noi e avere guarda caso, il nostro stesso buon senso.