Commemorazione di tutti i fedeli defunti – 2025 durante Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni 6, 37-40

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. 
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Vi presento la mia spatola di silicone. Un regalo graditissimo, in bianco nero poi, di alcuni anni fa dopo una cena. Non è un oggetto così comune nelle cucine ma insegna e dà l’opportunità di raccogliere davvero tutto (e magari di cucciarla alla fine!) da un vaso di Nutella, una pirofila carica di ragù, una pentola sporca di sugo… Insegna davvero a non buttar via niente dicendo “ma si, è finito, non ce n’è più“. Con essa, ce n’è sempre un po’ che non va sprecato. Portate pazienza ma mi viene in mente proprio questo vangelo. Gesù ci assicura che Dio non butta via nulla, non vuole perdersi nulla di noi. Di quel che ci ha dato e ora raccoglie, anche grazie al figlio Gesù. Oggi la commemorazione dei defunti potremmo vederla anche da qui. Fervono le pulizie in cimitero, si prenotano e vendono fiori ad hoc, i preparativi per Allouin ormai sono scontati… Potremmo metterci a ricordare i nostri cari, come pure ricordarci di noi, di come stiamo vivendo, affrontando il rischio di riconoscere nelle nostre vite qualcosa di atrofizzato, non vivo, morto! Permettete alcuni passaggi un po’ densi: Gesù ci annuncia che Dio ci ha dati a lui. (“Egli mi ha dato”, sta parlando di noi, delle nostre identità e vite!). Riusciamo a contemplarci così? Nel pensiero e nelle mani di Dio, nel suo cuore. Dio ci affitta e affida a Gesù: e questo per farci vivere sempre più da risorti, senza più paura di morire o non vivere. La relazione con lui, mediata dalla chiesa in tanti modi, ci dona la vita eterna. “Abbia” significa un desiderio possibile adesso, non è al futuro, ma al presente. E verremo risuscitati. Credo sia bello oggi tenere assieme come sempre le due metà di questa festa, tra defunti e santi, chi ci ha preceduto. Possiamo sentirli accanto ma sentire anche la nostra vita accanto a Lui. Infine, la spatola: una visione della vita così non fa distinzioni, come spesso ancora pensiamo in maniera banale, tra materiale (brutto!) e spirituale (bello!) … come se parti della nostra vita, le più concrete, pratici, sensibili e sensuali…non fossero buone ma sconvenienti… ma siamo esseri materiali con una vita spirituale, viviamo da risorti, con quella vita nuova che ci è stata installata dentro dal battesimo e ci permette sempre una qualità differente e liberante di quello che siamo. Il Salvatore, la salvezza è proprio questo. Lui non butta via nulla di noi, ci aiuta ad accoglierlo e offrirglielo perché lo bonifichi e ci salvi proprio così. Liberandocene…assieme a Lui.

Domenica XXVIIIa t.o. ’25 – C

Dal Vangelo secondo Luca 17,11-19

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. 
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Ma come, Gesùùùbbbeeello…. e che… domenica ci hai detto di far pace con la sensazione di essere “servi inutili”, di non preoccuparci, stare “scialli” e adesso sei permaloso perché solo uno su dieci è tornato a dirti “bravo, grazie, bella lì”? Come la mettiamo? Ci sei o ci fai? Calma: effettivamente siamo portati a ricordare questo racconto pensando a quanto fosse stato ben educato il samaritano tornato a ringraziare. Ma Gesù è più fine… dice infatti “a rendere gloria a Dio“: cioè il samaritano (quindi un pagano ateo miscredente maledetto…) è l’unico che ha capito che Gesù è il mediatore della salvezza da parte di Dio e non lui un guru da ringraziare. Non è cosa da poco: gli altri 9, comunque obbedienti, hanno continuato a credere che la salvezza venga da pratiche religiose legate al tempio e alla tradizione, sono andati dai sacerdoti per la verifica di rito e a posto così. Dieci poi è il numero della totalità ed è impossibile che fossero nel villaggio: i lebbrosi, considerati maledetti e castigati da Dio per chissà quale peccato interiore, in genere vivevano soli e isolati, chiamati a urlare di non avvicinarsi a nessuno perché contagiosi. Forse qui Luca in questa pagina simbolica di catechesi ci dice che nel villaggio… ci sono tutti quelli che vi abitano naturalmente, tutti noi… che abbiamo qualche lebbra che ci consuma, allontana, stravolge, anestetizza. Aggiungo al volo: non chiedono guarigione ma compassione, tenerezza, di non essere scarti, di venire trattati da esseri umani. Infine Gesù non è puro fariseo che allontanava i peccatori e i lebbrosi per paura di contaminarsi ed essere impuro, no! Li tocca, li frequenta, li incontra ben sapendo che gli costerà cara, questa scelta di solidarietà e vicinanza ad oltranza… aggiungendo un altro increscioso tassello a quanto poco venisse considerato credibile come maestro e messia. Ma Lui sceglie di stare dalla parte degli esclusi e dei reietti, prende la rincorsa perché nell’itinerario delle nostre vite, nessuno resti indietro, dopo o ultimo. All’ultimo posto c’è lui e tutti noi veniamo, per fortuna e per dono gratuito…dopo!

XXVIIa Domenica t.o. C ’25 durante Cristo

momento anni ’80-’90… pubblicità di un grande magazzino di mobili…

Dal Vangelo secondo Luca 17,5-10

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». 
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Continue, concrete, semplici scelte di affidamento al Padre che decidiamo nella nostra coscienza e di cui siamo responsabili per noi, per gli altri, per la realtà. Ecco la fede. Che non “aumenta” o “diminuisce”, se non di frequenza. Cioè del numero di volte in cui la metto in pratica. Come? Con quelle più o meno continue e spontanee scelte concrete di sospendere quel che mi vien su di umano e fidarmi del punto di vista del Padre. La fede in sé non esiste. Esistono solo gli atti di fede, appena descritti. Ho fede nella misura in cui compio questi atti. Queste scelte continue che piano piano saranno così frequenti da diventare un atteggiamento. In mezzo a paure, dubbi, scetticismi, resistenze al cambiamento (conversione). Sentire dentro di sé questi tre passaggi. Giovanni nel cap. 17 ripete tante volte il verbo “rimanere” dei tralci alla vite per portare frutto. Dio parla per primo nel nostro cuore e ci ispira e suggerisce qualcosa che ci faccia bene (come Figli, come cristiani, come fratelli e sorelle nel battesimo); subito dopo arriviamo noi e pensiamo di allontanarci, chiuderci nel dire “no, forse, dopo, domani, non …”; quindi decidiamo di fidarci e rimanere, scegliendo concretamente di seguire la Sua ispirazione. Per esempio: passo davanti ad una chiesa e vedo il portone d’ingresso aperto. “potrei entrare per un minuto” (ecco l’ispirazione del Padre per farci stare un po’ in pace con Lui, che ci parla per primo nella coscienza); “Non ho tempo, è tardi, mi stanno già aspettando, non so cosa dire, tanto domenica andrò a messa, sarebbe bello, di sicuro la prossima volta...” (ecco la resistenza, il nostro io solo umano che ci fa chiudere -salva te stesso- nell’orgoglio, nell’autonomia, nella pigrizia superba del poter bastare a noi stessi o essere irrecuperabili… e sempre con grandi belle scuse lecite e giustificazioni credibili; ora sono a un bivio: di chi mi fido? Del Padre che mi ha ispirato…entro e sto un minuto. Di me…e proseguo, convinto di aver fatto bene, anche se…

Applicate questa dinamica a quando potremmo fare del bene a qualcuno ma… o quando mi accorgo di una cosa bella, buona, emozionante ma poi invece di ringraziarlo non ci penso più, quando sento un vangelo che mi annuncia che io sono amato, mi emoziona ma poi penso a tutti i miei casini e peccati…e lascio perdere. A quando penso potrei accostarmi alla riconciliazione, mettermi a pregare, confrontarmi con qualcuno, iniziare un servizio in parrocchia, leggere un libro sano di spiritualità, partecipare a delle serata interessanti di aggiornamento o formazioni previste in parrocchia, assumermi delle responsabilità…. ma poi…e quindi scelgo… lo faccio, tiro un sospiro di sollievo, mi accorgo che non era poi così difficile e mi sento felice. Non ho fatto nulla di utile. Ho fatto solo quello che, cristianamente, ero chiamato a fare, come un servo che decide che la propria vita, se non serve a qualcosa, non serve a niente e si butta via. Ecco la dinamica interiore continua della fede in noi. Buon lavoro. Provare per credere.