Almeno a Natale, e dai… Omelia S. Natale 2018, messa della notte

Ci siamo: è Natale. 24 ore…da adesso fino a domani. In quante occasioni diremo una parola precisa: “almeno”. Almeno a Natale comportati bene, fa il bravo, almeno a Natale stiamo uniti, andiamo dai tuoi, almeno a Natale vado a messa e a confessarmi, almeno a Natale non brontolare, vestiti bene, fa una telefonata alla nonna, stai a tavola con noi e chiudi il tablet, almeno a Natale siamo solidali, tutti più buoni. “A Natale puoi… fare quello che non puoi fare mai….è Natale si può fare, si può amare di più”. 

Ovviamente la nausea nasce spontanea. Ci scagliamo con forza contro l’ipocrisia del Natale, come se fosse la peggiore in cui siamo immersi quotidianamente…perché o sempre o mai…o tutti i giorni ecc. Come sembriamo convinti e indignati nel riprendere gli imbecilli che ci credono. Già.      Scusate ma……. il problema qual è? Almeno a Natale? E’ -comunque- meglio- di niente!

Ben venga allora…permettersi di essere un po’ più umani. Ma non tanto per fare ma forse per vedere che effetto fa. Magari a qualcuno piacerà. Si scoprirà davvero migliore. Fare del bene, essere uniti, amare..non ha mai fatto del male a nessuno, fosse anche solo per un giorno. Che problema c’è? Non hai nulla da perdere. Se c’è una cosa ormai ritenuta direi terapeutica è fare il bene. Era ora che alcune scuole iniziassero a punire gli studenti bulli o vandali in maniera seriamente educativa: invece di sospenderti lasciandoti a casa nell’ozio davanti al computer per una settimana, ti mandiamo a far servizio con disabili o anziani. Ti rieduchiamo mettendoti nelle condizioni di ritrovare la tua umanità. Vero che è obbligato ma…il fine in questo caso giustifica i mezzi. L’idea di base è che il prendersi cura ti fa bene. Hai davanti una persona che ha bisogno di te perché in difficoltà e questo a poco a poco ti addomestica, ti provoca, fa reagire emotivamente contro paure ancestrali, timori, imbarazzi; impari ad accorgerti, avere empatia, essere premuroso, resiliente, a sentirti utile e avere uno scopo. Mentre ti curi di quella persona impari a poco a poco a prenderti cura di te stesso, delle tue paure e fragilità, delle ferite, mettendo da parte grumi di orgoglio, rancore, rabbia, risentimento con cui il tuo cuore si è ghiacciato. Amando… ti amerai. Noi quando amiamo, torniamo a vivere. Restiamo giovani… “Quando faccio qualcosa di bello per qualcuno, mi ha confidato un ragazzo durante la riconciliazione, io sento caldo nel cuore”…mi son commosso! un corpo caldo è vivo! gli ho detto, bravo!     E’ bellissimo: tentare di recuperare persone che hanno sbagliato perché umanamente azzerate ricreando loro le condizioni per poter tornare umani. Fosse anche con la terapia con gli animali o i lavori socialmente utili. Fare il bene, fa bene. Da questi casi fino ai tanti esempi di volontariato sociale, umanitario o parrocchiale..    Se non lo fai, peggiori, sei disumano. Pensate all’omissione di soccorso per strada, è reato penale non prendersi cura di chi è ferito! E siamo d’accordo perché l’indifferenza uccide, l’anima innanzitutto! Allora è bello concedersi o meglio riconoscere questo. Anche perché se permettete, è questa la pedagogia di Dio.  Cosa stiamo festeggiando questa notte? 

Dio a Maria non ha detto di essere brava o credente ma di prendersi cura di suo figlio. Ce ne rendiamo conto?

Dio non ha mandato un re potente, vittorioso, autoritario e dai mille poteri magici. Ma un bambino. Perché ciascuno imparando a prendersi cura di Lui, imparasse a prendersi cura di sé. È stato messo in una mangiatoia, e noi ce lo lasceremo appoggiare sulle mani venendo alla comunione. Prendiamoci cura di Lui per alimentare la nostra fede, evangelizzare le nostre idee mortali e atee di Dio, ridare vigore, sapore, speranza alla nostra vita. Quando accetteremo il modo in cui Dio ha voluto raggiungerci? Donandoci un fratello di cui prenderci cura, Gesù Cristo. 

Con quante idee sbagliate su Dio e i valori cristiani continuiamo a flagellarci per niente. Gesù ha indicato al mondo il buon samaritano che si è preso cura di chi aveva bisogno.

Non vuol dire fare del bene, noi veneti siamo bravi ma ci perdiamo il succo poi…significa che Dio si prende cura di te mentre tu impari a prenderti cura degli altri. E così ti prendi cura di te e non vivi più a caso. Non è volontariato, è fede che è il Signore il nostro salvatore e ci salva da quanto ci rende sempre meno umani e più atei devoti. Bellissimo. Amando impariamo a riconoscerci amati dal Signore e facciamo pace con noi stessi!

      C’è un’altra pubblicità invece intelligente e delicata: di una nota marca di pile. Babbo Natale ha portato i regali e il famoso orsacchiotto entra in scena, aggiungendo le pile ai giocattoli, in modo che i bambini aprendo i regali vi possano subito giocare. E lo fa senza farsi vedere, paradossalmente, senza farsi “pubblicità”.

È successo a tutti credo: io avevo desiderato tantissimo una macchinina col radiocomando…non credevo ai miei occhi scartando il regalo. Ma mancavano ovviamente le pile, costretto così ad attendere il 25, il 26 e la sfortuna volle pure il 27 che era domenica. Così continui a giocare con la scatola rosa del pandoro coi buchi per gli occhi…

Dietro questa pubblicità c’è lo spunto opposto all’altra, tutta la premura, l’attenzione, la capacità di prevedere e accorgersi, prendere l’iniziativa e farlo senza farsi vedere. Quanto sono indispensabili questi atteggiamenti per avere cura davvero delle relazioni, in maniera artigianale e precisa. Ecco la pedagogia di Dio, ecco il succo del vangelo, lo stile con cui Gesù ha vissuto e ci ha chiesto di imitarlo..quando si prendeva cura della vita e della dignità di tutti, gli ultimi in particolare, quando diceva…l’avete fatto a me… di tutte le cose che avremmo fatto a chi ne avesse avuto bisogno. Siamo sempre in questa triplice relazione d’amore, guai se se ne inceppa una…amati per amarci e per amare. Non solo a Natale, ma giorno per giorno, nel viaggio della vita, con Lui, illuminati da questa luce che vuole rifulgere nel buio dove l’egoismo, la rabbia e l’orgoglio indifferente ci vogliono spegnere. Chiediamo al Signore di accogliere quella luce, permettendoci di imparare a prenderci cura di Lui perché così ciascuno si prenda cura della qualità della propria vita e di quella degli altri.

E non certo almeno a Natale, ma giorno per giorno…camminando nel Suo nome, sentendo il caldo nel cuore, che pulsa di una nuova vita.

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La bellezza dell’essere lievito madre… Omelia IVa Avv. 2018-C

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Davide Stupazzoni e Matteo Peraro: chi sono? due operai di Verona che per mesi, senza stipendio, sono andati ogni giorno nella loro azienda ormai fallita, la Melegatti, a tenere in vita il lievito madre, per continuare ad avere pasta buona per produrre i famosi pandori; ora che la fabbrica riapre, il loro gesto caparbio si è rivelato non più suggestivo o struggente ma indispensabile.

Hanno custodito il corpo fondamentale della loro attività; innanzitutto la speranza (e se l’azienda non avesse potuto riaprire?), poi il nucleo vitale da cui poter ripartire.

   Credo sia un po’ quello che noi cristiani siamo chiamati a fare. Gesù stesso è quel lievito madre: il suo corpo vivo, risorto, ci costituisce chiesa di battezzati, vivi, affidandosi a ciascuno di noi.

  Queste letture ci aiutano: l’autore della lettera agli Ebrei, ci fa come ascoltare di nascosto Cristo in preghiera: ribadisce per 8 volte che a Dio non interessano sacrifici, olocausti, offerte… anzi, che non gli è gradito, non lo ha voluto! Sono espressioni schiette!

   Carissimi, mi rendo conto che questo possa turbare alcuni tra voi ma la Parola è potente e liberante. Ci chiede di metterci sempre un po’ in discussione rievangelizzando quanto abbiamo capito o vissuto. Ma ci hanno insegnato così, potrebbe sbottare qualcuno. Lo sappiamo: il fioretto, il sacrificio, la rinuncia: una sorta di mercimonio che Gesù stesso aveva condannato assieme ai mercanti del tempio e a quanti facevano della casa di suo padre un mercato, di Dio, uno da tener buono e far contento, ricordate? 

  Gesù continua ad annunciarci la fine di una religiosità del merito, della conquista, delle pratiche anestetiche, di un Dio di cui aver paura e da addomesticare. Insomma delle cose da fare. Dove ci ha portato questo modo di credere? Al fare…sempre meno o per forza, fino a stancarci, delusi o rassegnati, a lasciar perdere, a recitare la parte del bravo cristiano che adempie le cose da fare ma come uno schiavo, senza sentirne utilità, sapore, vita. O al limite al barattare le cose da fare per gli altri con quel che Lui vuol fare per noi: non serve andare a messa se io son disponibile con altri. Insomma ad un ateismo religioso. Gesù invece ribadisce che Dio gli ha preparato un corpo, vivo come quel lievito madre.. è Dio che dispone come fare esperienza di Lui, non noi e le nostre abitudini in buona fede!

 Dio innanzitutto ha chiesto un corpo a Maria ed Elisabetta; nel vangelo, quei corpi fanno risuonare come germogli, i corpi di Gesù e del Battista. Dio ha scelto di aver bisogno di un corpo, di una vita concreta per raggiungerci. Il nostro è un Dio della vita, che cerca relazione con noi, non soddisfazione e per questo ci raggiunge nel suo figlio.  Ci offre infatti il corpo di suo figlio, deposto in una mangiatoia, luogo del cibo che nutre la vita..fino a donarla sulla croce. Battezzati in Lui diventiamo, guarda caso, corpo di Cristo: noi le membra, la chiesa è il corpo e Cristo il capo, secondo le parole di S. Paolo ai Colossesi. Bellissimo. Cosa diciamo nella Preghiera eucaristica? ti preghiamo umilmente: per la comunione al corpo e sangue di Cristo lo SS ci riunisca in un…solo corpo. Interessante…la mangiatoia già prevede l’eucaristia.

 Il corpo è l’unica cosa con cui siamo venuti qui a messa, l’unica con cui usciremo, però ristorati dall’incontro di salvezza col corpo di Cristo e con la sua Parola. Il nostro corpo è la vita che siamo. I 5 sensi con cui viviamo in relazione con noi stessi, gli altri, le cose, Dio e la nostra casa comune, il creato. È l’unico strumento con cui possiamo vivere, amare, accogliere, essere generativi.   

Col quale essere cristiani, capaci cioè di dare stile cristiano, evangelico alla nostra vita. Con questo corpo Gesù invita a fare la volontà di Dio. Fatti, non parole. Non chi dice Signore Signore …ricorda Gesù ma chi fa la volontà del Padre. Io vengo per farla…lo chiediamo nel Padre nostro, sia fatta la tua volontà. Quante volte riusciamo a pregare così, con tale desiderio? 

Io vengo per fare la tua volontà e mi dai un corpo, cioè una vita concreta, 7 giorni su 7, non pratiche devote ma una vita pratica da far profumare di vangelo. Una vita che diventi buona notizia. Questa è la Sua volontà, risponderà Gesù a chi gli ricordava che i suoi lo cercavano. I miei son chi fa la volontà sul Padre mio.. attraverso il proprio corpo: mani, abbracci, sguardi miti, passi in avanti o a fianco, orecchie disponibili ed empatiche, gesti di carità premurosa che sa accorgersi ed intervenire. 

In questo modo il regno di Dio continuerà a crescere, proprio come quel lievito madre per i pandori a Verona…che caso, la stessa parabola che Gesù ha raccontato nel vangelo di Matteo, saper essere lievito che fa fermentare la pasta..

Da oggi forse, i nostri pandori, avranno un sapore diverso…

IVa Domenica Avvento 2018 – C

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In ascolto del Santo Vangelo secondo Luca 1,39-45

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Di solito, per venderla o giustificarla meglio, si dice che Maria corre da Elisabetta, felice, per aiutarla nel parto…a voler dimostrare subito i natali veneti della madonna iperattiva: resta da capire cosa ne sapesse una ragazzina di 12-13 anni di puerpere, gravidanze e parti; come del resto del fatto che arrivando lì al sesto mese se ne vada dopo tre, cioè al nono, proprio quando insomma partorisce. Ma lasciamo perdere…

Queste due donne sono una Bibbia: l’antico testamento incontra l’iniziale nuovo. Ponte tra Dio e Suo figlio Gesù. L’inizio della storia nuova, dei tempi nuovi è affidato a delle donne. Come del resto l’annuncio della risurrezione. E mentre Zaccaria, marito sacerdote devoto e giusto di Elisabetta. è muto perché non si fida (interessante…) la moglie festeggia con la cuginetta e i loro grembi, i loro corpi sussultano. I due pargoli, i cucinotti Giovanni Battista e Gesù si sono riconosciuti e salutati, come possono, certo.

Come si fa ad “inventarsi” una delicatezza simile? Divina… L’una conferma l’altra nella propria vita e missione. Potrebbe risultare interessante chiederci, ormai a Natale imminente, quale promessa sentiamo il Signore ha da rivolgere alla mia vita personale. Non cosa vorrei, cosa mi aspetto e nemmeno cosa posso fare per Lui: ma quale volto di Dio mi sta per essere annunciato e come lo posso accogliere. Mi promette che… e quindi gli farò spazio, lo accoglierò, darò fiducia a questa nuova prospettiva in me di fronte a Lui…

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