Aggiungi un posto a tavola… Omelia XVIa domenica t.o. C ’22 durante Cristo

Quando vado a cena da Stefano e Paola, è normale mi tolga le scarpe e stia scalzo con loro e come amo fare. Da Edoardo e Cristiana ho anche le mie ciabatte e un angolo fisso del divano. Diego e Luca hanno delle ciabatte loro, qui in canonica e sanno dove prendersi i bicchieri e la roba per un aperitivo.

    Oggi la Parola di Dio ci accoglie parlando di accoglienza.

Ombra, riposo, acqua, piedi lavati, latte fresco e panna, un vitello tenero e buono, focacce: Abramo si fa in quattro per i suoi ospiti. Si dichiara loro servo. Essi non chiedono nulla ma lo lasciano fare. Si lasciano accogliere. Una famosa icona russa del 1400 di Rublev, descrive questa scena con tre Angeli, a raffigurare la Trinità, cioè Dio, il Signore, accolto da Abramo.

   Così come Gesù nel vangelo; dopo una giornata di annuncio e missione coi discepoli, cerca da solo dover poter stare, desidera la compagnia degli amici Maria, Marta e Lazzaro. Non so se avesse le sue ciabatte a casa loro ma fervono i preparativi: li fa Marta, indaffarata e sola. E nasce qualche dissapore, che Gesù usa per dare un messaggio importante. Questo vangelo non vuole certo superficialmente dire che la cosa fondamentale è pregare e non il fare… né contrapporre la vita attiva alla contemplativa, come fossero ordini religiosi di suore.

Penso a quante volte bestemmiamo cercando di barattare banalmente il fatto che facciamo per gli altri e questo basta per dirci cristiani sostituendo la messa, la preghiera e i sacramenti, cioè quello che Dio vuol fare per noi con quanto presumiamo di fare noi indaffarati e devuoti in suo onore. Quando crediamo e sventoliamo il fatto che essere cristiano sia fare per gli altri, essere bravi e generosi e NON (MON DIEU!) e non che è Dio Padre a voler fare qualcosa per noi, tipo mandare Suo figlio per noi ecc. ecc. le solite cose del catechismo, insomma.

Ma entrambe le pagine ci annunciano un preciso volto di Dio che noi spesso non consideriamo ma ci fa tanto bene accogliere. Quello di un Dio che vuole essere ospitato e accolto dalle nostre vite, nei cuori di ciascuno, senza meriti o pudori .

Un dio che non è sul trono, in alto lassù, permaloso coi nostri caratteracci e impaziente che ci convertiamo entro sera, come spesso sotto sotto pensiamo.. ma felice se gli diamo ospitalità nella nostra esistenza. cfr statua… lassù ma felice e impaziente di accoglierci qui a casa sua.

Ap 3 sto alla porta e busso se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre..ceneremo assieme. Dio bussa alla porta, non si impone, fa proposta d’amore, come un innamorato che vuole conquistare il cuore della persona amata. Prima di testimoniare che essere cristiani è fare sacrifici, fioretti, meritare paradisi e far tanto pa a cesa… forse sarebbe bello…sarebbe stato anche il caso, per fedeltà alla Parola e non solo alle tradizioni, di annunciare questo volto di Dio. Di come Gesù non abbia paura o riguardo a mostrarsi bisognoso di tenerezza e amicizia, di una casa in cui non serve chiedere permesso ma sentirsi appunto di casa.

Che non viene a riscuotere le nostre devozioni o pretendere chissà cosa ma vuole che ci occupiamo di lui. Lo ascoltiamo, frequentiamo, lo rimettiamo al centro e a fianco dei nostri pensieri.

Che effetto fa pensarci? Accoglierlo, pregare per questo, per fargli posto nella nostra vita, come Zaccheo che si vede costretto ad invitarlo a casa, Matteo che gli organizza il pranzo tra pubblicani, prostitute e peccatori…e lui si lascia accogliere, vuol stare con loro. Come facciamo ad accoglierlo e prenderci cura di Lui? Già permettersi di poterci pensare degni di farlo è un lusso che in genere non concepiamo e ci scandalizza. Ma quell’oggi devo fermarmi a casa tua, è rivolto a ciascuno di noi. Non gli interessa trovare tutto perfetto, ma cuori disponibili, sporchi e incoerenti, con cui stare e da addomesticare, cioè evangelizzare cioè da salvare. Portargli queste ciabatte credo sia sufficiente: le ciabatte della nostra disponibilità a vivere questa sua accoglienza, di una umiltà sincera che rinunci a voler capire e spiegare tutto, le ciabatte di una riconciliazione celebrata con cura, di una preghiera che parta da quel che stiamo vivendo, patendo e ci emoziona, non da idee, sensi di colpa o del dovere. Le ciabatte di un confronto liberante che ci faccia magari accedere all’eucaristia. Cos’è del resto la messa se non un accoglierLo continuamente: nella Parola, nel corpo-sangue, nel perdono… E’ bello infine ricordare che in italiano la parola ospite si riferisce tanto a chi arriva, quanto a chi accoglie. Dicendo così reciprocità e relazione. Lo Spirito Santo, nel Veni Sancte Spiritus, viene definito “ospite dolce dell’anima”.. gli diamo ascolto? lo invochiamo? Chiediamo al Padre di illuminarci su come potergli offrire accoglienza e ospitalità nella nuova settimana in cui ci chiederà di fargli posto, di dargli un paio di ciabatte… anche se con sto caldo si starebbe pure bene scalzi, come da Stefano e Paola.

Dio non si lava mai le mani… Omelia Domenica XIVa t.o. C

I vostri nomi sono scritti nei cieli

I vostri nomi… immagine efficace, bella, che speriamo si fissi in mente e soprattutto nei nostri cuori… ma perché? 

>>Riguarda il modo in cui io mi metto e sto davanti al Padre…

1) Significa che non siamo numeri, anonimi, dimenticati o ignorati (ammettili alla luce del tuo volto) (Isaia..Dio ha i vostri nomi sulle palme delle mani) il padre chiama ciascuno per nome, ci conosce, nome è identità, storia, vicende, esperienze, gioie e dolori, tutto.

Nel vangelo di Gv, Gesù dice che c’è un posto per ciascuno di noi.

Non significa…allora che non mi verrà il tumore, nemmeno che mi passerà, che sarò automaticamente felice né che sarò in pace, che non farò incidenti, che avrò o meno figli, che andrà tutto bene. No. Ma che Lui non è indifferente a tutto quello che sto vivendo, ma gli interessa, non sono solo di fronte alla realtà più dura e posso perfino prendermela con Lui, vuole accompagnarmi ad accoglierla, attraversarla e viverla. Dargli un significato, di gratitudine o speranza, alla luce del vangelo, buona notizia.

Significa che prima di metterci a fare la filastrocca delle preghierine o seduti qui aspettando la messa, prima di addormentarci o iniziare una giornata posso pensarlo, ricordarlo, prendere consapevolezza di ciò e ringraziarlo, guardare alla mia giornata da li…io sono in te, nella Trinità, ricordate?

>>Riguarda anche il modo in cui non solo io ma tutti gli altri sono davanti al Padre…I nomi nostri, senza differenze: le cose si complicano: tutti sono preziosi, amati e amabili, ai suoi occhi; i nomi dei 50 cristiani uccisi a messa in Nigeria, dei 40 immigrati morti in un camion di caldo in America, i nomi dei morti sul lavoro, dall’imprenditore suicida allo sfruttato nei nostri campi veneti, per risparmiare, delle donne uccise per gelosia o ripicca, i nomi del Papa, dei vescovi, dei morti di fame in Somalia, dei non credenti ma anche i nomi delle persone di cui ci lamentiamo, di cui sparliamo o con cui siamo sempre e solo in competizione perché ci fanno ombra; i nomi.. dei pedofili, dei criminali, degli assassini, di Putin, di chi persegue disonestà e male; significa che nulla di quel che siamo stati, abbiamo fatto, faremo… può far girare lo sguardo di Dio all’altra parte, che Dio non ha la gomma da cancellare per eliminare chi non meriti più di stare tra le sue mani. Pilato, non Dio si lava le mani. Qualsiasi cosa facciamo. E questo non è facile da pensare e nemmeno da dire ma va ribadito perché dà speranza a ciascuno e provoca tutti a comprendere che Dio non è come lo vogliamo noi,  ma come ne avremmo bisogno; non ha il buon senso umano che diamo per scontato ma è oltre.

Rallegrarci di questo…

Non perché siete preti o suore, sempre a messa o impegnati in parrocchia, ma perché il nostro nome è in Dio, abbiamo fatto esperienza di questa relazione E ci dà gioia.

Vanno bene, tutte queste cose…ma devono prima o poi aprire e far percepire questa esperienza di fede, altrimenti lasciamole fare agli alpini, all’avis, alla proloco… Vanno bene ma non sono indispensabili. Non vanno bene se per viverle mi dimentico di essere figlio di Dio, e che il mio nome è in Lui, cioè vivo un’esperienza di me attraverso di Lui, nella preghiera, nel perdono accolto consapevolmente per i miei peccati, nella buona notizia di un vangelo che posso vivere nelle relazioni, nel vivere da salvato non da salvatore, e questo mi dà gioia e pace, nella fede, non soddisfazione e riconoscimento…

Concludendo.. questo vangelo viene spesso citato nel doveroso impegno a pregare il padrone dell’abbondante messe perché mandi operai… cioè (?) preti (bo?) ..ma mi chiedo se forse la prima testimonianza oggi non sia quella di avere un prete ma di avere una comunità di laici che recrimini sul poter vivere quanto abbiamo detto, testimoniando quella gioia e quella pace che nasce dal rallegrarsi perché il proprio nome è nei cieli, non perché hanno un parroco che permetterà loro di avere una serie di iniziative religiose..cui forse delegare appartenenze e cammini… va be…credo che una comunità così appassionata e felice i preti li vedrebbe nascere volentieri al suo interno…

Chiediamo a Gesù di sostenerci nell’accogliere questa prospettivia, con la grazia di vivere e assaporare questa gioia, che ci faccia rallegrare di poter vivere da figli di un padre che ci ha già reso fratelli e sorelle nel suo nome

Ma Dio non è così… Omelia XIIIa t.o. C ’22

Boannerghes: in aramaico “Figli del tuono”: così Gesù definisce due dei discepoli che Lui stesso ha scelto per stare con sé, i fratelli Giacomo e Giovanni. A dire di un caratteraccio (noi che spesso siamo delusi o scandalizzati del nostro presunto brutto carattere) forse focoso, irascibile, risoluto, sicuramente appassionato. Eppure proprio Giacomo e Giovanni saranno spesso coinvolti da Gesù per seguirlo rispetto ad altri. E proprio così, inviati ad annunciare il suo regno. E oggi si vede, da come affrontano la situazione: l’ennesima brutta figura, per certi versi, dei discepoli. Vogliono risolvere a modo loro. Me li vedo mentre si alzano le maniche, gli occhi spiritati, le braccia tese…pronti a pensare di poter comandare a dio che mandi un fuoco a consumare sti samaritani fetenti che non vogliono accogliere Gesù. 

Forse il dio cattivo, rigido, permaloso quanto loro pronto a punire ed esigere rispetto, rigore, autorità. Ma Dio non è così. Il loro forse, il nostro a volte. Ma non il padre misericordioso di cui Gesù ci parla e per testimoniare il quale…va a Gerusalemme, dove ben immagina gliela faranno pagare. Quanto ci assomigliano, quando anche noi senza accorgercene, diamo per scontato dio sia come noi, ragioni come noi, ci tenga il gioco, quando pensiamo ancora di essere in un regime culturale di cristianità per cui guardare tutti dall’altro in basso.  Gesù li rimprovera. Ma non li caccia. Non crede alla selezione ma all’integrazione. Stando assieme a me, capirete. Prima vi lasciate amare, accogliere, lavare i piedi, poi forse ci capirete qualcosa. “Camminando secondo lo Spirito”, dirà nella seconda lettura Paolo ai Galati. In quella comunità succede che “vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi”. Questo sta raccomandando a quella comunità cristiana 2000 anni fa. Le nostre parrocchie oggi sono forse esenti da questo? Succede che tra preti, religiosi, tra gruppi e associazioni più o meno cattoliche si litighi, ci si divida, ci sia competizione, maldicenza e sospetto? Che tra i vari gruppi della parrocchia, si salga a turno sul palcoscenico del fare per gli altri ma poco su quello del convertirsi al vangelo; senza mai parlarsi, confrontarsi, accogliersi. Dimenticando di restare in ascolto dello Spirito, come ci ha più volte chiesto il cammino sinodale qualche anno fa e ora il sinodo della chiesa. C’è spesso troppa competizione e troppo poca corresponsabilità. A testa bassa sul fare ma poco pronti a verificare motivi, a chiedersi se davvero possiamo essere riconoscibili, come cristiani, perché uniti, come dice il vangelo di Giovanni. Spesso ci interessa più sentirci salvatori, che vivere da salvati. E questo accade perché siamo tutti troppo religiosi a modo nostro ma troppo poco cristiani a modo Suo! Siamo tutti cristiani, finché possiamo fare quello che vogliamo, sfamando i nostri protagonismi a spese degli altri. Ma allora non è più un cammino dietro a Gesù ma solo una farsa tiepida e inutile. Sarà per questo…che Elia, nella 1a lettura, mette il suo mantello su Eliseo. Lo consacra profeta. Un passaggio di consegne che quel mantello coi suoi diritti di identità, richiama. Eliseo non è in parrocchia, in seminario o in chiesa. Ma sta arando i campi con i buoi. Sta lavorando. E quindi capiamo che questa scelta di Dio è per pura grazia. Gli viene chiesto di essere profeta. Che la sua vita si faccia profezia, testimonianza del volto di Dio, del suo regno. Ciascuno di noi nel battesimo è stato consacrato re, sacerdote e profeta. La vita di ciascuno è chiamata a farsi profezia, voce fuori dal coro, coscienza critica, luce e sale della terra, indicazione suggestiva di una salvezza che innanzitutto è all’opera dentro di me, perché anche io sono stato chiamato a libertà, a mettermi a servizio per amore restando in ascolto docile, umile, sereno dello Spirito. Chiediamo al Padre di farci desiderare, in questa prossima settimana, di sentire sulle nostre spalle, il suo mantello, nel desiderio di accogliere questa prospettiva e,  a prescindere dal nostro carattere, vivere cercando con il nostro stile, di far venire il suo regno, innanzitutto tra di noi.