Giuda Kan…COME Lui ama! – Omelia VIa Domenica di Pasqua 2013 – Anno C –

Quando Giuda fu uscito dal cenacolo.. Gesù disse..
Questa é tutt’altro che una premessa per dare il contesto del brano odierno. Stavano celebrando la loro cena di Pasqua ebraica, Gesù e i suoi amici, scelti da Lui per condividere la sua vita e la sua missione.. eppure uno di questi ha scelto altro. Totalmente altro.
Al versetto precedente ricordiamo che Gesù ha appena dato un boccone dal piatto proprio a Giuda e lui é uscito.. avete forse presente quel passaggio in cui si dice “Ed era notte..” notte fuori, ma anche notte dentro al cuore di Giuda poichè non vi é nessuna luce per chi non vuole aprire gli occhi. E’ in questo momento che Gesù dice quanto abbiamo sentito.“Glorificato”: il figlio, il padre, il padre nel figlio. Giovanni lo ripete 5 volte.
Giuda esce e fa come scatenare tutta questa gloria: ma che significa? Glorificare come un processo che fa percepire la presenza di Dio in Gesù. Significa: rendere gloria, approvare, lodare, confermare, acconsentire, stare da quella parte, manifestare stupore, gratitudine, riconoscenza..  Come se Dio avesse detto.. adesso si, che hai capito come si ama, come ama Dio.. e non posso che compiacermene, rendendoti gloria, caro figlio. Hai appena scelto di dare la tua vita per loro. Lo accetto.
La libertà di Giuda di tradire Gesù fa iniziare il processo che Lo porterà alla morte è.. “l’inizio della fine”, certo, per Gesù, ma anche l’inizio di una strada nuova che sarà quel che chiamiamo risurrezione.
Pur nel male si intravede il bene, pur nel buio totale, nella notte della coscienza e dell’amore offerto.. inizia ad intravedersi uno spiraglio di luce.
Ecco perchè si comincia a parlare di gloria.. perchè Gesù ha appena scelto di andare avanti, di non tornare indietro, di restare a disposizione di quell’uomo per cui andrà volontariamente incontro alla morte. Ha detto “sia così”.. ha scelto di amarci “fino alla fine”.. e oltre. Da qui.. Forse proprio la presenza del traditore può dare la prova sicura che l’amore di Cristo é stato gratuito, senza tornaconto personale, offerto agli uomini come un dono da accogliere, perchè nella libertà trasformi il cuore dell’uomo in un cuore capace di donare. L’amore di Cristo rimane sempre disponibile, anche quando viene tradito. In questa offerta definitivamente garantita e gratuita si manifesta per noi la gloria del Padre. E’ in questo momento che Gesù offre come il suo testamento spirituale.. Un comandamento nuovo.. Come si fa a dare un comandamento? Di amare poi.. mica si può imporre a comando. O non lo sai.. o lo sai ma.. proprio attraverso il paradosso.. lo vuoi rendere più incisivo.Che vi amiate.. non “amatevi”.. imperativo. Che vi amiate.. è un desiderio, un anelito, una speranza, un buon proposito da confermare e rimotivare tutti i santi giorni. Che vi amiate. Non che.. vi “vogliate bene”.. E poi sgancia una bomba: da questo sapranno che siete miei discepoli: .. non.. se andrete a messa, se farete il caposcout, se siete preti o se direte le preghierine.. ma se avrete amore.. non simpatia, reciproco rispetto, solidarietà, amore.

Siamo ad una quota di altitudine da vertigini.. almeno da sognare e desiderare.. si perchè poi l’amore, lo sappiamo, lo intuiamo, è così concreto..
Avere amore per: cioè mettere al centro l’altro e non io. Tutti gli altri, chi ci si fa prossimo. Non i miei amici. Non i miei famigliari,  ne quelli che mi vanno bene…no..tutti.
Avere uno sguardo d’amore, di benevolenza, di misericordia, di accoglienza, di perdono, di comprensione, di premura e delicatezza.. sulla realtà, sull’altro.. sguardo d’amore.. solo così ci riconosceranno. Se no staremo facendo altro! Più chiaro di così!
Il nostro non è un Dio che vuole essere adorato, ma vissuto. Gode di luce riflessa.. quella con cui illumineremo le relazioni con chi cammina con noi o incrocia la nostra strada.

Dove sta la novità? Già nell’Antico Testamento era scritto “ama Dio con tutto il cuore, ama il prossimo tuo come te stesso”. La novità del comando sta nella parola successiva: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.
Non dice quanto vi ho amato, noi spesso misuriamo tutto in una rassicurante quantità.. dovrei pregare di più, fare di più, confessarmi di più. Siamo sempre troppo veneti del “fasso mì”
No. non dice quanto.. perchè sa che è impossibile per noi la sua misura; dice come Gesù, con il suo stile unico, con la sua eleganza gentile, con i capovolgimenti che ha portato, con la sua creatività e premura: ha fatto cose che nessuno aveva fatto mai. I cristiani non sono quelli che amano (lo fanno in molti ovunque e da sempre, anche non cristiani o nemmeno religiosi), ma quelli che amano come Gesù: se io vi ho lavato i piedi così fate anche voi, fatelo a partire dai più stanchi, dai più piccoli, i vostri signori..
Il cristiano non é quello che vuol bene a tutti e si comporta bene ma quello che ama come ha amato Gesù, con il suo stile, atteggiamenti, col suo sguardo preferenziale sugli ultimi e i più bisognosi, sui più lontani..
Allora capiamo che Gesù deve diventare davvero una persona che frequentiamo, che conosciamo, che sentiamo vicino, non come un idolo, ma come un compagno di strada.. di cui capire meglio osservandolo da vicino i segreti per vivere e camminare felici e in pace.. costruendo con Lui quel suo regno.. questa é la cosa più bella e importante della nostra fede: conoscere Gesù e vivere come Lui, chiedersi.. adesso tu cosa faresti al mio posto? In questo vivo la fede.. cioè la fiducia che vivere come ha vissuto Lui dia più gusto e senso al nostro comune vivere..
“da questo tutti sapranno che siete miei discepoli.” Dice poi a concludere questo suo testamento.. non da altro.
Chiediamogli l’audacia di un cuore generoso capace almeno di desiderare questa prospettiva, con uno slancio concreto all’inizio di una nuova settimana.

Ma che odore.. – Omelia IVa Domenica di Pasqua 2013 – Anno C –

Nell’omelia del Giovedi Santo, Papa Francesco, rivolto ai sacerdoti raccomandava di essere pastori con l’odore delle pecore, immagine efficace e diretta, cioè.. immersi con la gente e per la gente. Mi é rimasta impressa, l’ho sentita cara.
Anche nel Vangelo di oggi Gesù usa per parlare di sè e di noi questa immagine del pastore. Solo Lui é il pastore. Noi siamo il gregge. Fin qua non ci piove. E’ vero però che si é anche soliti definire come pastori i preti.. e pur restando vero che solo Lui lo é.. noi preti.. cerchiamo di dargli una mano. O al limite non ostacolarlo più di tanto.

Ma c’è un’altra cosa che mi pare molto interessante. E’ proprio da questa parola che noi possiamo parlare di pastorale.. pastorale famigliare, pastorale giovanile (ac, scout, movimenti), degli ammalati, del lavoro, pastorale sociale.
Oggi pomeriggio ci ritroveremo come parrochie della città per vivere da vicino la nuova dimensione della collaborazioni pastorali. E’ pastorale tutta l’azione che la chiesa, laici e preti, compie per raggiungere e pascere il gregge cioè il popolo di Dio. Questo é molto bello.

Allora ho ripensato per un attimo all’odore, a quello che possa significare: la chiesa attraverso l’azione pastorale porta avanti il desiderio di Cristo, di cui poi ci parla Giovanni. Gesù dice due cose: “io do loro la vita eterna” e “non andranno perdute in eterno”.
Ho pensato all’odore delle nostre case e famiglie dove noi preti o altri laici entriamo per la confessione, per una visita in famiglia dopo un lutto, portare la comunione a un anziano o incontrare il ragazzino del catechismo.
Ho pensato all’odore dell’ospedale, della casa di cura, della sofferenza e della malattia dove ancora laici e preti, volontari e operatori si prendono cura e visitano le persone.
Ho pensato al mio confessionale.. dopo ore di ascolto, all’odore acre per la tensione o la vergogna, al sudore della paura, dell’imbarazzo. Pensavo a questi odori che poi si fanno d’un tratto profumo, profumo di pace, di verità, di gioia, di una umanità che si scioglie e riprende a vivere. Come un sorriso disteso, Profumo Sacro allora, come le storie della gente.
Ho pensato all’odore dell’incenso, dell’acqua santa e degli olii consacrati con cui la liturgia saluta i morti, battezza i nuovi nati, benedice gli sposi, cresima i ragazzi.. all’odore di carta stampata dei foglietti della messa o del lezionario quando lo bacio dopo il vangelo, a ricordare la presenza di una buona notizia per ciascuno di noi nella Parola.

Tutti questi odori e tanti altri ci ricordano l’agire pastorale delle nostre comunità, della chiesa tutta, che continua a voler educare la gente con la gente, il popolo di Dio. A portare cioè quella stessa vita eterna.. tra i mille odori dell’umanità.
Gesù infatti dice “io do loro la vita eterna”.. bello: non la vita terrena, quella la riceviamo in dono dai genitori destinata in modo naturale a concludersi. La vita eterna é un’altra cosa. E’ la vita che comprendendo anche la vita terrena, ci porta direttamente a Dio, al Paradiso con Lui. Già ora la possiamo vivere questa vita eterna, ciò che non finisce, é la vita da risorti, da cristiani che abbiano sentito la Pasqua cambiare qualcosa in loro stessi.. La vita che non é solo cronaca ma evento, sentendo che Gesù cammina al nostro fianco, siamo nelle sue mani, ne possiamo riconoscere la voce e seguirlo. Non obbedire. Seguire. La scelta libera e affidata di far strada assieme, nelle nostre relazioni, nella nostra storia.
Poi aggiunge “non andranno perdute in eterno”: mi piace tantissimo. Gesù sa che alcune pecore, che molti di noi insomma, si perderanno, o si sono andati a cacciare chissà dove, sa che molti stanno conducendo vite insapori, fallimentari, si sentono disorientati, spenti o impotenti.. sa che molta gente é in balìa dei propri problemi, in preda a libertà impazzite o vittime di ferite, di vicende, di peccati o compremessi che distruggono..

Gesù lo sa. Sente il nostro odore.. ma ci ricorda che la vita eterna é oltre. Con Lui queste pecore, le loro vite, non andranno perdute in eterno, cioè per sempre. Per quanto uno ora stia vivendo un inferno.. la sua vita potrà trovare una nuova speranza, quella che sgorga dal truce fallimento della croce verso un cielo infinito e un amore che coprirà ogni mancanza, colmando ogni debito di vita bella di cui ciascuno di noi sia in astinenza..
Da un lato un modo nuovo di vivere, da risorti, cioè senza paura della morte e dei suoi mille travestimenti.. dall’altro la certezza che  “niente e nessuno” può strappare dalle mani paterne di Dio le nostre vite..
Giovanni nell’Apocalisse, la seconda lettura ci accompagna con questa immagine: “non avranno più fame, ne sete, non li colpirà l’arsura.. sarà il loro pastore, li guiderà alle fonti delle acque della vita.. e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”.

Sono immagini evocative e concrete per dare coraggio e speranza alle nostre vite, ai nostri odori.. si, perchè.. pastori, preti, laici, operatori di pastorale.. siamo sempre e comunque innanzitutto parte di quel gregge.. e il nostro odore é sempre la condizione di partenza con cui lasciarci raggiungere da Cristo.. pastore buono, pastore bello, dirà Giovanni. Bello non per farci innamorare, ma perchè vuole sedurre le nostre vite con la sua voce, per riconoscerlo e seguirlo, verso quella vita eterna, da risorti che ci promette ora, subito, sempre. Affidiamoci con gioia a Lui, in questa 4a settimana di Pasqua, ci doni la libertà interiore di cercarlo nella sua parola per riconoscere la sua voce e seguirlo, vivendo così fin da ora come Lui ha sognato, accolti e sicuri nelle sue mani.

Gesù ci fa l’autostop.. – Omelia Pasqua 2013 – Anno C –

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Avete mai fatto l’autostop? Io si, diverse volte: da ragazzino, per sentirmi già grande e un po’ trasgressivo; ma anche in altre occasioni, l’ultima poco tempo fa.  Da solo non ce la fai, un guasto alla macchina, perdi la coincidenza, un imprevisto. Hai bisogno di chiedere un passaggio. Altrimenti non arriverai mai dove vuoi o devi andare. Sei costretto a chiedere. Qualcuno deve offrirti un passaggio.
Pasqua deriva dall’ebraico “pesach” e significa proprio passaggio.
Pesach era il nome della pasqua ebraica, quella che Gesù si mette a celebrare coi discepoli trasformandola poi in ultima cena, con la lavanda dei piedi e la consacrazione del pane e del vino.
Quella pasqua per gli ebrei ricordava il passaggio del popolo d’Israele dalla schiavitù in Egitto, col faraone alla libertà verso la terra promessa. L’esodo insomma, attraverso il mar Rosso passando dall’altra parte. Verso una nuova pagina della propria vita, liberata, responsabile e autentica.
Gesù ha accolto questa pasqua ebraica trasformandola con la propria vita in pasqua cristiana. Lui é stato quell’agnello immolato una volta per sempre che ci porta dalla morte alla vita. Ha inaugurato nel suo sacrificio d’amore, la possibilità di passare dalla schiavitù alla libertà. Insomma ha liberato la possibilità di una alternativa, ci ha offerto speranza. Ha fermato la macchina davanti alla nostra vita. Possiamo salire e passare oltre.
Vorrei poter chiedere a ciascuno di voi, qui, adesso:
che ci fai qui? Sei solo venuto a celebrare un rito vuoto, scontato, ad adempiere un precetto, fare un favore a tua mamma.. o hai bisogno di un passaggio? per andare.. dove? Verso quale speranza?
Non ci sarà “Pasqua” se non ci mettiamo in questa prospettiva.. ci faremo solo i classici auguri “passpartout” che vanno bene per tutto. Ma niente Pasqua. Vorrei oggi sentire che avete fame e un bisogno disperato di passare dall’altra parte. Che ciascuno di voi, di noi, ha toccato con mano che non ce la fa più a camminare come sta facendo, che si trova col cuore in panne o posteggiato ai margini della strada dove si é andato a perdere. Doveva essere una scorciatoia ma non ne esco più.. bella illusione. Stanco di un Dio lontano, estraneo, da gestire o temere, di valori cristiani per cui essere coerenti … basta; stanco di riti celebrati senza cuore e senza senso, che non toccano la nostra vita. Che riconosciamo di aver perso la coincidenza con la pace e la speranza, di essere arrivati tardi all’appuntamento con la gioia..Gonfi solo di frustrazione e impotenza, inebetiti dall’orgoglio, abbruttiti dalla rabbia, anestetizzati dall’indifferenza.
Solo se riconosciamo di non saper più come andare avanti, in alcune parti della nostra vita.. chiederemo un passaggio. Solo se inizieremo a sperare in un oltre, in una direzione, potremmo credere che ne valga davvero la pena.
Altrimenti ce ne torneremo a casa in tutti i sensi, rinunciando al passaggio, perchè non ci interessa andare li dove vorremmo.
Che spreco! Continueremo così a vivere da schiavi, incatenati alle nostre paure, a rapporti affettivi morbosi e mortali, a peccati e vizi invincibili, brontolando sterili lamentele, facendo i gargarismi con gli’immancabili buoni propositi. Continueremo ad essere morti dentro, conniventi con una fede sterile.  A far vincere la paura di vivere da risorti.
La paura.. la paura ha solo il potere che noi le concediamo!
Pietro e Giovanni corrono al sepolcro vuoto.. lo trovano in ordine, teli e sudario riposti con cura.
Mi viene in mente quando, durante un funerale, arriviamo in cimitero: spesso capita che la bara venga deposta nella tomba per terra. Mi piace notare la curiosità con cui i parenti si affacciano sempre, un po’ timorosi, alla buca nel terreno o nella tomba; cercano di vedere quant’é profonda, quanto spazio ci sia o dove sia la cassa di qualche altro defunto. Davanti ad un vuoto ci sporgiamo sempre per vederlo, misurarlo, quasi.. per capirlo.
Un po’ come Pietro e Giovanni ciascuno cerca di trovare qualcosa nella tomba. Forse anche noi siamo qui con qualche desiderio.
Abbiamo riconosciuto nel nostro cuore e nella nostra vita qualcosa di morto?  Troviamo in noi.. il bisogno di un passaggio?
Ecco l’oggetto del nostro credere. Potremmo chiederci: perchè crediamo nel Signore? Cosa speriamo ci possa fare?
Pietro e Giovanni vedono il sepolcro vuoto. Vedono il vuoto di tutto quello che avevano pensato e atteso dal loro Signore. Ma riconoscono che questo vuoto non é quello causato dall’infedeltà di Dio, ma quello a cui si é condannata l’illusione degli uomini. Vedono il vuoto che era in loro: non avevano ancora compreso la scrittura. Vedono il loro vuoto e finalmente credono. Si rendono conto che quel che cercavano é falso, inutile. Allora iniziano a credere in ciò che non si vede: nel Dio della vita che svuota i sepolcri costruiti dalla rassegnazione e che ti offre un passaggio.
Il vangelo cristiano é sempre e solo vangelo di Pasqua, di passaggio: cioè buona notizia, inedita, insperata di un Gesù che ti vuole raccogliere e portare dall’altra parte, verso una vita più vera e piena. Da dove ci siamo incagliati a dove possiamo ritrovarci.
Riconoscere che ne abbiamo bisogno sarà già un passo in avanti, fuori dal sepolcro.
Come é un mondo da risorti? Qual é il mondo che un cristiano risorto vorrebbe? Insomma, dove ci porta quel passaggio?
Vorrei immaginarlo con voi: un mondo in cui si prenda sul serio la Pasqua, il nostro diritto più bello da recriminare. Un mondo di cristiani risorti. Ma ve lo immaginate? Io non vedo l’ora di passare qui, ora, ad un mondo così, a quel regno di Dio. Un mondo concreto.. in cui non ci si fermi ma si faccia un primo passo, in cui non si abbia che la paura di sprecare la propria vita, in cui si possa chiedere scusa e andare all’essenziale, si possa salutare per primi, fare “primi passi”, accontentarsi, avere tempo, darsi delle priorità, ascoltare i propri bisogni e vivere con Gesù a fianco, in cui si pensi all’altro e non solo e sempre a sè stessi e ai propri cari, un mondo in cui si possa scegliere di perdonarci, di andare oltre, di accoglierci per quello che siamo.. di saper coltivare la speranza e la forza, in cui crisi significhi opportunità, in cui libertà significhi scelta responsabile, in cui costruire assieme un futuro a partire da un bene comune, per tutti, corresponsabili e partecipativi, il mondo da risorti é fatto di persone non arrivate ma in cammino, non esperte ma sagge, non perfette ma disponibili, non credenti ma credibili.
Un mondo in cui ci si lasci amare da Dio non perchè siamo bravi e virtuosi perchè ne abbiamo bisogno, che é l’unica misura che un padre deve avere, non nonostante i nostri peccati ma perchè siamo peccatori. Un mondo da risorti, avremo cinquanta giorni, fino alla pentecoste, per comprenderlo, per allenare il nostro cuore a tutto questo.
Ecco il passaggio, quell’autostop da chiedere in questo tempo a Gesù risorto. Anzi.. forse, si, Lui passa, noi possiamo chiedergli un passaggio, ma va nella nostra stessa direzione. La condizione è quella. Allora è un po’ come se.. insomma non siamo noi a dover chiedere a Lui un passaggio.. ma siamo noi a doverlo far salire a bordo della nostra vita. Qualsiasi possa essere il sepolcro in cui ci troviamo. Facciamolo salire a bordo. Facendo entrare nei nostri cuori la sua parola accolta, la sua eucaristia, la preghiera come dialogo fiducioso e condiviso, il suo perdono nella riconciliazione, il suo stile di vita. Ecco insomma il modo in cui passare
Così vivremo da risorti, cosi passeremo ad una vita nuova, così vivremo la Pasqua.
Non vedo l’ora, ne varrà la pena, sarà un viaggio bellissimo, la meta non importa, preferisco il modo di viaggiare.
Preferisco comunque chiedere un passaggio.