“Leggimi, per favore, sono davvero importante.. grazie” – Omelia XXXIIa T.O. A – Festa del Ringraziamento

Che differenza c’è tra andare a messa e celebrare l’eucaristia? noi cosa stiamo facendo? eucaristia significa? ringraziamento… 
E’ bello ricordarlo. Vengo qui innanzitutto a ringraziare il Signore, che quindi riconosco buono, generoso, interessato alla qualità della mia vita; così fin dall’inizio, quando entro in chiesa, sono chiamato a dispormi…ma per cosa ringraziarlo? 
Non abituiamoci troppo vagamente a dire “di tutto”…perché di fatto poi sarà “di niente”… Cerchiamo di avere coscienza del sapore delle cose belle che viviamo, nelle pur diverse sfaccettature, per non darle per scontato, coltivando uno sguardo che sappia stupirsi, provare gratitudine e apprezzare. 
Forse “dire grazie” è una delle prime cose che cerchiamo di insegnare ai nostri figli,“cosa si dice? nemmeno grazie !?
Quando manca subito sentiamo puzza di maleducazione e poco rispetto…educhiamoci a farlo, a qualsiasi età.
   Questa domenica si festeggia la giornata del ringraziamento: tutti gli agricoltori porteranno i frutti della terra, poi la benedizione delle macchine agricole… è una tradizione per noi dalle radici contadine il ringraziare per questi frutti, che va oltre la terra… ma rappresenta il nostro lavoro. Qualsiasi esso sia.
Credo allora, se permettete sia molto bello riconsiderare un aspetto della messa a cui forse facciamo poco caso ma che contiene a mio avviso un’attenzione e un riferimento importantissimo.
Prendiamo per una volta..il foglietto al n°15; cose che sentiamo dire da una vita ma che significato hanno? Sei benedetto…dalla tua bontà…Pane e vino; attenzione, non grano e uva; frutti della terra e del nostro lavoro. La terra: dono di Dio, il Creato, pensiamo a Genesi, la Creazione, l’uomo reso padrone e custode del creato, da un nome a tutte le verdure e frutti. 
Ma attenzione, dice anche… il nostro lavoro: questa è una cosa fondamentale che abbiamo dimenticato, pensando che essere cristiani significhi essere piidevotispirituali, abbiamo fatto della fede/appartenenza cristiana qualcosa di minimo, intimistico, tiepiduccio, dolciastro…come se non c’entrasse col nostro lavoro, la vita concreta e quotidiana; come se le nostre 8-10 ore al giorno, per anni, non c’entrassero nulla con Dio, con l’essere cristiano. Offrendo il nostro lavoro durante l’offertorio noi mettiamo sull’altare la nostra fatica, impegno, passione, risorse, sacrifici…lo studio, il peso degli esami, la voglia ed il bisogno di lavorare, di realizzarci in questo, la frustrazione se siamo costretti ad un lavoro che non volevamo, accontentandoci di fare cose per cui non abbiamo studiato o fatto esperienza. 
Ci sono due movimenti: accogliere-ricevere e sollevare, offrire. (offertorio) E Dio si tiene tutto? no…lo presentiamo a te perché diventi per noi; siamo noi i destinatari: offrendo tutto il nostro lavoro a Dio, Lui lo benedice e ce lo restituisce, ci tratta da adulti, vuole si faccia la nostra parte. Quando uno lavora volentieri e onestamente per sè e gli altri, è benedizione!
cibo di vita eterna, bevanda di salvezza: Vita eterna, Salvezza.
Il nostro lavoro, benedetto da Dio, vissuto con Lui, ci ridona queste due cose fondamentali. Qualità dignità, salvezza,…
Il Signore riceva, diciamo, questo sacrificio…a lode e gloria del suo nome: il nostro lavoro rende gloria a Dio, facciamolo bene, onestamente e con passione… per il bene nostro e di tutta la chiesa. Bellissimo. Ecco il senso dell’offertorio: offriamo la nostra vita, come è, al Signore perché ci benedica e aiuti a viverla a pieno. Ecco perché ringraziarlo e ringraziarci.
Adesso l’omelia proseguitela voi: ci diamo un minuto per ringraziarci. Avete a fianco vostra moglie o marito? i vostri genitori o figli? provate a dirvi grazie per una cosa, guardandovi negli occhi…anche se avete un vostro amico o una persona che conoscete. Se siete qui da soli, nessun problema, rientrate in voi stessi e offrite al Signore nel vostro cuore un grazie per una persona ed un motivo.
Abituiamoci a farlo più spesso, senza pudori o imbarazzi…pensate se quella persona non ci fosse più o quando non ci sarà più…il rammarico per non averlo fatto… ringraziarci fa bene. Ci fa vivere giorno per giorno l’eucaristia, fa bene alla nostra fede, alla nostra autostima, alla nostra vita.

“Storia, F35, prosecco e Pasolini: considerazioni sul 4 novembre!” – Omelia XXXIa T.O. A – 4 Novembre Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate

Al liceo studiando Cicerone risuonava il famoso monito “La storia è maestra di vita”. Mi dispiace ma non è vero niente. Al limite potremmo scomodare Vico, i suoi corsi e ricorsi storici.
La storia, per certi versi, continua a non insegnarci nulla o meglio,  non vogliamo trasformarla in saggezza e consapevolezza.   
Del resto a scuola i libri di storia erano, credo siano ancora, soprattutto un riepilogo di guerre e conflitti; mi sarebbe sempre piaciuto fare obiezione di coscienza e proporre ben altri fatti da analizzare e conoscere.
Lo dimostra il fatto che anche se siamo qui oggi a ricordare, ringraziare e pregare, ci siano attualmente almeno 50 conflitti di differente entità nel mondo. Discriminante per la rilevanza mediatica ovviamente gli interessi di parte o il petrolio… accomunati tutti comunque dal business delle armi. Papa Francesco più volte l’ha definita una 3a guerra mondiale a pezzi…Non abbiamo imparato nulla. Possiamo pensare ai venti di guerra nucleare dalla Korea con quel dittatore folle fino ai famosi F35, costosissimi aerei da guerra che l’Italia ha assemblato e acquistato, cosa però passata sotto silenzio perché del più costoso programma militare della storia, nessun politico vuole far sapere nulla…follia per follia.
Potremmo ascoltare il vangelo con la stessa amara constatazione:
Gesù è molto duro nel redarguire i suoi: se la prende con gli atteggiamenti di incoerenza, (doppi giochi, compromessi, favori) di moralismo, cioè un uso strumentale del potere e soprattutto l’esibizione continua di titoli e meriti: mammamia…monsignore, reverendo, sua eccellenza, eminenza, santità…come pure onorevole, maestro…la mania di mettersi in mostra, i nostri “gò fato mi-noialtri”, la ricerca di visibilità, consensi, applausi, riconoscimenti…ma lo hai fatto per te o per il Signore? che ne è della pagina in cui Gesù ci chiede di ricordare che stiamo solo facendo il nostro dovere e siamo servi inutili? da 2000 anni siamo ancora fermi qui…continuiamo a rinnegare la storia! Mi domando quanto questo stile inopportuno di vivere le relazioni guasti la vita sociale e civile, comprometta l’economia, la politica, la chiesa? quanto la miseria umana non educata sia alla base di quello che poi scatena o favorisce le guerre. 
Penso alla storia del film “Finché c’è prosecco c’è speranza”, appena uscito, spietato nel mettere a nudo tutto questo.
Oggi noi siamo qui e lo ribadisco, per ringraziare, ricordare, pregare..ma sarebbe sterile se non ripartissimo assieme rimotivati a cambiare qualcosa in noi. Fosse anche solo la capacità di guardare in maniera più critica la realtà, se non noi stessi…
Ripenso a un testo duro di Pasolini:
“L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.”
(Pier Paolo Pasolini – Vie Nuove, 1962)
Parole che spronano ad una nuova consapevolezza di sé. Fondamentale soprattutto per attuare il messaggio che Gesù ci ha affidato: decentrarsi dai propri interessi e porsi innanzitutto a servizio: direi della giustizia, fin dalle piccole cose quotidiane, del bene comune, di una partecipazione diversa, corresponsabile della vita sociale, economica e civile, di una nuova cultura del lavoro, della dignità sacra della persona, nei suoi diritti e doveri.
Ogni volta che passo qui per piazza Aldo Moro, faccio memoria di quella lapide, delle sue parole: Questo paese non si salverà; la stagione dei diritti si rivelerà effimera se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere…
Non voglio essere così pessimista. La salvezza è possibile. Eppure oggi in cui abbiamo portato all’assurdo la cultura del capriccio facendolo diventare diritto, dell’alibi come stile, del “ti denuncio” sistematico e dell’angusto menefreghismo, in cui quell’effimero sembra l’unico mezzo per esserci e sopravvivere…un nuovo senso del dovere è possibile e indispensabile. 
Chiediamo con umiltà al Signore, ricordandoci tutti perché oggi siamo qui, di sostenerci in questo cammino. Ci aiuti a scoprire quel nuovo senso del dovere possibile per me, qui e ora.
La storia allora sarà maestra, inizierà a cambiare con la vita di ciascuno di noi. Varrà ancora la pena di studiarla e soprattutto di viverla.

“Fatti per amare” – Omelia Domenica XXXa TO – A

…Amerai! non è ama, imperativo, obbligo, devi, su, muoviti. 
Amerai, al futuro: dice direzione, senso, progressione; chi sarai, che persona vuoi essere? ce lo diranno l’amore che metterai, la motivazione, lo stile con cui vivrai. Quanto lo saprai almeno desiderare.
Il futuro inizia mentre parli, ciascuna vita è intenzione e viaggio. La direzione ed il gusto si trovano amando. Un desiderio che sproni ma aiuti anche a rialzarsi, quando non ce la farò, perché siamo tutti affascinati dall’orgoglio, abbruttiti dall’individualismo.
  Non c’è scritto obbedisci ma ama. Ecco l’assurdo comandamento che Gesù offre come sintesi alla vita di un credente. Cosa ben più difficile di una sterile e passiva obbedienza morale. Essere cristiani significa desiderare e scegliere di fare della propria vita un atto di amore. Fare mio lo stile di Gesù nelle relazioni e nel quotidiano. Mi domando che ne abbiamo fatto…
    Come amare? non lasciamola parola vuota o afona…
Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore: cioè i sentimenti, gli affetti. Lo dimostro quando cerco di mettere il Vangelo al primo posto, come riferimento per le mie scelte e avere nel cuore i sentimenti di Gesù, le sue attenzioni, il suo stile. Essere cristiani appassionati, sale e luce della terra, non tiepidi ne indifferenti, devoti all’abitudine o a tanti idoli; credibili perché riscaldati da tale prospettiva, appassionati alla vita.
  con tutta la mente: cioè con intelligenza (dono dello SS). Non c’entrano le scuole fatte ma il saper leggere la realtà alla luce del vangelo e con fede, la capacità di trovare soluzioni e strade adatte. Amare Dio così significa essere cristiani non bigotti ma aperti, liberi, positivi, che sanno riconoscere con spirito critico, cosa mi fa bene e mi aiuta ad essere autentico, vero. Amare infatti fa rima con educare, educarsi, essere responsabili e protagonisti della propria vita.  con tutta l’anima…ciò che ci rende sacri, vivi, fatti a immagine di Dio, capaci di amarci come Lui. Con il cuore, la mente, l’anima. Tutto noi stessi.
 “Ma io Dio non lo vedo, non lo sento, non mi risponde”; non credo Gesù lo ignorasse. Ma…il buon samaritano, il bicchier d’acqua dato nel suo nome, l’avete fatto a me, ci raccontano il secondo comandamento: amerai anche il prossimo e te stesso. Sceglilo come stile. Siamo stati creati così: noi siamo fatti per amare. Non siamo stati creati autosufficienti, per bastare a noi stessi, come spesso ci illudiamo. Siamo ricchi di risorse eppure poveri, perché abbiamo bisogno dell’altro per gustarle e condividerle. Senza l’altro che ci riconosca e ami, ci sentiamo soli, vuoti, inutili. Siamo fatti di relazioni. Meglio se sane e liberanti.  Amerai è innanzitutto guardare con amore…noi spesso guardiamo con pregiudizi, paura, scetticismo o sospetto. Dio ci insegna a guardare con amore, cioè intelligenza, passione, anima e ci presta il suo sguardo, a supportare le nostre poche diottrie. Scegli come di metterti un paio di occhiali. La realtà sarà quella, se è dura, complicata, arida..lo resterà. Ma la guarderai con occhi diversi: scegliere di amare, significa mettersi questi occhiali. Così noi vediamo noi stessi, gli altri, Dio e quanto ci circonda con amore… è guardare come guarda Dio, da padre, da creatore di vita e bellezza. Noi siamo impastati di questo eppure fragili e feriti, rischiamo di toglierci spesso questi occhiali e diventare o restare miopi…concentrati solo su di noi.
Con questi occhiali scopro l’altro fratello e sorella, gli oggetti non diventano idoli, la natura diventa il creato, il tempo dono, la realtà una continua opportunità, la mia vita, guardandomi come fa Dio, sarà bella, da figlio amato e prezioso. Amerai, amerò, uscendo da messa, iniziando una nuovo giorno, scelgo di amare, vivere lo stile di Gesù, di mettermi questi occhiali, di guardare come Dio…