“Facciamo vino” – Omelia Domenica XXVIa TO – A

Che ve ne pare? chi vota per il primo, chi per il secondo?
Non importa, nemmeno Gesù risponde. La questione centrale è “la volontà del Padre”. 
E’ quella che ci auguriamo sempre che “Sia fatta” la tua volontà. Quale può essere la volontà di Dio per noi? 
Qual è la volontà di un Padre, perché questo Gesù ci ha rivelato di Dio, …di un padre per i propri figli?
Sia oggi che domenica scorsa…lavorare nella vigna. Tante volte Gesù parlerà di vigna, tralci, rimanere uniti, portare frutto…
Perché si lavora nella vigna? per fare il vino. Cosa dà il vino?
1)festa, gioia, tempi di riposo, una vita di qualità nelle relazioni e negli incontri cfr. le nozze di Cana, il primo miracolo di Gesù in Giovanni. Saper festeggiare assieme, condividere, godere delle cose belle, ritrovarsi, ringraziare…benedire! 
2) lavoro: dignità, sentirsi utili, sfruttare le proprie risorse, qualità, competenze, studi… realizzarsi, avere senso e darne anche agli altri; se non lavoro, non mantengo come vorrei la mia famiglia, la mia vita si sente superflua, sprecata, dimensione umana e sociale, dove siamo per fortuna immersi quando non siamo in parrocchia! 
In particolare insomma, il padre ci chiede di collaborare con Lui…da figli, …è l’azienda di famiglia, creare assieme!
Allora questa pagina meravigliosa ci ricorda che essere cristiani significa accettare di collaborare con Dio padre, da figli, a creare o ricreare qualità di vita…una vita segnata dalla gioia, dalla vivacità, dalla gratitudine.  Vuole che lo aiutiamo a portare gioia e realizzazione nella vita degli altri e nostra naturalmente.
Vi piace come prospettiva?  A noi cristiani interessa? certe facce…
  Noi abbiamo sempre un sacco di cose religiose da fare…si, un attimo, quando avremo finito i nostri impegni in parrocchia, sagre,  pranzi, devozioni, riunioni, cori, abitudini, attività sociali e tradizionali, consigli, santi madonne varie…potremo anche avere un po’ di tempo, adesso vediamo: qui facciamo come il secondo figlio. Dice di sì, ma poi non gli interessa; fai la tua non la Sua di volontà! La questione, vedete..non è vedere la Sua volontà contro la nostra, in opposizione. E’ un padre per il nostro bene, non un avversario alla nostra realizzazione. No, annunciare il vangelo non è opposto a fare tante cose in parrocchia…(anche se, siamo sinceri, spesso tra le tante cose, l’unica che non si fa è proprio annunciare il vangelo) si tratta non di opporle ma di scegliere di farle in questa prospettiva: scelgo di fare, di costruire la parrocchia di domani, con più laici e meno preti, non di fare un cristianesimo sociale, una sorta di proloco, di museo o di assistenza a chi ha bisogno ma innanzitutto una annuncio di qualità di vita, di salvezza. Di mettere davanti la Sua volontà, il suo sguardo sul mondo e condividerlo. Scelgo di fare ma con questo criterio, della vigna: questo dà qualità di vita cristiana? non basta stare bene assieme. Vita eterna, di buona qualità, ecco il regno di Dio…quello che faccio non lo faccio per tradizione o per avere consenso o sentirmi bravo ma perché sto creando con Dio padre una vita diversa per i miei fratelli…mi sento figlio.
Allora avrò accettato un invito, tra il si e il no dei due figli..che non hanno voglia o ne hanno troppa… la questione del regno di Dio non è avere voglia o meno ma voler cercare con la propria vita di rispondere a questo padre che ci invita a fare la sua volontà.
Testimoniare così che questo suo vino, per noi è davvero fonte di gioia e di vita.     
Che ve ne pare?

“Dio, fa le squadre..” – Omelia Domenica XXVa TO – A

Quando da bambini si dovevano fare le squadre per giocare a calcio, si sceglievano due capitani; gli altri erano schierati in riga e  venivano squadrati dall’alto in basso. I primi a venir chiamati, direi contesi, erano i più forti; poi ci si accontentava (rassegnati) dei mediocri, sbuffando alla fine nel dover prender su l’ultimo rimasto…che nessuno voleva. Era tutto un mercato di sguardi: venivi squadrato come un frutto per capire se eri fatto.     
Ci siamo mai sentiti guardare così? valutati per le nostre capacità o meriti…dall’alto in basso, desiderosi di far bella figura, essere notati, scelti.       Sentendosi magari umiliati, scartati, indegni. 
Anche gli operai del vangelo saranno stati guardati così…
Allargo la domanda, forse bruscamente: come ci sentiamo guardare da Dio? quando mi metto a pregare, mi siedo nel banco in chiesa, mi metto alla Sua presenza, che percezione ne ho? è uno sguardo buono, paziente, comprensivo o esigente, duro, rigido?
Proviamo ad ascoltarci, non è tempo perso, rientriamo in noi stessi
Gesù in questo vangelo ci annuncia che Dio ci guarda non per selezionarci in base ai meriti, se siamo forti per lavorare nella vigna o giocare a calcio nella sua squadra.    Ci guarda da padre premuroso, consapevole e attento ai bisogni dei suoi figli.
  Non per i meriti, che sono le nostre conquiste, capacità, pretese ma in base al bisogno profondo che abbiamo, qui e ora. 
I meriti ci distinguono…i bisogni ci accomunano. Di fondo siamo tutti umani, creature. Non sto dicendo non sia giusto lavorare, impegnarsi con responsabilità, dedizione e competenza. 
Ma il nostro Dio è differente, non è un padrone che fa i conti e dà a ciascuno il suo, ma un signore che dà a ciascuno il meglio, che garantisce a tutti le migliori possibilità. Un Dio la cui prima legge è che l’uomo viva bene. Non è ingiusto verso i primi, è generoso verso gli ultimi. Dio non paga, dona.      Non valuta, ama.
E’ tutto un gioco di sguardi: dimmi come ti senti guardare da Dio e ti dirò che cristiano sei…
-Pensate alla chiamata di Davide, nell’AT: Dio guarda il cuore, non l’aspetto, dirà il profeta Samuele al padre del giovane;
Il Padre vostro sa di cosa avete bisogno, ricorda Gesù insegnando ai discepoli a pregare…
-O quando dirà alle persone attorno a sé che le prostitute e i pubblicani li precederanno entrando nel regno dei cieli; 
o chiamando Matteo dal banco delle imposte, dirà di essere venuto non per i sani, i forti, i giusti ma per gli ammalati, i bisognosi di lui; quando ricorderà, lodando l’ultimo posto del pubblicano, di non essere farisei, ipocriti che si fanno belli dei loro meriti per essere riconosciuti e poter scegliere i primi posti;
  Beati gli ultimi se i primi “gà creansa” diciamo per ridere…quasi volendo stemperare un passaggio del vangelo faticoso e scomodo. Eppure liberante. Davanti a Dio innanzitutto c’è quel di cui abbiamo più bisogno. 
Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente? Il padrone si interessa e si prende cura di quegli uomini, più ancora che della sua vigna. Qui seduti, senza far niente: il lavoro è la dignità dell’uomo. Un Signore che si leva contro la cultura dello scarto! Ecco la sua di creansa, lui che è il creatore. Non il contabile. Quegli operai (se ultimi ci sarà stato un motivo) hanno comunque portato a casa il pane per la propria famiglia quel giorno, stupiti e felici. Si sono sentiti uomini, utili e soddisfatti!
Chiediamo al Signore di metterci alla sua presenza sempre partendo dalla concreta situazione di vita in cui ci troviamo, senza paura di riconoscere che abbiamo più bisogni che meriti; è Lui il capitano che fa le squadre non per vincere ma per farci giocare da titolari, con lo sguardo più bello e incoraggiante, quello della
speranza e dell’amore di un padre per i propri figli.

“Che debiti abbiamo con Dio?” – Omelia Domenica XXIVa TO – A

Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Permettete ma…che debiti abbiamo con Dio? forse abbiamo detto questa frase troppe volte in automatico. Cosa gli dobbiamo? Secondo me…quello che ci ha dato. Cioè?
direi due cose: la vita e la capacità creativa di amare.
La vita: nessuno ha scelto di venire al mondo, di essere maschio, femmina, italiano, veneto o cristiano. Non abbiamo scelto neppure il nostro nome. Abbiamo ricevuto tutto tra le mani, ci ritroviamo sulla scena del mondo e della storia. 
Se noi viviamo, viviamo per il Signore; sia che viviamo sia che moriamo siamo del Signore…dice Paolo ai Romani.
Possiamo vivere da spettatori passivi, lagnosi e viziati, solo alibi e capricci oppure da protagonisti, attivi, consapevoli e responsabili. La parola responsabile sa di risposta…La mia vita è “risposta” nella misura in cui scelgo attivamente, non a parole, di restituirla, offrendola, non trattenendola. Cfr. il chicco di grano nel vangelo.
Non so se come nel vangelo questo la faccia valere diecimila talenti, somma impossibile da accumulare e restituire, quindi pura esagerazione per Gesù…  Solo così trova senso, significato e sapore. La prendo sul serio. E sono felice. Non va tutto bene, ma questo non è indispensabile. La vita per la nostra fede è un dono di Dio, la restituisco a Lui nella misura in cui la vivo bene, trafficando i talenti ricevuti, la sfrutto per essere felice, la prima e fondamentale chiamata che Dio ci fa. Ti ho messo al mondo, creato per te, anzi per voi, perché siate felici e vi sentiate amati e preziosi ai miei occhi. Ecco il primo debito. Vivere bene, fare una vita bella, di qualità. E’ un debito verso di Lui e verso noi stessi: ne siamo responsabili, non possiamo far finta di nulla o continuare a sopravvivere, per inerzia o solo tradizione. Come il servo del vangelo sono chiamato a rendermi conto di questo, il Signore rimette i miei debiti, è misericordioso, mi vuole felice… ma ci devo lavorare. Questo mi rende figlio, figlio adulto! non bambino!
-Il secondo debito, legato al primo, è la capacità di amare. L’ho definita “creativa”: questa cosa ce la ritroviamo dentro al cuore come bisogno insopprimibile…amare, essere amato. Ci rende come Dio, capaci di amare ispirandoci a Lui, in Gesù.
Si apre il rapporto con il mio prossimo, con gli altri, con la qualità di vita altrui di cui sono responsabile. Il dialogo in famiglia, tra coniugi, tra colleghi di lavoro…rimettiamo ai nostri debitori…cosa dobbiamo loro? qualità, carità, pazienza, misericordia, passione, premura, attenzione, correttezza, gratitudine.
Le stesse cose che il Signore ha ogni giorno con noi.
Nessuno da quello che non ha ricevuto. Un cristiano innanzitutto è un accolto, un perdonato, un incoraggiato da Dio Padre. Uno che si lascia lavare i piedi, come Pietro e si sente amato e prezioso. Figlio.
Solo in forza di questo non vedi l’ora di fare altrettanto; cosa invece che non accade nel vangelo e ne vediamo i risultati. 
Più dimentichi o non ti interessa essere figlio (perché a te basta definirti cattolico o cristiano) più dimenticherai di essere fratello e sorella..di un unico Padre. Dio rimette i nostri debiti di vita perché vivendo bene siamo in grado di rimettere i debiti di amore verso gli altri. In questo circolo di amore la nostra vita ha più senso e sapore. Vale la pena vivere così, da figli, altrimenti resteremo servi, anche se devoti o praticanti, ma servi a testa bassa e forse muso duro.
E questo sarebbe purtroppo il peggiore dei debiti che nemmeno Dio, penso, sarebbe in grado di rimetterci..