“Dio, fa le squadre..” – Omelia Domenica XXVa TO – A

Quando da bambini si dovevano fare le squadre per giocare a calcio, si sceglievano due capitani; gli altri erano schierati in riga e  venivano squadrati dall’alto in basso. I primi a venir chiamati, direi contesi, erano i più forti; poi ci si accontentava (rassegnati) dei mediocri, sbuffando alla fine nel dover prender su l’ultimo rimasto…che nessuno voleva. Era tutto un mercato di sguardi: venivi squadrato come un frutto per capire se eri fatto.     
Ci siamo mai sentiti guardare così? valutati per le nostre capacità o meriti…dall’alto in basso, desiderosi di far bella figura, essere notati, scelti.       Sentendosi magari umiliati, scartati, indegni. 
Anche gli operai del vangelo saranno stati guardati così…
Allargo la domanda, forse bruscamente: come ci sentiamo guardare da Dio? quando mi metto a pregare, mi siedo nel banco in chiesa, mi metto alla Sua presenza, che percezione ne ho? è uno sguardo buono, paziente, comprensivo o esigente, duro, rigido?
Proviamo ad ascoltarci, non è tempo perso, rientriamo in noi stessi
Gesù in questo vangelo ci annuncia che Dio ci guarda non per selezionarci in base ai meriti, se siamo forti per lavorare nella vigna o giocare a calcio nella sua squadra.    Ci guarda da padre premuroso, consapevole e attento ai bisogni dei suoi figli.
  Non per i meriti, che sono le nostre conquiste, capacità, pretese ma in base al bisogno profondo che abbiamo, qui e ora. 
I meriti ci distinguono…i bisogni ci accomunano. Di fondo siamo tutti umani, creature. Non sto dicendo non sia giusto lavorare, impegnarsi con responsabilità, dedizione e competenza. 
Ma il nostro Dio è differente, non è un padrone che fa i conti e dà a ciascuno il suo, ma un signore che dà a ciascuno il meglio, che garantisce a tutti le migliori possibilità. Un Dio la cui prima legge è che l’uomo viva bene. Non è ingiusto verso i primi, è generoso verso gli ultimi. Dio non paga, dona.      Non valuta, ama.
E’ tutto un gioco di sguardi: dimmi come ti senti guardare da Dio e ti dirò che cristiano sei…
-Pensate alla chiamata di Davide, nell’AT: Dio guarda il cuore, non l’aspetto, dirà il profeta Samuele al padre del giovane;
Il Padre vostro sa di cosa avete bisogno, ricorda Gesù insegnando ai discepoli a pregare…
-O quando dirà alle persone attorno a sé che le prostitute e i pubblicani li precederanno entrando nel regno dei cieli; 
o chiamando Matteo dal banco delle imposte, dirà di essere venuto non per i sani, i forti, i giusti ma per gli ammalati, i bisognosi di lui; quando ricorderà, lodando l’ultimo posto del pubblicano, di non essere farisei, ipocriti che si fanno belli dei loro meriti per essere riconosciuti e poter scegliere i primi posti;
  Beati gli ultimi se i primi “gà creansa” diciamo per ridere…quasi volendo stemperare un passaggio del vangelo faticoso e scomodo. Eppure liberante. Davanti a Dio innanzitutto c’è quel di cui abbiamo più bisogno. 
Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente? Il padrone si interessa e si prende cura di quegli uomini, più ancora che della sua vigna. Qui seduti, senza far niente: il lavoro è la dignità dell’uomo. Un Signore che si leva contro la cultura dello scarto! Ecco la sua di creansa, lui che è il creatore. Non il contabile. Quegli operai (se ultimi ci sarà stato un motivo) hanno comunque portato a casa il pane per la propria famiglia quel giorno, stupiti e felici. Si sono sentiti uomini, utili e soddisfatti!
Chiediamo al Signore di metterci alla sua presenza sempre partendo dalla concreta situazione di vita in cui ci troviamo, senza paura di riconoscere che abbiamo più bisogni che meriti; è Lui il capitano che fa le squadre non per vincere ma per farci giocare da titolari, con lo sguardo più bello e incoraggiante, quello della
speranza e dell’amore di un padre per i propri figli.
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