Difficoltà digestive.. Omelia Santo Stefano – B

Come sempre S. Stefano ci blocca la digestione natalizia, riportandoci bruscamente alla realtà. Accogliendo il Natale ci siamo fermati a riflettere e pregare per essere accoglienti, con la nostra poca fede, di un Dio che si è donato a noi nel figlio.. da tutto l’antico testamento fino a Giovanni Battista per poi proseguire nel figlio Gesù, nostro fratello.
E dalla risurrezione di quel Cristo passando per la Pentecoste fino ad oggi, in cui questo nostro fratello continua ad essere presente in mezzo a noi, nelle nostre vite.
Ecco oggi S. Stefano ci ricorda che vivere il tempo della chiesa, come noi in questo tempo, ci chiede anche di essere accolti, non solo accoglienti.
Siamo sempre in un doppio legame.. amare ed essere amati, cercare ed essere cercati, accogliere ed essere accolti.
Guai quando ci fermiamo solo su un aspetto e non siamo capaci di fare altro. Diventiamo fanatici attivisti.. oppure tutti spirituali e per niente concreti.
La verità è nell’equilibrio. Ricordate Marta e Maria nel vangelo?
Ecco i due polmoni con cui respiriamo e stiamo in vita, i due momenti sempre uniti come il battito del cuore sistole e diastole, con cui un cristiano sta in piedi: accogliere in noi Gesù, la sua Parola, il suo perdono, la sua eucaristia e lasciarsi accogliere.. dagli altri.
Stefano viene lapidato per essere cristiano. Dura realtà. Non è stato accolto. Nemmeno Gesù era stato ne compreso, ne capito, ne alla fine accolto. Quel bambino insomma.. ha le ore contate..
Parlare del martirio di Stefano ci riporta ad una realtà di cui purtroppo si parla fin troppo e di cui magari si vorrebbe far finta di niente.. fosse anche solo perché, pensate che egoisti saremmo, almeno a Natale vogliamo stare in pace. Eppure, dati alla mano, lo ricordava con forza anche il Papa.. ancora oggi (o è meglio dire perfino oggi) nel mondo ci sono troppi martiri per questa fede cristiana.
Quasi 6000 solo nel 2014. Più di 300 al mese, 10 al giorno. Nel mondo ogni giorno vengono uccisi 10 nostri fratelli e sorelle.. perché cristiani, perché erano andati a messa, stavano pregando in una chiesa o facendo servizio a dei bisognosi.
L’ignorante a questo punto se la prende con gli assassini. E non pensa a se stesso. Non serve scandalizzarsi di quel che accade in Nigeria, Cina, Iran.. anche noi qui per un crocifisso in classe o un presepio a scuola o per l’orario delle messe o per il monopolio di qualcosa di natalizio o pastorale ci facciamo la guerra. Dobbiamo vergognarci che questo bambino ci divida e aprire il cuore ai nostri fratelli e sorelle che, da sempre.. ce lo ricorda Stefano, sono perseguitati.  150 milioni (più di 2 Italie) di cristiani nel mondo sono perseguitati e faticano ad essere fedeli.. per questo.

Questo dato deve incoraggiarci. Sono fedeli come Gesù, che non scappa dal Getsemani, ma beve l’amaro calice. Anche qui in ITALIA, anche nelle nostre scuole, in tanti modi diversi oggi siamo perseguitati, ignorati, emarginati. Solo chi si chiude nel suo orticello ignora queste cose reali. Che ci devono motivare all’unione, all’essenziale, alla preghiera solidale.
Stefano, come Gesù e come tanti martiri, riesce a pregare e perdonare per chi lo sta uccidendo. Noi abbiamo voglia di perdonare chi ci fa un torto? Chi non la pensa come noi?
Gesù nel vangelo ci raccomanda di non aver preoccupazione di cosa dire e come difenderci.. lo Spirito Santo parlerà in noi.
Cerchiamo di essere solo disponibili a Lui, suoi strumenti di riconciliazione e di pace, di unità.. al resto ci penserà lui.

Quanto volte io ho sperimentato che è vero.. che lo Spirito Santo se lo invochi e ti lasci fare, se lo accogli.. ti rende accogliente nello stile e ti fa essere accolto. Ciascuno di noi preghi per questi nostri fratelli e sorelle perseguitati nel mondo.. il padre nostro ci deve morire sulle labbra se non li ricordiamo.. noi cattolici.. che significa universali.. e ci conceda inoltre sentimenti di pace e accoglienza con cui costruire il regno di Dio che viene a noi, cioè scegliere di essere strumenti di misericordia e unità, fratelli e sorelle davvero tra noi perché figli di un unico Padre.

Parenti serpenti.. Omelia Santo Natale 2014 – Messa del Giorno – B

I nostri presepi raccontano una storia. Un po’ sgangherata, lo sappiamo: due genitori profughi, lontani dal loro paese, messi un po’ male.. vivono la cosa più bella della loro vita in modo così improvvisato.
Possiamo rappresentare questa storia in mille maniere, con tanti materiali e spunti ma resta nuda e cruda ai nostri occhi. E speriamo anche provocazione alle nostre coscienze. Deve comunque sempre un po’ almeno scandalizzarci.
Suggestiva, tenera a volte rischia perfino di apparire scontata. Ma non importa. La dobbiamo portare nel cuore.
Tanto è semplice il presepio e scarno il testo di Luca che ce l’ha raccontato questa notte tanto sembra difficile e complesso il vangelo di Giovanni che abbiamo appena accolto. Ci parla di un verbo. Ma noi vediamo un bambino. Un Dio che si fa verbo significa si fa azione.
Nella lettera agli Ebrei, il cui inizio dovremmo ricordarlo a memoria almeno.. ci racconta che molte volte e in modi diversi Dio ha parlato.. e in queste espressioni c’è tutto l’antico testamento. Profeti, storie, racconti, esperienze, personaggi.. dicono tutti una cosa.. Dio ha parlato: ha cercato di mettersi in comunicazione, di raggiungere l’umanità. Lo ascoltiamo nelle prime letture di tutte le messe che celebriamo.
Dio che interessato a noi, vuole fare alleanza. Finché ad un certo punto.. ha scelto di parlare una volta per tutti.. forse perché stanco o demotivato. “ha parlato a noi per mezzo del Figlio.”
Quel bambino è l’ultima parola di Dio per noi. Ultima nel senso di definitiva. Dio non ha altro da aggiungere. Ci ha donato suo figlio.
Il di più.. lo mettiamo noi, indebitamente. Gesù è il verbo, la parola con cui Dio si è offerto a noi, il suo biglietto da visita.
Quanta fatica facciamo a comprenderlo. Si offre a noi come luce, ricorda Giovanni nel prologo. La luce del mondo.
Ma questo testo ci da sempre anche due sberle, che non possiamo tralasciare.. perché scritte 2000 anni fa eppure attuali, erano profetiche. Come un avviso. Succederà. “il mondo non lo ha riconosciuto”.. ”i suoi non l’hanno accolto”:
Riconosciuto: non solo come fa un papà all’anagrafe. Il mondo non lo riconosce, cioè non gli da identità, fiducia, dignità. Ha altro da fare.. troppo povero e crudo questo segno. Preferiamo fare a meno di lui. Ci basta il natale di serenità, pace e buone feste. Basta con sta fede cristiana. Ognuno è libero di festeggiare come e quel che  gli pare!
I suoi non l’hanno accolto: siamo noi. Primo chi vi parla. E’ dura sta frase. I suoi. Fa rima con noi. Dobbiamo rappresentarlo, predicarlo, cantarlo, visitarlo, presentarlo.. ma che fatica accoglierlo. Rischiamo di farne un mito, funzionale ai nostri bisogni e protagonismi. Magari nel suo nome litighiamo e ci dividiamo. Accoglierlo vuol dire ascoltarlo e come dicevo stanotte: arrendersi. Lui fa come il padre, ricordate la seconda lettura? Continua a parlare in tanti modi.. ma noi spesso..
Pur a fatica sappiamo che Dio ci chiede di viverlo come Padre. Maria ci è madre. E Gesù? Se lui è il figlio di Dio, noi siamo cosa? Suoi? Fratelli! Gesù è nostro fratello. Questo rende ciascuno di noi figlio di Dio.. l’abbiamo sentito. Guardiamoci attorno..
Pensiamo a questo. E’ nato per noi un fratello. Nessuno può dirsi più figlio unico. Ne solo.
Gesù è fratello: da qui diventerà Signore, Maestro, Messia..
Ma resta fratello. Ecco questa storia che amiamo nei nostri presepi cosa ci faccia ricordare. Un fratello. Viene ad abitare cioè vivere in mezzo a noi. Significa che cammina al nostro fianco. Significa che gli interessiamo, è disponibile e reperibile per noi. Quando entriamo in chiesa cerchiamo subito con lo sguardo il tabernacolo. Quella è la fonte e la custodia del nostro essere fratelli e sorelle.
C’è una icona della tradizione russa, molto antica: dice bene con una immagine schietta questa cosa. Gesù al fianco di uno senza nome, per averli tutti, gli tiene una mano sulla spalla e sembrano camminare. Ecco la fede cristiana. Camminare, vivere, affrontare la realtà di tutti i giorni riconoscendo che Gesù al nostro fianco cammina con noi, ci tiene la mano sulla spalla; è quella luce di cui abbiamo già parlato e che Giovanni, nel suo vangelo di oggi, continua a descrivere come una luce. Da accogliere, far entrare nei nostri cuori pieni, forse un po’ pigri e superbi, orgogliosi e indaffarati. Ma tutto parte da qui.
Questo fratello ci rende parenti. Io non ho coraggio di dire fratelli e sorelle.. questo però ce lo chiede lui insegnandoci il Padre nostro. Ecco la nostra dignità grandissima e bella.
Dio nessuno l’ha mai visto, dice Giovanni.. eppure spesso ne parliamo con così tanta sicurezza.. politici, preti, gruppi religiosi, tradizioni sociali.. come una coperta corta ognuno se lo porta dalla propria parte, ognuno gli fa dire quel che più gli comoda.. ma non lo ascoltiamo mai. Solo questo fratello ci farà vivere Dio come un padre. L’ha detto chiaramente paragonandosi ad una porta. Un padre, non un distributore. Gli parliamo tanto, lo stordiamo di preghiere, gli facciamo liste di cose da fare e persone da salvare. Ma non lo ascoltiamo mai. Purtroppo non lo lasciamo entrare se non a fatica nelle nostre vite. Ecco perché ha parlato in modo definitivo e ci ha donato un fratello. Con lui lo riscopriamo solidale, non colpevole.
Appassionato a noi, non estraneo. A lui affidiamo i nostri matrimoni, i sacramenti che celebriamo, il bene che facciamo, la speranza che coltiviamo. Questo fratello ci rende parenti. Parenti fa rima con serpenti. Ma questo si è sempre saputo. Eravamo stati avvisati. Fratelli e sorelle non significa che va sempre tutto bene.. ma che si può sempre recuperare. Perché si ha un’origine comune e una fonte condivisa. Quando non seguiamo tutti Cristo cominciamo a seguire noi stessi e ognuno va in una direzione, ognuno pensa giusta.. così non ci si incontra mai.
Questo fratello ci insegni, non ci doni.. la pace. Ci testimoni la speranza, non ce la regali. Ci mostri la carità, non ci giustifichi dal farla noi per primi. Ci tratti da adulti insomma, liberi e responsabili. Ci aiuti a riconoscerci fratelli e sorelle nel suo nome, nutriti da un unico pane che è il suo corpo, guidati da un’unica luce, in ascolto di una sola parola. Il presepio, insomma, comincia dentro di noi e ci rende fratelli e sorelle con Gesù.
Solo così potremo continuare ancora “molte volte e in diversi modi” a parlare di lui, a raccontarlo, cantarlo, rappresentarlo e testimoniarlo. Perché dai nostri cuori ci darà la verità e la luce, ma soprattutto la fiducia per farlo.

Dentro le tenebre.. Omelia Santo Natale 2014 – Messa della Notte – B

Gli auguri poi, ce li faremo di fretta. Sorridendo, incrociando sguardi e sfiorando guance, stringendo mani, aspettando il nostro turno. Ci diremo “auguri” e “Buon Natale”.
Qualcuno lo eviteremo, per altri ci gireremo dall’altra parte facendo finta di niente. Non importa. Saremo comunque sinceri.
Vorrei potermi sedere qui per terra con ciascuno di voi, che la chiesa fosse vuota e potervi ascoltare per poi poter augurare davvero qualcosa di necessario e sensato, di utile e inatteso, poi tenervi le mani e insieme pregare per questo.
Che bello sarebbe. Capire assieme cosa urge nelle nostre vite.
Quali sono le tenebre che hanno spento in noi magari il sorriso, confuso la speranza, gonfiato l’orgoglio, buttato sale sulle ferite e disorientato il nostro andare.
La parola tenebre ha sempre un sapore profondo: è sinonimo di buio? No, è peggio.. il buio può essere romantico, trasgressivo, utile per un film o le stelle ma le tenebre no. Non sono solo assenza di luce ma qualcosa di più grave e intimo. Il popolo camminava nelle tenebre. Le tenebre ci paralizzano di paura.
E’ la prima frase della prima lettura; un pugno allo stomaco. Camminava significa qualcosa che continua e persiste. Le tenebre ti disorientano, paralizzandoti, ti chiudono. Sono una gigantesca accusa in cui siamo immersi, una colpa generale, sanno di vuoto, di mancanza di vita. Questa parola mette a disagio. Eppure viene usata per descrivere questo popolo. I loro cuori.
Non possiamo far finta di niente. Ognuno di noi, primo chi vi parla, ha stanze di tenebra nel proprio cuore. Nessuno tra noi può dire di non averne, di non essere stato o non essere, nelle tenebre.
E’ camminando nelle tenebre che vedono la luce. E’ dentro il male, la sofferenza, il silenzio atroce che la luce si manifesta. Allora queste tenebre non sono disperazione ma luogo in cui attendere e cercare. Una grande luce che rifulge. E’ dentro i nostri sepolcri di tenebra che Gesù vuole nascere. Basta dargli l’indirizzo.. anzi, lo sa.. è già lì in zona. Basta invocarlo.
Bellissime le immagini successive poi.. gioiscono davanti a te come quando si miete e come si esulta nel dividere la preda. E’ la gioia come un frutto del lavoro svolto con fatica. Ne conosciamo la soddisfazione.
La prima cosa però è accogliere. Forse solo la luce ci fa capire che siamo nelle tenebre perché si sa.. dopo un po’, gli occhi si abituano. Chiamarle per nome. Come per i peccati. Assumersene la responsabilità e la connivenza.
Nessuno può darsi questa luce, la possiamo solo accogliere.
Ne abbiamo parlato anche un paio di domeniche fa, dal brano di Giovanni Battista. Testimone della luce. La luce che ci ridona la realtà di noi, di dove siamo, di dove siamo andati a cacciarci e perché. Solo lui è luce. Solo lui è verità. Le verità che ci diamo sono solo opinioni.
E come comunità? Siamo come il popolo? Di cosa abbiamo bisogno. Abbiamo voglia di chiederlo? Di augurarcelo, di riprendere il cammino, ricevendo questa luce? Di trasformare in vita nuova e speranza quello che altrimenti è solo teatro, spettacolo, prestazione?
Che bello sarebbe.. se ognuno potesse manifestare un desiderio come pure un’intenzione, un impegno, una bandiera bianca.
Correremmo il rischio di celebrare davvero Natale, cioè nascita.
E’ così semplice: come nel presepio. Come nel vangelo di Luca, tanto solenne nell’inizio quanto scarno ed essenziale nel dirci cosa accade. E i pastori? Che segno devono cercare? Solo un bambino, forse il più povero di quello sperduto villaggio.
Anche per noi il segno è semplice, essenziale, sempre quello.. lo abbiamo atteso, forse, ci siamo preparati per accoglierlo, per continuare a sentirlo presente e accanto.
Questo permetterà alle nostre tenebre di essere illuminate da dentro.. non “nonostante” le tenebre (le situazioni di fatica, sofferenza e disperazione..), ma dentro di esse.
L’emmanuele, il Dio con noi, non giudica, ma condivide. Con questo desiderio facciamogli posto e viviamo questa Nascita in noi.