Accorgersi di fare… Omelia IIIa Avv. C-2018

 

UnknownTre gruppi di persone rivolgono al Battista la stessa pressante domanda: che cosa dobbiamo fare? Bello notare come non gliele mandi certo a dire: qualche versetto prima infatti li ha chiamati “razza di vipere” e ricordando loro che non gli interessa che si giustifichino dicendo di essere “figli di Abramo” cioè bravi ebrei religiosi della tradizione; ecco perché provocati chiedono “allora cosa dobbiamo fare?” hanno capito che le cose sono interessanti. (forse son pure irritati e scocciati!) Chi dobbiamo essere? Come vivere?

   I soldati cosa si sentono rispondere? “non maltrattate e non estorcete niente a nessuno“.Cosa intende? Pensate a militari e forze dell’ordine? L’arma e la divisa danno potere. Ma si riferisce a chiunque approfitti di un certo ruolo e autorità per compiere abusi di potere: raccomandazioni, truffe, imbrogli, sotterfugi, il fenomeno gravissimo della corruzione, ricatti, “lei non sa chi sono io-tanto lo fanno tutti-siamo italiani”…sfruttando la propria posizione per maltrattare o estorcere, magari favori sessuali, mobbing, ricatti meschini e maltrattamenti nei luoghi di lavoro, discriminazioni, sfruttamenti e minacce… credo riguardi tristemente ben più delle forze dell’ordine allora questo avvertimento su come comportarci nei nostri luoghi di lavoro…o anche in giro, pensate al ridicolo far west dell’auto difesa foraggiato dal business delle armi e montato ad arte sulle paure…gli abusi del fisco contro le piccole e medie imprese oppresse da burocrazia e accertamenti presuntivi, delocalizzazioni e tanto…troppo altro.

  E ai pubblicani? erano esattori delle tasse per conto dei romani, considerati traditori e ladri perché facevano la cresta: “non esigete più di più di quel che è fissato”…siate onesti, corretti, sappiate accontentarvi. Anche qui per certi versi c’è un abuso di potere; quel che è fissato è legge, norma, e quindi Gv Battista si scaglia contro uno stile furbo, disonesto, approfittatore, di chi insomma guardi agli altri come oggetti da mungere a proprio piacimento, per il proprio tornaconto a spese della collettività o dei più poveri: i furbi del cartellino, il business delle ricostruzioni dopo i terremoti o i disastri, dei rifiuti nascosti sotto l’A4, lo sfruttamento delle cave, il cemento ovunque qui in Veneto, il fiorire di certi negozi tipici per ripulire soldi sporchi, l’ipocrisia del gioco d’azzardo e dei gratta e vinci, lo spaccio, il guadagno a tutti i costi (pensate alla discoteca a Corinaldo), soprattutto a spese di orari di lavoro e prestazioni contro un livello umano di vita in famiglia, di giusto riposo, di poter anche dire di no al consumismo.

  Infine, quasi per rivolgersi a tutti, nessuno escluso di questi che si sentono a posto perché “figli di Abramo”, appella la folla: due tuniche, il mangiare. Un ammonimento forte alla condivisione.

Ma io direi se permettete una cosa ben più importante. Altrimenti noi la riduciamo a fare un po’ di elemosina o dare finalmente i vestiti vecchi alla Caritas…o a un po’ di scontata ipocrisia natalizia sfruttando i poveri per sentirci generosi e anestetizzare un po’ la coscienza: da dove nasce la condivisione? non da un imperativo morale, doveroso. No, o meglio, non subito. Secondo me nasce innanzitutto dalla capacità di ciascuno di… accorgersi. 

 Adoro questo verbo e tale sensibilità: accorgersi di chi al tuo fianco ha bisogno, non subito di panini e spiccioli ma innanzitutto di pazienza, sorrisi, fiducia, attenzione, un complimento sincero, un apprezzamento, ascolto…in una parola di dignità: la tunica al tempo rappresentava la dignità, non averla provocava disprezzo e vergogna, era doveroso pensare a chi ne fosse privo…ridare dignità, accorgendovi di dove questa fosse in asfissia e calpestata. Siate umani condividendo la vostra umanità di cui ciascuno è ricco se lo vuole. Che il tempo che passa con voi lo lascia migliore. Accorgersi che abusi di potere e ruberie mancano di rispetto agli altri, oggetti del nostro sguardo di dominio e furbizia. E non basta poi dirsi cattolici o andare a messa la domenica se ci comportiamo così o se pensiamo sia inevitabile, normale ormai e abbiamo perso perfino la voglia di dire non “che schifo” ma “io come posso cambiare da questo punto di vista? cosa posso fare?

Ma su che cosa fare per cosa… 

Avete notato?  a cosa serve comportarsi così? 

Gv Battista non chiede nulla di religioso e devoto. 

In qualche modo lo erano già tutti dei bravi ebrei religiosi, a maggior ragione se erano andati ad ascoltarlo eppure percepiscono un volto di Dio diverso e un appello per le proprie vite…   Il vangelo conclude dicendo che così Battista li EVANGELIZZAVA…

Significa che basta fare? no, assolutamente. È così stupido sentire frasi tipo “io non vengo in chiesa” ma faccio tanto del bene, magari in parrocchia…come se fossero in contrapposizione.

Il fare per un cristiano è un impegno preciso e scomodo per continuare a costruire il regno di Dio. Anche un ateo fa del bene sociale, civile, è il suo dovere di cittadino, di essere umano ma noi cristiani confidiamo che il nostro fare sia per una prospettiva diversa e il venire a messa o la preghiera o la confessione, cioè le esperienze che ci fanno sentire accanto Gesù non siano dovute ma necessarie per continuare a fare meglio e nel suo nome il nostro bene possibile qui e ora. La messa è il rientrare ai box non qualcosa di facoltativo o alternativo all’agire quotidiano, per avere uno stile diverso non solo il buon senso pratico.

Chiediamo a di viver con questa prospettiva e di cercare in Lui attraverso la nostra preghiera risposte al cosa posso fare qui e ora con te, Signore..

La carne vedrà la salvezza ? Omelia IIa domenica Avvento C-2018

carne_copia1.jpg

Capolavoro da ascoltare   https://www.youtube.com/watch?v=lB6a-iD6ZOY

Che significa: Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio? Buttata li alla fine di questa pagina un po’ enigmatica. Letteralmente “ogni carne”: carne è espressione più diretta, cruda, plastica, concreta. Forse tale parola ha spaventato i biblisti inducendoli a scegliere un più generico “uomo” che però sa di tutti quindi anche di nessuno!  A me piace restare al testo letterale di Luca. Carne…? pensiamo al parlar comune…“Essere in carne, labbra carnose”.. dice abbondanza, pienezza, tutto quello che sei e siamo, quello per cui ci siamo spesi, i nostri desideri, quanto abbiamo realizzato e sperato, quel che ci dà gioia, soddisfazione, ci riempie di cose belle, sudate, per cui essere fieri e grati…tutto questo vedrà la salvezza, cioè si incontrerà col Signore Gesù, troverà in Lui finalmente compimento. Allora continuiamo ad impegnarci, a spenderci, ad amare e fare del bene, ad indignarci per la giustizia, vivere il sociale, cercare il bene comune, a vincere la pigrizia di un pensiero che ci disumanizza o la superficialità facile che rende tutto banale e relativo, continuiamo a credere e vivere cercando senso e sapore nel vangelo…tutto questo ci rende persone autentiche, umane, cristiane, belle..tutto questo vedrà la salvezza, cioè troverà pieno compimento nel Signore…come orientamento del nostro fare per… non siamo solo filantropi o generosi, siamo cristiani, ecco il nostro senso, il fine, la strada giusta che ci porta al posto definitivo in cielo, dove tutto sarà compiuto. Ci dà direzione e senso, facendoci tendere verso…avvento…

  Oppure diciamo “La carne è debole”: siamo cioè tutti fragili, volubili, feriti e bisognosi di pace, riconoscimento e stima, assetati di fiducia, impauriti da tante cose: fallimento, morte, dolore dei nostri cari, frustrazioni, l’impotenza di fronte alla sofferenza che non riusciamo ad evitare o lenire…i nostri compromessi e doppifondi, i passati imbarazzanti o i vicoli ciechi dove cercavamo noi stessi, le dinamiche famigliari in cui siamo incastrati  da sempre, le dipendenze affettive o peggio,… essere deboli oggi viene considerato un limite, bisogna essere scaltri, furbi e individualisti…non bisogna piangere o emozionarsi…no, è sbagliato! tutto questo è molto più di dire uomo..questa nostra vita, questa nostra carne, a volte spaventata, invecchiata, acciaccata, inutile e sola come si sente un anziano, indifesa e fragile come un bambino, tradita e insensata come si sente un ammalato: tutto questo vedrà la salvezza…di Dio. La carne ferita, ignorata, sola, oltraggiata, abusata, stuprata, derisa, bullizzata, abbandonata, offesa, emarginata, violentata… vedrà la salvezza di Dio. Quasi a dire, non finisce tutto qui. Ci sarà giustizia, pienezza e riscossa.  Nel bene o nel male, la nostra vita, la nostra carne, ci piaccia o meno, incontrerà Qualcuno presso cui finalmente trovare senso, compimento, riposo, pace.

Forse la vorremmo subito questa salvezza, questo senso. 

Ecco infatti che stiamo aspettando, in questo Avvento, la venuta di chi farà propria questa nostra carne, scegliendola da dentro, diventando uomo, carne, la parola si è fatta carne, diremo a natale…per renderla eterna. Di qualità.

Essere come noi gli permetterà di essere per noi e con noi.

Chiediamo al Signore di non aver paura della nostra fragilità, di saperla trasformare in preghiera e offerta, di essere fieri di tutto quanto ci dà pienezza e rende umani. 

Offriamo la nostra carne alla sua salvezza per fare esperienza che questo Salvatore che sta per venire ha qualcosa di bello da annunciare e condividere a ciascuno di noi. Il Natale inizia così.

Domenica IIIa di Avvento 2018-C

Dollarphotoclub_85341179.jpg

 

Tempo lettura previsto: 4 minuti

In ascolto del Santo Vangelo secondo Luca 3,10-18

In quel tempo le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Giovanni Battista non è Gesù, lo sa bene, può nemmeno slacciargli i sandali (immagine straordinaria!) eppure “evangelizza” il popolo. Il vangelo mica esisteva, Gesù deve ancora comparire in scena…anche in questa pagina. Mica è presente o parla Gesù. E’ bella la liturgia (e ancora il Nuovo Testamento) che ci parla di Lui quando ancora non c’è. Sta arrivando. I testi ovviamente sono scritti postumi…e hanno quindi sapore di ricordo e catechesi… Tre gruppi di persone si rivolgono al Battista. Mi piace notare che non ci sono né preti-suore, né catechisteanimatoricapiscoutcorisagreecc. ecc. insomma non ci sono gli “operatori di pastorale”..forse impegnati altrove? Può darsi. Qui il Battista ha a che fare con gli affamati …tre categorie diverse di persone, ciascuna riceve delle dritte scomode su come comportarsi. I pubblicani, esattori delle tasse che lavoravano con gli invasori romani facendo la cresta e odiati da tutti i loro compaesani; i soldati, forse corrotti, pronti ad approfittare e ricattare come può accadere…per dare sicurezza, evitare controlli ecc.; folla e popolo (bue?); la domanda risuona triplice quasi in dolby surround: che cosa dobbiamo fare? non è forse una domanda veneta ma esistenziale. La fede ed il suo riscontro sono pratici. Non sociali anche se è nel sociale che si misura tutto. Condivisione sincera e leale, giustizia nuda e cruda, non abusare del proprio potere,  bene comune da perseguire, sobrietà reale e luminosa. Insomma…accorgersi. Quanto mi piace questo verbo…accorgersi e agire di conseguenza. Buon avvvvvvvento. Un vento che spazzi via un po’ di zavorre inutili che rischiano di farci la sbornia di tutto tranne di quel che serve davvero.

COMMENTA