Luna, stelle e promesse…Omelia IIa Quar. -C ’22

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga di mirar queste valli? Somiglia alla tua vita la vita del pastore. Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?

Leopardi in questo suo “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” ci offre la riflessione amara di quest’uomo provocato dall’austera solitudine della luna che sente la propria vita avvolta dal pessimismo e dall’inquietudine, avendo perso orizzonti di senso che gli diano pace e speranza. Forse anche noi a volte ci siamo sentiti così, magari davanti ad un crocifisso muto o nel silenzio di una chiesa inutile o nel nostro cuore sentendoci traditi da un dio per sentito dire…

Ben altro invece le stelle significano per Abramo nella 1a lettura, Genesi: Dio Padre le usa per indicargli una promessa. Non riuscirai a contarle…così come la tua discendenza. Noi siamo tutti figli di Abramo, assieme ai nostri fratelli maggiori ebrei e ai fratelli e sorelle musulmane. Figli di una promessa che non riesci a comprendere (non puoi contare le stelle) ma che ti fa guardare lontano, promessa di vita e storia, di futuro e speranza. Si fonda su una relazione e Lui ha preso l’iniziativa: Io sono il Signore che ho fatto e faccio storia, strada con te. Lo dirà mille altre volte, il Dio di Abramo Isacco e Giacobbe..con cui essere in rapporto, di cui avere sempre memoria. E come testimoniarlo? Ecco l’immagine di quel fuoco passa in mezzo agli animali squarciati, ci vediamo la nostra vita, un Dio che vuole stare in mezzo alle situazioni in cui abbiamo bisogno della sua luce e della sua presenza, li dove siamo feriti e smarriti. Allora pur se a volte ci sentiamo come quel pastore, siamo chiamati a contemplare un Padre che vuole continuamente essere nostro alleato, prendere l’iniziativa di scuoterci dai nostri torpori e riti narcotici, come nella genesi dove dona la terra e discendenza, cioè vita. È la stessa alleanza che rinnoviamo nella messa, che Gesù ha definitivamente sancito garantendoci con la sua morte e risurrezione la sua presenza promettente tra noi e in noi mediante lo spirito santo. Lo dicevamo domenica scorsa. Ai Filippesi, Paolo ricorda come questa alleanza troverà compimento in cielo, la nostra cittadinanza o patria. Siamo fatti per quello. Qui siamo solo di passaggio, pur nella pienezza che solo qui possiamo vivere e gustare quanto ci viene promesso. Gesù l’anticipa e fa pregustare ai tre discepoli fidati che lo accompagnano sul monte. Pietro, Giacomo e Giovanni dormono sereni, Pietro se ne esce col desiderio di trattenere, ma contemplano un Dio che si compiace di quel suo figlio, dallo stile per quel tempo eretico e rivoluzionario, che parla di misericordia e non di meriti, di amore e non di morale, di perdono e mai di colpa.

Nel 18° sec. il filosofo tedesco Kant dice una delle sue espressioni fondamentali: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me». Noi per fortuna abbiamo un cielo stellato che ci ricorda promesse e memoria, e in noi non una legge morale che rende soldatini del galateo religioso ma una presenza alleata. Essa ci parla, ci indica il meglio per noi possibile, ci sussurra continuamente che tutto quel che viviamo, anche questa quaresima, ha sullo sfondo una promessa, di relazione, alleanza, storia. Non siamo soli e affranti come quel pastore. La promessa di Abramo, compiuta dal figlio trasfigurato ci ricorda il credito che sempre Dio Padre ci offre: credito di vita, verità, pienezza, libertà da recriminare, da assaggiare, di cui essere portatori di diritto e non spettatori muti. Da pretendere non da temere. A cui restare saldi, come Paolo chiede con forza ai Filippesi.

È bello per noi stare qui, dirà forse goffamente ma in buona fede Pietro. Abbiamo mai avvertito in noi, pur velocemente ma con certezza…che è bello per noi essere cristiani? Abbiamo nella nostra storia di vita cristiana una memoria buona che mi fa dire..ne vale la pena? Chiediamo al Padre la grazia di tale consapevolezza, un’esperienza viva dell’alleanza con Lui che ci faccia non solo passare la luna come un umore nero, di un cristianesimo solo da quaresima e funerale ma vedere le stelle, che da sempre danno direzione e futuro a chi vi si affidi, mentre ci ricordano della promessa di Dio per ciascuno di noi.

VIIIa Domenica t.o. ’22 durante Cristo

Bocca di Rosa, Faber… Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio. 

Che consapevolezza hai di te stesso? ti metti mai in discussione, accetti di essere fallibile, imperfetto, umano?

Due ciechi

quando hai un incarico di responsabilità, parroco, religiosa, sia come animatore, capo, catechista…ma anche come genitore, fratello o sorella, collega di lavoro…sei sicuro di vederci bene? Che consapevolezza hai dei tuoi limiti, della tua umanità, del bisogno di apparire o sentirti riconosciuto, sei di quelli che devono sempre essere al centro di tutto e dicono “o a modo mio o non si fa nulla”, che sceglie di non collaborare e chiudersi nella confort zone, ti conosci, ti accetti per quello che sei, senti in te delle spinte a comportarti in un certo modo, apparire, sei sempre nel carro del vincitore? hai sempre ragione tu? sai sempre dove andare e perché 

Trave e pagliuzza

Sai ascoltare quello che vivi? Rischiamo spesso di dimenticarci di quello che siamo o siamo stati, sentendoci giusti e dandoci sempre ragione; il problema son sempre e solo gli altri e quindi io posso accorgermi, accusare, deridere, correggere, far notare ma sempre e solo con l’accetta, tajar tabarri…mi sento così giusto e bravo, quando lo faccio, mi sento in missione per conto di Dio perché se non le dico io queste cose…e ci sentiamo così bene quando critichiamo l’altro, più lo abbassiamo più ci innalziamo. come i bulli…

Frutti 

Parole parole parole, cantava Mina… soltanto parole… ma le scelte che compi? magari senza esser visto o dirlo a tutti? di cosa profumano? Il rischio poi è spesso quello di non accettarsi per quello che si è, perdendo tempo nell’invidia o la gelosia verso l’erba del vicino che appare sempre più verde. Riusciamo ad essere semplicemente la migliore versione possibile di noi stessi, qui e ora?

Che c’entra col Vangelo? dove sta la buona notizia? è interessante che Gesù ai discepoli e alla folla raccomandi proprio questo, non solo la preghiera e le devozioni, anzi! Ha a cuore una qualità da dare alla relazione con sé stessi e con gli altri.

Mediata da un atteggiamento di umiltà, ma anche di fiducia e pazienza, disponibilità ed elasticità.

Sa forse che cercando di vivere così, si vivrà meglio e in armonia… e che queste cose spicciole son il primo biglietto da visita con cui presentarci come cristiani e tra collaboratori in parrocchia… altrimenti non solo non accetteremo consigli ma continueremo a dare cattivi esempio.

Domenica VIIa t.o. 2022 durante Cristo

Dal Vangelo secondo Luca 6,27-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.

E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.

Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano.

E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso.

E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.

Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio
».

Che dire?  La togliamo questa pagina? Non lo diciamo a nessuno, così anche per gli anni prossimi siamo a posto. Che emozioni provoca in noi? indifferenza, rabbia, dubbio, fatica, ansia…? A messa avrete detto “lode a Te o Cristo”…  ma de ché?  Lo lodiamo perché ci chiede di amare i nostri nemici, non giudicarci, non aspettarci nulla in cambio: ne siamo convinti? Pagina meravigliosamente scomoda. Non perché vada considerata come il vademecum del buon cristiano, per carità! Ma nemmeno una pagina solo per addetti ai lavori o super devoti, da ignorare…E’ un termometro. Dice la nostra temperatura, come cristiani…

La prima parte appare sembra assurda. Perché mai dovrei amare chi mi fa del male, dare gratuitamente, benedire chi mi maledice? e poi quelle tre sberle, i tre “Se”, a metterci spalle al muro mentre pensiamo di essere a posto perché viviamo col nostro buon senso religioso ma Lui, indisponente!, ci annuncia “anche i peccatori fanno lo stesso” che potremmo parafrasare con ..”anche chi non è battezzato né viene a messa né da una mano in parrocchia” fa lo stesso…cioè insomma un’altra logica..essere cristiani non è essere come tutti gli altri, bravi o buoni, che non fan del male ma diversi. 

A ribadire che non abbiamo, come chiesa di battezzati, nessun monopolio sul bene, la generosità o la disponibilità: l’ho detto oggi a chi mi chiedeva un battesimo, dicendomi che era cristiano perché rispettava certi valori: ma pareva annegare cercando di giustificarsi che poi non era praticante, i 10 comandamenti ecc. E non riusciva a spiegarmi oggi cosa gli servisse essere battezzato.

E andiamo tutti in confusione perché allora a cosa serve esserlo ? venire a messa, pregare, confessarsi NatalePasqua? A noi a cui pare sacrosanto vivere le relazioni secondo una norma di esclusività (noi, i nostri…) e di garbato contraccambio (dare e avere). Questa pagina ci mette spalle al muro e aiuta a fare verità; ci stimola a renderci conto di cosa significhi per ciascuno di noi essere quello che pensiamo di essere, cioè cristiani. che sapore stia dando alla nostra vita… 

Penso che la si possa comprendere solo a partire da quella espressione meravigliosa, verso la fine: siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso. Misericordiosi non significa né codardi, né stupidi, né conniventi o passivi. Ma per esserlo, ci ricorda Gesù, prima devi aver fatto esperienza nella tua vita e sulla tua pelle che Dio padre è stato misericordioso con te. Siamo in grado di dirlo? Nella nostra storia personale possiamo raccontare di esserci sentiti una nullità, dei falliti, dei miserabili, fragili, feriti, volubili, in balia dei nostri peccati e dei nostri vizi, (padre cosa vuole faccio sempre gli stessi peccati!) inebriati di orgoglio e sottile superbia, anestetizzati dal fare le cose cristiane per la parrocchia, di far perfino fatica a sopportarci per come siamo e insomma… così come siamo, amati, accolti, mai giudicati ma sempre e solo, volta per volta, guardati con comprensione? Io si. Tante volte. E voi? Dio padre con noi è come…stare nudi ma non più in imbarazzo, perché tanto ci ha creati e sa di che siamo fatti. E che tutto questo non gli ha mai impedito di volere il nostro bene, accoglierci, guardarci fiducia. Mai. Senza né tapparsi il naso, o chiudere un occhio o dire “nonostante io sia così” ecc. Mai.

Dio Padre non ragiona come noi, per fortuna, non ha il nostro buon senso ma solo un amore smisurato, gratuito, che sempre ci anticipa e spiazza, quello del lavare i piedi a Giuda e Pietro, del Padre misericordioso della parabola che si rifiuta di ascoltare la filastrocca del figlio prodigo che vuol scusarsi e vivere da servo mentre il Padre si affanna a preparare la festa per viverlo da figlio.

Ecco la misura buona, pigiata, colma e traboccante…che Lui offre alle nostre vesti… Lc sembra non saper più come descrivere la sua generosità per noi. Solo perché stimati, accolti e accompagnati da Lui, allora inizieremo almeno a desiderare di essere come propone Gesù: misericordiosi e diversi. Perché amati.

Non strappiamo allora questa pagina. E’ un termometro che ci ricorda l’architrave centrale e indispensabile della nostra fede e della vita da figli al quale il Padre chiama ciascuno di noi.