XXX° – A

(Tempo di lettura previsto: 4 minuti)

linus

Per un sorriso sull’ “amarsi” dagli anni ’90!

 

In ascolto del Vangelo secondo San Matteo 22, 34-40

Allora i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Amare.
Quanto ne parliamo. A volte così tanto da svilirlo, facendolo restare come una grande scatola vuota. Bella da fuori ma vuota dentro, perchè ognuno ne ha come “rubato un pezzo”.
Ognuno lo tira dalla propria parte. Il desiderio diventa spesso, ahimè, diritto.
Vogliono contestare Gesù anche su questo, ponendogli questa domanda.. a partire dalla Legge..
Il comandamento: siamo ancora nelle “cose da fare”, nel “dovere”..
“Legge, comandamento..” a pelle danno un po’ di orticaria, a tutti penso.. facciamo fatica con l’autorità.. soprattutto oggi, in questo tempo allergico a relazioni non “emotive” e poco spontanee.
E quanto sembra assurdo o contraddittorio parlare di amore come senso di un comandamento.
La prostituzione è un’altra cosa. Posso comprare un corpo o una prestazione ansimante e sudaticcia ma non l’amore.
Nessuno può essere obbligato ad amare ne ad essere amato.
Allora Gesù con questa risposta sta “resettando” tutto: religiosità, purezza, immagine di Dio, percezione di me nei suoi confronti, morale..
Sta portando l’amore al centro. Forse per la prima volta. (E l’ultima?)
E’ bello poi come, quasi con l’abbondanza straripante dell’amore stesso.. alla richiesta di un comandamento, Lui ne aggiunga un altro.
Ci offre questa sintesi bellissima.. tuo prossimo come te stesso. Ahi..
Con pochissime parole ci offre questi due “polmoni” indivisibili. L’uno garanzia dell’altro. L’uno pronto ad autenticare l’altro.
Immediato riferimento alla continua verifica matura della nostra coscienza di amati.. per amare.
Àmati o amàti?
Imperativo o passato? O meglio tutti e due?
E poi quel terzetto un po’ misterioso.. cuore, anima, mente..
Pensate se non ci fossero tutte e tre che confusione..
Se ci fosse solo il cuore.. emotivismo caldo e fusionale, intimistico.. privato..
Se ci fosse solo l’anima.. piritualismo disincarnato, avulso dalla realtà, inutile!
Se ci fosse solo la mente.. sottile ragionamento, giustificazione, concetto, formule rassicuranti, idee e speculazioni, parole e concetti vuoti.
Invece le mette tutte e tre: non può essere a caso.
Ci ritroviamo inseriti in un unico movimento tra noi, Dio e gli altri; continuo, circolare, famigliare. Un unico flusso d’amore che si gioca e alimenta su questa correlazione reciproca. Dare, avere, ricevere, gustare, riconoscere, celebrare, compromettersi..
Non se ne scampa. E quanto è bello..

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XXIX° – A

(Tempo di lettura previsto: 3 minuti)

141014

In ascolto del Vangelo secondo San Matteo 22,15-21

Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Matteo introduce il racconto odierno rivelando espressamente le intenzioni dei farisei: vogliono coglierlo in fallo.
Ecco perchè mandano con alcuni dei loro discepoli degli erodiani. Che significa?
L’accoppiamento è particolarmente subdolo, proprio perchè tra loro non sono d’accordo sulla questione che stanno per porre a Gesù; in ogni caso egli dovrà mettersi contro uno dei due schieramenti.
I farisei, rigidi e intransigenti osservatori della Legge vivono come problema di coscienza il maneggiare monete con l’effigie dell’imperatore Tiberio e la scritta che lo descrive come divino.. la sentono come una scandalosa forma di idolatria.
Gli erodiani invece, più trasversali tra i vari ceti sociali, sono più legati alla famiglia di Erode Antipa, che sta regnando con il consenso dei Romani invasori. Quindi non sentono poi come un problema il normale pagamento e uso di tali monete.
E’ quindi una questione sia politica che religiosa.  E come cercano di indorare la pillola a Gesù dicendo che Lui è libero e senza soggezione alcuna per nessuno.
Gesù, riconoscendo la loro malizia, li definisce “ipocriti”; sposta poi il problema dal piano ideologico a quello pratico e pone la questione della relazione con Dio.
Le monete hanno l’insegna dell’imperatore; sono sue. Non è un problema teologico dare a Tiberio quel che gli appartiene.
Gesù però aggiunge.. a Dio quel che è di Dio. Allora cambiamo anche prospettiva.
Vivo i doveri dello stato con onestà e giustizia. Ma la mia coscienza è su un altro livello.
Cosa è di Dio?
Innanzitutto direi il primato della coscienza.. viviamo in un contesto civile cui aderire nelle sue molteplici manifestazioni.
Per il resto.. come creature.. a Lui apparteniamo, con amore e libertà di figli.
Restituirgli cosa? La vita..
Cioè? La capacità di amare, generare vita e bellezza, seminare gioia e speranza, prenderci cura degli ultimi, sparpagliare giustizia..
Indignarci, innamorarci, incazzarci, appassionarci.. per tutte quelle vite che sono sue e che si stanno sciupando o sprecando..
Quel che di bello, nobile e potente in noi.. non viene da Lui? Non ne è geloso.. ce lo ha donato.. restituirglielo significa solo farlo fruttificare e offrirlo al mondo nel Suo nome.
Dio si aspetta sempre e solo qualcosa di buono da noi.. glielo permetteremo?

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XXVIII° – A

(Tempo di lettura previsto: 4 minuti)

grasso-che-cola

In ascolto del Vangelo secondo San Matteo 22,1-14

Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Che casino, oggi..
Una festa di nozze: ecco il regno dei cieli. Venga il tuo regno, diciamo meccanici nei nostri padrenostroipnotici: e Gesù non ce lo descrive come una chiesa silenziosa e buia piena di gente in preghiera, nemmeno come un’assemblea di brave persone moralmente ineccepibili intente a comportarsi bene e sorridere pacifiche.
Una festa, gente che mangia, beve, si incontra, chiacchiera, festeggia, sta bene assieme, si saluta e ricorda, se la spassa. Un “festone” insomma.
E questo regno non viene dipinto come un premio futuro, un paradiso da attendere impazienti come un premio ma come qualcosa già qui da assaporare e imparare a desiderare e riconoscere.
Già qui questa festa è possibile, stile, relazioni, premure, atteggiamenti, scelte. Una festa. Mi immagino i buoi allo spiedo che girano gocciolando grasso.. meraviglioso.
Poi ci sono gli invitati a nozze: inutili dire di chi stiamo parlando.. di noi!
Non se ne curarono.. la pietra (Gesù) continua ad essere scartata. Ignorata: ci sono i propri affari, il proprio campo.. si continua a fregarsene. Insultare e addirittura uccidere. Ognuno colga quel che ritiene onestamente di poter assorbire.
Poi arrivano quelli che nessuno aveva invitato, da cui non ci si aspetta niente: che non hanno mai messo piedi in parrocchia o fatto un’ora di gruppo.. e che fame hanno.. di questo regno.. cattivi e buoni, si entra lo stesso.. facendo passare sempre prostitute e pubblicani, però, attenzione!
Poi arriva l’amico col vestito messo male: calma. Si nota subito che non c’entra nulla. E’ un pezzo di versetti uniti postumi. Legati dal tema ma non dal significato e dal messaggio.
Ne uscirebbe un padrone di casa un tantino permaloso e schizofrenico.
Teniamo conto poi che Matteo nel suo scrivere è sempre un attimo carico di immagini piuttosto risolute; alcuni biblisti ricordano che lui scrive ai giudei.. i quali erano abituati ad essere trattati in maniera un po’ spicciola e brutale..
Ma forse quel vestito mancante ci ricorda che non è scontato che siccome sei.. allora va da sè che..
Insomma.. devi metterci qualcosa di tuo.. il tuo vestito, la tua identità, il tuo stile.. quello che sei, come sei..
Non è tutto scontato, non è tutto dovuto.
Che effetto fa ora invocare il regno di Dio nel padrenostro? Che significa per noi?
Dove sono i segni della festa dell’essere cristiano che siamo chiamati a celebrare e riconoscere?
E se non rispondi perchè te ne frega niente.. vuol dire che il tuo abito non è degno di tali nozze.. sorry!