XVIa Domenica T.O. – C

(Tempo di lettura previsto: 3 minuti)

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In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 10,38-42

Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Marta è fantastica: chiede di essere riconosciuta, pare rimproverare Gesù che non si accorga di quanto è brava, ribadisce che è “sua” sorella, quasi fosse gelosa della confidenza eccessiva con Lui e infine.. gli spiega pure cosa dovrebbe fare.. insomma si affanna.. si agita.
Questa pagina da sempre è stata un po’ fraintesa: come gli operai della messe non sono i preti, così Marta e Maria non rappresentano la vita contemplativa e quella attiva, il fare e il pregare: sarebbe incredibilmente banale.  Solo domenica scorsa Gesù ha raccomandato di “fare la stessa cosa” per vivere, cioè di sapersi sporcare le mani.. come pure, alla faccia di Mina, Papa Francesco ha richiamato che non basta aver sempre in bocca certe parole, parole, parole, ne, dirà Gesù, dire “Signore, Signore..”
A noi veneti devoti e iperattivi meritocrati che effetto fa? Pensiamo ai gigli del campo che vestono come Salomone pur appassendo in pochi giorni: la lettura che spesso sposi affannati e confusi scelgono per il loro matrimonio con la speranza che magicamente cambi tutto.. cambierà niente..
Marta e Maria sono per certi versi complementari, sono con quel che rappresentano, due polmoni, due respiri.
Non affannatevi sentendo che dipende tutto da voi e che tutto voi dovete fare..
Maria si è scelta letteralmente la parte “giusta” non migliore.
Gusta perché Maria è saggia e ha capito come impostare bene le cose, partendo dall’ascolto.
“Con l’aiuto di Dio..”, si sbrodolano gli scout, “con la grazia di Cristo..”, dicono gli sposi novelli felici.. ma come fai a vivere questo desiderio-impegno se non lo ascolti mai? Se non ti crei le condizioni per vivere in ascolto, per mettere un po’ al centro la Sua Parola, se non dai la priorità all’ascolto.
Applicare questo alla parrocchia mi parrebbe di sparare sulla croce rossa. Vorrei solo fare delle proporzioni.
In una comunità parrocchiale oggi quanto tempo dedichiamo a Dio.. non alla gente, agli altri, al è bello trovarsi e stare insieme.. (si va ben, dai.. guadagnare schei pa a parrocchia) a Dio innanzitutto, visto che ci diciamo cristiani.. quanto a Lui e quanto a tutto, ma davvero tutto il resto? Quante risorse, tempi, serate, soldi, strutture, iniziative, attività.. penso alle meteore che appaiono e scompaiono magicamente e periodicamente in parrocchia per.. va be..
Sarà il caldo, mi sto agitando, affannando, incacchiando.. non ne vale la pena.
Forse..

“Salutatemi il mio prossimo..” – Omelia XVa T.O. – C

120716_vA proposito di samaritani..

Strada affollata di una grande città, una bambina chiede aiuto ai passanti: prima vestita di stracci, dopo due ore tutta elegante; qualche giornalista spesso per creare notizia e denunciare indifferenza si inventa un servizio così: a dimostrare che tutti son pronti ad aiutare la bambina elegante e a fregarsene della mezza zingara..
E chi è il mio prossimo? Pensiamoci. La domanda è tendenziosa. Sotto intende che io mica posso voler bene a tutti. Aiuterò solo alcuni: solo chi ha davvero bisogno, chi è come me, chi se lo merita, chi mi fa pena o non fa cosa, chi.. non è così e colà.
Il dottore della legge, religioso, scrupoloso, devoto e praticante vuole porre confini, perimetri alla sua generosità, ha bisogno di etichettare le persone per selezionarle. Conosce bene la Scrittura, è osservante e pio ma.. pare dire, alcuni meritano aiuto, sono il mio prossimo, altri no, non ne vale la pena, non voglio sprecarmi, si arrangino. Vuole sapere da Gesù come regolarsi.
Abbiamo spesso in mente etichette come queste.. e di fronte a certe persone, il nostro cuore si contrae, chiudendosi.
Gesù invece il giovedì santo laverà i piedi anche a Giuda e Pietro.
La sua risposta opera uno spostamento di senso (chi di questi tre si è fatto prossimo?) ne modifica radicalmente il concetto: tuo prossimo non è colui che tu fai entrare nell’orizzonte delle tue attenzioni, ma prossimo sei tu quando ti prendi cura di un uomo; non chi tu puoi amare, ma tu quando cerchi di amare.
Gesù vuole forse dimostrarci che non è l’essere religioso o addetto al culto che garantisce di compiere la volontà di Dio.
In questa settimana il vangelo che abbiamo accolto mi è parso sempre più lontano.. bianchi che ammazzano neri, neri che ammazzano bianchi, abbandoni, rapine, stupri, versetti del corano da sapere a memoria.. Dacca, Dallas, Fermo, il fiume Tevere.. la cronaca è più opprimente dell’afa, non ci dà tregua.
Il vangelo invece è chiarissimo, speriamo rinfrescante.
Gesù risponde alla domanda tendenziosa con la parabola che abbiamo sentito. La descrizione è precisissima: il contesto geografico, la situazione, il sacerdote ed il levita, figure di spicco del tempo, molto religiosi, addetti al culto del tempio, osservanti; il samaritano, razza considerata impura e maledetta,  pensiamo poi a quanta attenzione Gesù usi nel descrivere le 7 azioni con il quale lo stesso si curerà del malcapitato. Tutto molto dettagliato.
Una cosa non può sfuggirci. Gesù è rigoroso nella narrazione dei fatti.. ma di quello che è moribondo e bisognoso, dice solo che è un uomo. E deve bastarci. Cosa evoca in noi questo? Un uomo. Una persona. Basta e avanza.. cosa dovrebbe avere di più?
In mezzo al mare su un barcone, sul ciglio di una strada a prostituirsi, a svenarsi ad una macchinetta col gioco d’azzardo, a coltivarsi l’isolamento in casa propria, a vivere a fatica con qualche sofferenza fisica o disabilità psichica in famiglia, a lasciarsi bere da una bottiglia, a scontare una pena pur giusta in carcere, a dimenticarsi di essere genitore o figlio; un uomo, una persona, al di là di tutto, la radice comune, il minimo di ognuno, il condividere la stessa pasta, quella solidarietà che ci rende tutti umani,, coraggiosi o spaventati, forti o deboli, belli o brutti, orgogliosi o bisognosi di conferme. Se vogliamo, fratelli e sorelle.
Offriamo stasera al Signore, almeno il desiderio di meditare su questa parabola, gustando il senso della nostra vita in ogni singolo atto d’amore se riusciamo a farci prossimi; chiediamogli l’audacia e il coraggio di sentire risuonare nei nostri cuori il suo appello al vivere la sua misericordia. Va e anche tu fa lo stesso.

 

XVa Domenica T.O. – C

(Tempo di lettura previsto: 4 minuti)

1890,+Il+buon+samaritano

Rimaniamo su Van Gogh con “Il buon samaritano” (1890)

 

“Prendi posizione. La neutralità favorisce sempre l’oppressore, non la vittima. Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, mai il torturato.”
(da “Gabbie vuote”, di Elie Wiesel – 1928-2016, riposi in pace.. e se non avete letto il suo terribile “La notte”.. affrettatevi a farlo.)


 
In Ascolto del Vangelo secondo San Luca 10, 25-37

Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
Pagina magnifica.. Gesù usa come modello un samaritano, considerato peggio di uno zingaro per noi oggi..
Ci sarebbero da dire un sacco di cose interessanti, ma mi limito a farvi notare, se non l’aveste già fatto una cosa fondamentale..
Il dottore della legge, religioso e devoto, chiede.. “chi è il mio prossimo”.
Gesù gli gira la domanda.. ”chi ti sembra sia stato il prossimo..”
Gesù smaschera i sentimenti del dottore, che in cuor suo pensa che si possano aiutare certe persone, ma non altre. Vuole mettere confini e limiti all’amore, facendolo dipendere dal destinatario.
Quasi non volesse sprecare il proprio dono con chi non lo meriti..
Peccato però che l’amore non possa essere definito in funzione dell’identità, della qualità o dei meriti del destinatario (chi è il mio prossimo?), ma è un compito, un dovere cui ciascuno è chiamato. (Chi si è fatto prossimo?).
Non l’oggetto dell’amore è il prossimo, ma il soggetto che compie azioni d’amore.
Non ci si domanda chi è, ma ci si fa prossimo, uscendo da sé stessi, accorgendosi al momento giusto di chi abbia bisogno..
Il tuo prossimo è colui che tu decidi di rendere prossimo..
Luca è preciso nel caratterizzare i personaggi, nello sceglierli: dottore della legge, sacerdote, levita, samaritano..
Della vittima invece dice solo che era “un uomo”. Questo basta e avanza per rendercelo prossimo..
Al di là della provenienza, dell’età, del sesso.. basta che sia un essere umano come noi..