Macerie vittoriose….Meditazione nel Venerdì Santo 2022

«Che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?». Questo ha chiesto al mondo Papa Francesco, domenica delle palme, all’angelus; l’ennesimo tentativo di provocare una presa di coscienza sul senso di quello che sta accadendo, spostando l’attenzione sia sul proprio vincere che sui risultati o meglio i costi, pur già sotto gli occhi di tutti dal primo colpo di cannone.  Macerie, distruzione, povertà, sradicamento; i cuori si avvelenano per sempre, caricandosi di odio ed orgoglio, desiderio di vendetta e rivalsa. Si innesca l’ennesimo circolo vizioso educando alla divisione, coltivando odio e rancore, a dare, per motivi ormai ridicoli…il peggio di sé. Forse non è solo legato alla guerra in Ucraina, la più in voga oggi, ma nemmeno alle altre decine di conflitti che la nostra mentalità eurocentrica ed occidentale ci fa sentire come secondari; ma penso anche alle tante guerre che spesso portiamo nel cuore con noi stessi, il nostro carattere o il passato, in famiglia o coi parenti, per confini, eredità, vecchi rancori,  nelle comunità parrocchiali o coi vicini di casa o al  lavoro. Quando insomma ci sentiamo sicuri della nostra bandiera e dimentichiamo i costi. Anche se frequentiamo e ci siam presi il rametto di ulivo più bello. Mi ha colpito molto. Credo sia il senso della Pasqua da scovare in noi. Spesso nemmeno le macerie riescono a scuoterci. Ma abbiamo anche poca chiarezza sulla vittoria, dicevamo e la Passione di Luca che abbiamo accolto domenica e Giovanni poco fa, ce lo ricordano. 

Giuda e Pietro, pur in modo diverso, credono di aver vinto, cioè di essersi salvati o esser stati più furbi e nel giusto. Il popolo, dopo aver cantato osanna con le palme o l’ulivo tra le mani, ha fatto vincere Barabba, così pure Caifa, Erode e tutti gli altri, credono di aver vinto perché si son finalmente sbarazzati di chi metteva in discussione le loro certezze e abitudini. E restano così sul carro del presunto vincitore, dei giusti, che si sentono a posto e sicuri. 

È quello che però mi pare succeda anche a noi, care sorelle e fratelli, tutte le volte che pensiamo di vincere dandoci ragione, giustificandoci, ritagliandoci una realtà a nostra misura; come pure custodendo nel cuore un dio che ci fa comodo, da accontentare o meritare perchè ragiona come noi, ma asfittico e severo, vago quanto i presunti valori cristiani, sadico e permaloso; è quanto accade spesso anche nelle nostre comunità, se perdiamo di vista la comune radice cristiana del nostro agire pastorale, e soprattutto quello che ci chiede: corresponsabilità, unità, fraternità, stile cristiano; quando dimentichiamo che battezzati significa molto più che indaffarati, figli più di impegnati o cattolici.

Abbiamo spesso trovato macerie nei nostri cuori e nei nostri oratori, quando ci siamo accaniti ad un io o a un noi che provocava però chiusure, rigidità, confini, protagonismi. E che, pur giustificandoci in tanti modi, alla fine ci allontanava dalla buona notizia per noi di un Padre che ci ama ed accoglie.

Ma soprattutto quando ci chiudeva nel dolore, a volte sordo o rancoroso, compiaciuto o vittimistico, sempre rassegnato e refrattario all’annuncio della salvezza di Cristo. 

La vittoria della croce ci incoraggia ad uscire dal nostro dolore e affrontarlo assieme, appendendolo alla sua croce. 

In una delle più note tragedie di Shakespeare, Macbeth la protagonista avverte: «Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi.» Quante confessioni accolte, ce lo testimoniano…Per questo stasera siamo tutti dietro questa croce, l’unica bandiera che certifica la sola vittoria definitiva, quella dell’amore per noi. 

Come un diapason a cui accordare i cuori e le esistenze, rispecchiandoci in essa. Per questo serve sempre la strada condivisa, il camminare e farlo assieme verso una meta certa.

   Pilato si sente riprendere da chi gli ha detto d’esser “venuto per dare testimonianza alla verità”. Ecco la meta. Solo se Cristo è la verità di noi, della mia fede, dello stile delle mie relazioni, della vita che trascorso al lavoro o in famiglia, delle mie attività in parrocchia, della mia collaborazione pastorale ecc…allora saremo tutti vincitori; chi cercate?, ci chiede questa sera come quella notte nel giardino alle guardie… perché mi seguite crocefisso per questi quartieri?

Solo così verrà prima il noi che l’io, quello che unisce e non quello che ci divide, quel che ci responsabilizza come testimoni e missionari perché figli amati dal Padre, non spettatori silenziosi al teatro del sacro, arresi all’abitudine, alla convenzione.

È un’altra vittoria possibile, Papa Francesco la evoca, anzi la sta richiamando da tempo. E non è solo una vaga pace, ma il creare condizioni perché non serva giungere a questo modo di risolvere gli inevitabili conflitti di interessi o pensiero.

L’unica vittoria possibile è quella che pianta la bandiera della croce. Ma.., scusate la contraddizione, una croce che non sia una bandiera.  Non abbiamo seguito una bandiera stasera, come fossimo allo stadio; la croce non è nemmeno solo un oggetto sacro che abbiamo tatuato sul nostro corpo o che lo abbellisce come gioiello da indossare o ne caratterizza una moda indossando il croce e rosario al collo… 

La croce cioè il crocefisso, diventa bandiera perché ci viene a salvare anzi ci ricorda che siamo stati già salvati e quindi possiamo ogni giorno considerare vinto quanto ci allontana dal volto paterno e misericordioso, paziente di Dio, dalla nostra identità donata di figli amati. La lettera agli Ebrei ascoltata poco fa ricorda infatti che il Figlio divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, lo ascoltano. Possiamo ignorarlo?

Se per o nel dirci cristiani, non sentiamo di essere innanzitutto salvati, preziosi, amati tanto da valere la vita del figlio per noi…allora tutto il resto non conta. La croce è la bandiera di quello che siamo e siamo chiamati ad essere: l’esperienza definitiva che Cristo ha scelto liberamente di affrontare per sfondare quel muro che teneva Dio distante ed estraneo e spalancare un oltre che si fa prossimo. Scuoterci alla memoria di una comunione. Lo ha fatto per dimostrarci chi fosse Dio ed educarci a riconoscerlo giorno per giorno. Per bonificare le tante cose che avremmo avuto in mente su di Lui e che ci avrebbero da lui allontanato o reso impenetrabili, per farci comprendere come ragionasse Lui, ma soprattutto quanto ci amasse. “Dio ci ama” non significa nulla. Lo impariamo dal catechismo ma poi lo mettiamo nel cassetto dei ricordi e ne diventiamo perfino impermeabili o refrattari. Resta una bella frase se non inizia a significare, per ciascuno di noi, che Lui ha a cuore la nostra vita, prende sul serio quello che siamo, non gli è indifferente né indigesta né lo scandalizza la pagina della vita in cui ci ritroviamo…quanto voglia stare in comunione con noi, presente e a disposizione, pensate alla promessa scout ma anche alla formula del sacramento del matrimonio…con l’aiuto, la grazia di Dio… ecco il valore di questa bandiera per noi.

Morte e vita si sono affrontate a duello, canteremo, ecco la vittoria sul peccato, sulla mentalità che ci infonde, sull’abitudine e la giustificazione al peccare, cioè perdere occasioni. Niente di moralistico o contro il galateo religioso del si deve, bisogna, mi hanno insegnato, ci hanno abituato.. ma una rinnovata e liberante consapevolezza che tutti possono fare un passo diverso, cambiare prospettiva su di sé, vivere in maniera nuova quello che sembra inevitabile…tutti possono essere accolti, valorizzati e perdonati.

Senza perdono, perdono tutti. Ecco l’unica verità da cui ripartire sventolando la bandiera del crocifisso per noi.

Questa vittoria, sorelle e fratelli, oggi è offerta a ciascuno.

Solo questa bandiera fa solo vincitori, mentre possiamo riconoscere le nostre macerie.

Se Cristo fosse sceso dalla croce, pensando a sé, salvandosi, imponendosi, dimostrando di essere re potente, figlio di un Dio rabbioso per l’oltraggio a suo figlio…il mondo sarebbe stato diviso in chi aveva avuto ragione e chi torto, chi aveva sbagliato e chi fatto giusto, chi è migliore degli altri, più degno e utile. No, basta! Non siamo alle gare, non ci interessa fare ancora macerie né nasconderci dietro ad esse:

Tu non scendesti dalla croce, quando ti gridavano: “Scendi dalla croce e crederemo che sei proprio tu!”. Non scendesti perché non volesti rendere schiavo l’uomo con un miracolo, perché avevi sete di una fede nata dalla libertà e non dal miracolo. (Dostoevskij) nei fratelli karamazov

La croce di Cristo ha fatto vincere tutti perché a tutti ha offerto sé stesso per vincere noi stessi e le nostre macerie e sperare con questa fede libera, oltre i nostri son fatto così e ho un brutto carattere come pure per una chiesa che nelle nostre comunità parrocchiali sappia davvero avere a cuore una cosa fondamentale: non il tornare a fare tutto come prima del Covid,  ma il comprendere oggi come manifestare la gloria di Dio, dargli lode, fargli buona pubblicità con la testimonianza di una comunità viva, fatta di organi diversi e complementari, corresponsabili che guardano decisi all’essenziale in un’unica direzione condivisa.

…ecco la Pasqua, il guado dalle nostre macerie alla vita nuova nel suo nome, ecco l’unica vittoria per cui sventolare la bandiera di una nuova risurrezione in Cristo per ciascuno di noi

Dal roveto all’ultima cena…Omelia IIIa Quaresima C-’22

MI tolgo le scarpe e….

Un gesto quotidiano, famigliare, ti mette forse in imbarazzo, a nudo ma anche di casa e col rispetto del non sporcare. Mi è successo di togliermi le scarpe per entrare in qualche moschea o in alcuni templi in Oriente.

Togliti i sandali! si sente dire Mosè, in segno di rispetto; come il levarsi il cappello, alzarsi in piedi, abbassare la voce e fare silenzio; è tradizione del mondo arabo ma anche di altre religioni..quindi qualcosa che caratterizza l’essere umano…

I sandali=erano pezzi di cuoio…il cuoio è pelle cioè pezzo di animali morti. No…non in un luogo di vita.interessante. lì c’è vita…e non puoi entrare con addosso qualcosa di morto / e nemmeno come vuoi…come Mosè per controllare il roveto…vedere lo spettacolo, per curiosità, come le vetrine in centro…

Dio chiede a Mosè di rendersi conto di cosa sta facendo…spazio sacro..cimitero, luogo di culto, casa dove è appena morta una persona o qualcuno sta male, dove ci sia sofferenza o un problema o dove è appena nato qualcuno, fai piano, attenzione! non puoi andare, fare gestire, come vuoi..da padrone.. Senti che lì c’è un valore superiore, ed è legato al mistero della vita-morte, sofferenza-bellezza, di Dio o del male… di qualcosa insomma che non puoi capire comprendere con curiosità…ma innanzitutto accogliere, facendoti da parte.

Tutto questo aumenta in noi la percezione ed il desiderio del rispetto dovuto, ci si aiuta ed educa ad essere diversi, migliori, più attenti…più di quello che siamo…ci fa sentire piccoli, ospiti, eppure resi degni di accedere, conoscere…ma non di conquistare con la nostra testa ma di accogliere con la nostra vita e le nostre mani..come l’eucaristia…bellissimo..chiedo permesso…mentre entro…accolgo, porgo le mani non la testa.

Papa Francesco lo chiedeva per le relazioni, tempo fa, saper chiedere permesso… scusa, grazie, bravo….

Nella prima lettura Dio ricorda a Mosè e quindi a ciascuno che lui è relazione libera da vivere… non valori, norme o tradizioni da manipolare. E che siamo chiamati ad essere umili e disponibili a metterci in ascolto… Questo perchè Dio vuole che lo capiamo davvero.. vuole dirci Lui chi è..farci capire che è molto diverso da tutto quello che pensiamo. Quante idee sbagliate su Dio, tutte le volte che lo valutiamo come pensiamo noi, che crediamo ragioni come noi…: la tentazione di conoscere per gestire…e rassicurarsi.

Per questo, lo accennavamo domenica scorsa, il suo biglietto da visita, curriculum con Mosè per farsi riconoscere è dirgli !io sono il Dio di tuo padre, Dio di Abramo di Isacco di Giacobbe..un Dio delle relazioni, della storia, della vita condivisa e dell’alleanza fatta. Mosè è aiutato a fare memoria di un volto di Dio amico, attento e premuroso, che ha già dimostrato chi è e a cosa tenga.

Quando entriamo in chiesa noi non ci togliamo le scarpe ma facciamo memoria del nostro battesimo toccando l’acqua santa, di un Dio Padre, Figlio e Spirito Santo che dopo Abramo Isacco e Giacobbe ha fatto alleanza in Gesù nel battesimo anche con me.

Quando entriamo in chiesa ci sentiamo in un posto di vita? in un luogo in cui la nostra vita viene presa sul serio, accolta e valorizzata? E che uscendo ci chiede di fare altrettanto per la vita degli altri? fosse anche parlando di Dio in modo diverso, come chiede Gesù nel vangelo. Giobbe, alla fine del suo libro e della sua vita, ammetterà con Dio di averlo fino a quel momento conosciuto solo per sentito dire… bellissimo…ma aggiunge: ora i miei occhi ti hanno veduto. Cioè ho fatto esperienza di te. Di quello che mi offri. 

La quaresima, comunque vada, ci porterà al giovedì santo. E le scarpe saremo chiamati a toglierle tutti, per lasciarci lavare i piedi, cioè accogliere e servire da Cristo stesso che si metterà davanti a noi, in ascolto e a nostra disposizione. Un roveto d’amore che continua a bruciare per scaldare, illuminare e accompagnare la nostra esistenza dare qualità alla nostra vita.

   …Lasciamoglielo fare questa settimana… grazie

Luna, stelle e promesse…Omelia IIa Quar. -C ’22

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga di mirar queste valli? Somiglia alla tua vita la vita del pastore. Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?

Leopardi in questo suo “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” ci offre la riflessione amara di quest’uomo provocato dall’austera solitudine della luna che sente la propria vita avvolta dal pessimismo e dall’inquietudine, avendo perso orizzonti di senso che gli diano pace e speranza. Forse anche noi a volte ci siamo sentiti così, magari davanti ad un crocifisso muto o nel silenzio di una chiesa inutile o nel nostro cuore sentendoci traditi da un dio per sentito dire…

Ben altro invece le stelle significano per Abramo nella 1a lettura, Genesi: Dio Padre le usa per indicargli una promessa. Non riuscirai a contarle…così come la tua discendenza. Noi siamo tutti figli di Abramo, assieme ai nostri fratelli maggiori ebrei e ai fratelli e sorelle musulmane. Figli di una promessa che non riesci a comprendere (non puoi contare le stelle) ma che ti fa guardare lontano, promessa di vita e storia, di futuro e speranza. Si fonda su una relazione e Lui ha preso l’iniziativa: Io sono il Signore che ho fatto e faccio storia, strada con te. Lo dirà mille altre volte, il Dio di Abramo Isacco e Giacobbe..con cui essere in rapporto, di cui avere sempre memoria. E come testimoniarlo? Ecco l’immagine di quel fuoco passa in mezzo agli animali squarciati, ci vediamo la nostra vita, un Dio che vuole stare in mezzo alle situazioni in cui abbiamo bisogno della sua luce e della sua presenza, li dove siamo feriti e smarriti. Allora pur se a volte ci sentiamo come quel pastore, siamo chiamati a contemplare un Padre che vuole continuamente essere nostro alleato, prendere l’iniziativa di scuoterci dai nostri torpori e riti narcotici, come nella genesi dove dona la terra e discendenza, cioè vita. È la stessa alleanza che rinnoviamo nella messa, che Gesù ha definitivamente sancito garantendoci con la sua morte e risurrezione la sua presenza promettente tra noi e in noi mediante lo spirito santo. Lo dicevamo domenica scorsa. Ai Filippesi, Paolo ricorda come questa alleanza troverà compimento in cielo, la nostra cittadinanza o patria. Siamo fatti per quello. Qui siamo solo di passaggio, pur nella pienezza che solo qui possiamo vivere e gustare quanto ci viene promesso. Gesù l’anticipa e fa pregustare ai tre discepoli fidati che lo accompagnano sul monte. Pietro, Giacomo e Giovanni dormono sereni, Pietro se ne esce col desiderio di trattenere, ma contemplano un Dio che si compiace di quel suo figlio, dallo stile per quel tempo eretico e rivoluzionario, che parla di misericordia e non di meriti, di amore e non di morale, di perdono e mai di colpa.

Nel 18° sec. il filosofo tedesco Kant dice una delle sue espressioni fondamentali: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me». Noi per fortuna abbiamo un cielo stellato che ci ricorda promesse e memoria, e in noi non una legge morale che rende soldatini del galateo religioso ma una presenza alleata. Essa ci parla, ci indica il meglio per noi possibile, ci sussurra continuamente che tutto quel che viviamo, anche questa quaresima, ha sullo sfondo una promessa, di relazione, alleanza, storia. Non siamo soli e affranti come quel pastore. La promessa di Abramo, compiuta dal figlio trasfigurato ci ricorda il credito che sempre Dio Padre ci offre: credito di vita, verità, pienezza, libertà da recriminare, da assaggiare, di cui essere portatori di diritto e non spettatori muti. Da pretendere non da temere. A cui restare saldi, come Paolo chiede con forza ai Filippesi.

È bello per noi stare qui, dirà forse goffamente ma in buona fede Pietro. Abbiamo mai avvertito in noi, pur velocemente ma con certezza…che è bello per noi essere cristiani? Abbiamo nella nostra storia di vita cristiana una memoria buona che mi fa dire..ne vale la pena? Chiediamo al Padre la grazia di tale consapevolezza, un’esperienza viva dell’alleanza con Lui che ci faccia non solo passare la luna come un umore nero, di un cristianesimo solo da quaresima e funerale ma vedere le stelle, che da sempre danno direzione e futuro a chi vi si affidi, mentre ci ricordano della promessa di Dio per ciascuno di noi.